Calabria a perdere

Chissà se chi ha coniato la metafora degli «insabbiamenti» per indicare i misteri della repubblica nascosti sotto il tappeto delle procure e dei servizi segreti, poteva immaginare che un bel giorno, sulle coste calabresi, si sarebbero scoperti sotto la sabbia o a pochi chilometri dal bagnasciuga alcuni dei veleni che hanno attraversato il nostro paese negli ultimi trent’anni. Fatto sta che da qualche settimana, complici le rivelazioni di un pentito di ‘ndrangheta gravemente malato e le inchieste pubblicate sul manifesto, la punta dello stivale è in preda alla psicosi dei rifiuti tossici.

Sabato 24 ottobre alle 9 da Amantea, paesino un tempo ridente che affaccia sul Tirreno cosentino, partirà una manifestazione cui parteciperanno migliaia di persone: per ribadire che la loro terra non è una discarica e per chiedere che il governo bonifichi le aree contaminate. Sul numero di Carta in edicola da venerdì e che al tema dedica la copertina, trovate alcune delle storie che hanno fatto di questa vicenda delle «navi a perdere» una potentissima chiave di lettura di quello che avviene in questo paese. C’è la preparazione della manifestazione di sabato, cui aderiscono i tanti comitati spontanei nati in questi ultimi tempi per chiedere la verità sui veleni, ma anche le tante associazioni e movimenti che da anni cercano di difendere la salute dei cittadini. Sono esperienze spesso fragili, che però sembrano aver capito che questa volta non si tratta solo di fermare l’invasione di un nemico che arriva dall’esterno, ma che i primi avversari sulla strada della bonifica si trovano sul pianerottolo di casa.

Altra metafora: se fossero confermate le parole di Francesco Fonti, il pentito che ha condotto gli inquirenti fino al mercantile con i bidoni tossici affondato al largo di Cetraro, scopriremmo che l’uomo che avrebbe fatto da tramite tra lo Stato e la ‘ndrangheta, per lo smaltimento delle scorie velenose negli anni ottanta, è Riccardo Misasi, ministro democristiano e cosentino che ha «dato lavoro» a migliaia di persone: i calabresi trovavano un impiego pubblico e investivano i primi risparmi per acquistare una casa nei condomini supereconomici della costa tirrenica, la stessa che da anni rimane deserta perché il mare, ogni giorno, dalle 12 alle 17, si trasforma in una distesa di schiuma bianca.
La manifestazione di sabato, insomma, è rivolta anche ai tantissimi politici, magistrati e semplici cittadini che in questi anni hanno scelto di girarsi dall’altra parte pur di non vedere cosa stava accadendo. Accanto alle sadiche manovre dei trafficanti c’era il masochismo di molti calabresi. Nonostante voci di allarme e denunce non mancassero.

Francesco Cirillo, ambientalista e giornalista indipendente, ha seguito la scia della nave Jolly Rosso fin da quel 14 dicembre del 1990, quando il bastimento carico di veleni si arenò sulla spiaggia di Formiciche, nel comune di Amantea. Come fu possibile che la nave fosse svuotata in tuta tranquillità e che i rifiuti fossero interrati sulle montagne sopra la costa? «In tutta la costa tirrenica proliferavano impianti abusivi di estrazione della sabbia dai fiumi – scrive Cirillo su Carta – C’erano cave in tutti i paesi della costa». Le indagini furono condotte dal gip della procura di Paola, Domenico Fiordalis, lo stesso che nel 2002, da pm alla procura di Cosenza, arrestò proprio Cirillo e altri attivisti meridionali con l’accusa, rivelatasi falsa, di «associazione sovversiva». Fiordalisi escluse che la nave trasportasse scorie velenose. Per anni Cirillo ha scritto sulla Jolly Rosso e sugli altri misteri tossici della Calabria, ma ha sempre sbattuto su un muro di gomma, nelle procure e nei palazzi del potere.

Quella barriera di silenzio è stata rotta, come spiega Paride Leporace, dalle rivelazioni del pentito Fonti e dall’inchiesta di un procuratore, Bruno Giordano, che ha ripreso in mano i fascicoli – fluttuanti di procura in procura – che raccontavano questo sporco affare: su Carta potete leggere il plot impressionante di una specie di spy-story che coinvolge i servizi segreti, alcune potenze straniere e persino l’Iraq di Saddam Hussein e il Dc9 di Ustica. Dietro queste trame si scorgono le forze – alquanto stremate – della società calabrese: l’unica variabile incontrollabile che potrebbe far saltare un complotto all’apparenza perfetto.

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