Ieri è stato il concerto dei giovani palestinesi nonviolenti a ricordare al mondo l’assedio della Striscia di Gaza, e la punizione collettiva che Israele impone a un milione e mezzo di civili [il 51 per cento sono bambini]. E’ stato organizzato da membri della resistenza nonviolenta palestinese e della campagna internazionale Peace Action, affinché la musica rompesse il silenzio sulla situazione all’interno della Striscia: il blocco sulle importazioni imposto da Israele dalla prima settimana di novembre ha aggravato le condizioni di vita della popolazione, la mancanza di carburante ha determinato la chiusura dell’unica centrale elettrica di Gaza city, ha causato gravi problemi alla rete idrica e a quella fognaria, danni all’industria, all’agricoltura e alla pesca. L’Agenzia Onu di sostegno ai profughi palestinesi [Unrwa] ha dovuto sospendere gli aiuti di cui beneficiavano circa 750 mila persone, che sono la metà della popolazione. E come accade da giorni e giorni, dopo poche ore di apertura anche ieri i valichi sono stati di nuovo chiusi.
Domani, 29 novembre, però è la giornata «di solidarietà internazionale con il popolo palestinese» indetta dalle Nazioni unite. In tutto il mondo, un’occasione di rompere quel silenzio. Intanto, a grandissima maggioranza ma con il voto contrario di Israele e degli Stati uniti, proprio l’assemblea generale dell’Onu ha approvato ieri sera quattro risoluzioni per il rispetto dei diritti del popolo palestinese. Le prime tre si concentrano sui bisogni essenziali della popolazione dei Territori, e denunciano l’«illegalità» delle «misure unilaterali di Israele» tese a cambiare lo status di Gerusalemme. Nella quarta risoluzione, approvata con 163 voti a favore e solo sei contrari, si sottolinea che «una soluzione giusta e onnicomprensiva della questione di Gerusalemme deve tenere in considerazione le preoccupazioni sia degli israeliani che dei palestinesi».
Sempre ieri, l’Associazione della stampa estera ha denunciato il divieto di ingresso nella Striscia, imposto da Tel Aviv ormai da giorni, ai giornalisti di tutto il mondo. Ha detto Steven Gatkin, corrispondente dell’agenzia statunitense Associated Press e presidente dell’organizzazione: «Riteniamo che il divieto di far entrare a Gaza i giornalisti costituisca una seria violazione della libertà di stampa e contraddica la pretesa di Israele di essere una democrazia che rispetta la libertà dei media».
A Roma, da piazza Esedra alle 15, c’è la manifestazione nazionale «Né muri né silenzi. Pace giustizia e libertà in Palestina», indetta dal Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia e dall’Unione democratica arabo palestinese [Udap]. Tra i primi ad aderire l’Associazione per la pace, Un ponte per…il Gruppo di sostegno alla campagna End the Siege on Gaza, il Prc e i Giovani comunisti/e, la campagna «Ponti non muri» di Pax Cristi, le Donne in Nero, Rete Lilliput , Action For Peace; in seguito hanno aderito, tra gli altri, anche Amisnet, la Rete degli ebrei contro l’occupazione, gli Agronomi e forestali senza frontiere, i Giuristi democratici, Alessandra Mecozzi [responsabile internazionale Fiom-Cgil].
Dice l’appello del corteo: «Il popolo palestinese, dopo sessant’anni di espropri, vessazioni e violenze, ha visto negli anni della seconda Intifada ridurre progressivamente il suo spazio di rappresentanza e prospettiva politica nei Territori occupati, in Israele e nel resto del mondo. […] la frammentazione del territorio determinata dalla costruzione del muro e dalla crescita indiscriminata delle colonie, e le sempre maggiori difficoltà di circolazione per merci e persone all’interno dei territori occupati, hanno messo in ginocchio l’economia palestinese». E ancora, «La popolazione civile, schiacciata tra l’occupazione militare israeliana e lo scontro armato tra le opposte fazioni, si è trovata come sempre a pagare il prezzo più alto, in termini di perdita di vite umane e di peggioramento delle condizioni economiche».
Il testo si chiude con la denuncia delle condizioni di vita all’interno della Striscia di Gaza assediata e con una serie di richieste: la prima è che «le Nazioni unite si impegnino a far rispettare le tutte le risoluzioni ignorate o violate dallo Stato di Israele», e poi che il governo italiano e l’Unione europea si adoperino per la fine dell’occupazione della Palestina, uno stato palestinese sovrano con Gerusalemme est capitale, il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, come previsto dalla risoluzione Onu 184, la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, lo smantellamento del regime di apartheid determinato dal Muro e dalle colonie israeliane, la fine dell’assedio imposto alla Striscia di Gaza, la revoca degli accordi di cooperazione militare Italia – Israele.
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