Tra i centonovanta detenuti che hanno beneficiato del provvedimento di grazia firmato dal sovrano Mohammed VI (in base al comunicato diffuso dalla agenzia stampa marocchina, ma nessuna lista ufficiale è ancora disponibile) c’è il cittadino italiano Abou Elkassim Britel, condannato a nove anni per concorso in attività terroristiche a seguito di un processo iniquo e sbrigativo. Dopo sette anni, sei mesi e ventisette giorni di detenzione (a cui vanno sommati i quattro mesi di reclusione illegale e segreta nei locali della DST a Temara), Kassim ha lasciato il carcere di Kenitra giovedì sera. Ad attenderlo all’uscita del penitenziario la moglie Khadija, donna tenace e combattiva che in tutto questo tempo non ha mai smesso di chiedere giustizia, pur di fronte agli abusi delle autorità marocchine e ai dinieghi di quelle italiane. “Gli interventi delle rappresentanze italiane in Marocco in favore di mio marito sono piuttosto freddi, sempre sollecitati da me che ho scritto centinaia di mail in questi anni, cercando di ottenere il maggior sostegno possibile. Al mantenimento, alle cure mediche penso io, «dal momento che lavoro e aiuti non ce ne spettano», mi viene detto”, dichiarava circa un anno fa Khadija (Anna, prima dell’ingresso nella Umma islamica), mentre lo stato di salute di Kassim peggiorava sensibilmente in seguito ad uno sciopero della fame, l’ennesima protesta contro le dure condizioni di detenzione, durato quarantuno giorni (24 novembre 2009 – 4 gennaio 2010).
Poco o nulla si conosce nel nostro paese in merito a questa vicenda, iniziata nel 2002 a Lahore, nonostante le denunce ripetute di Amnesty International, Human Rights Watch, della Federation Internationale des Droits de l’Homme e della American Civil Liberties Union, che hanno portato il “caso Britel” di fronte al Parlamento europeo e ai tribunali americani. Quella di Kassim, infatti, è una storia fatta di arresti illegali, di torture e di processi iniqui. E’ una storia fatta di “consegne speciali” operate dalla CIA con il beneplacito, forse, dei nostri stessi servizi segreti. Ma è una storia fatta anche di silenzio, il silenzio con cui le nostre autorità hanno lasciato che tutto questo accadesse, il silenzio ostentato di fronte ad un uomo, un cittadino italiano, che per nove anni ha subito trattamenti degradanti e ha visto violati i suoi diritti di essere umano.
Kassim Britel, quarantenne nato a Casablanca e cittadino italiano dal 1999, viene sequestrato illegalmente nel marzo del 2002 in Pakistan, poiché sospettato di appartenere ad una rete terroristica. Dopo due mesi di “interrogatori” viene consegnato alla CIA. A nulla è valsa la richiesta di aiuto e protezione presentata all’ambasciatore italiano in loco. Con un aereo americano è trasportato in Marocco, suo paese di origine, dove non rientrava da oltre cinque anni. Uno dei cinque casi per cui la Jeppersen Dataplan (una consociata della Boeing) è finita sotto accusa di fronte alla Corte federale americana, nel quadro dell’inchiesta sulle extraordinary renditions effettuate dalla CIA (l’azione legale è stata bloccata nel settembre 2010, dopo che il tribunale ha accolto l’invito dell’amministrazione Obama a “proteggere il segreto di Stato”). Kassim viene trattenuto e torturato per otto mesi nel centro di detenzione segreto di Temara, dove la DST (Direction de la Surveillance du Territoire – servizi segreti marocchini) opera impunemente dall’avvio della “guerra al terrorismo”. Rilasciato nel febbraio del 2003 senza nessuna accusa, è arrestato di nuovo il 16 maggio dello stesso anno, mentre cercava di rientrare in Italia. Immediatamente ricondotto a Temara, ha passato lì altri quattro mesi di interrogatori e torture, durante i quali è costretto a firmare una deposizione in bianco, per porre fine alle sevizie. Questo il solo elemento in mano al giudice al momento del processo, una confessione estorta sotto tortura. Nessuna prova, nessun elemento giuridico rilevante a suo carico. Risultato: una condanna a 15 anni di carcere emessa nell’ottobre 2003 dal tribunale di Rabat, ridotta a 9 anni in appello.
Quanto successo in Marocco dopo gli attentati di Casablanca resta una delle pagine più nere che il paese ha conosciuto dalla fine degli “anni di piombo” e dalla morte di Hassan II. Le autorità hanno iniziato una vera e propria “caccia all’islamista”, che ha portato a decine di sparizioni e a centinaia di arresti arbitrari, trasformati rapidamente in condanne decennali, attraverso dei processi che ben poco hanno a che fare con il rispetto della legalità e con l’indipendenza del potere giudiziario, di fatto inesistente nel regno alawita. Un ampio dossier delle violazioni commesse dopo il 16 maggio 2003 è stato raccolto dall’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo (AMDH), dall’associazione Ennassir (in arabo “l’aiuto”) e dall’associazione Al Karama (in arabo “la dignità”), oltre alle ong internazionali già elencate. Tra i casi più gravi documentati, quello di Kassim.
Anche in Italia, sulla vicenda Britel, era partita una indagine della magistratura, archiviata nel settembre 2006 per mancanza di elementi che collegassero Kassim ad una qualsiasi attività terroristica o comunque criminale. Nemmeno dopo il pronunciamento della giustizia italiana le nostre istituzioni, Farnesina in testa, si sono mosse per ottenere la sua liberazione, per riportare a casa un concittadino condannato ingiustamente. Perfino i grandi media hanno ignorato beatamente la sua esistenza, le sue richieste di aiuto e gli appelli della moglie Khadija (quando non hanno gettato fango, come Guido Olimpio dalle pagine del Corriere della Sera).
Dopo nove anni l’incubo della famiglia Britel sembra dunque concluso. I due coniugi potranno finalmente rientrare a Bergamo, dove vivono dal 1995. Tuttavia, la grazia reale che ha permesso a Kassim di lasciare le prigioni marocchine interrompe un’ingiustizia ma non la cancella. Non cancella una condanna illegittima, non cancella i sequestri illegali, non cancella le violenze fisiche e morali subite durante nove anni. “Sono un testimone scomodo, per molti motivi, a partire da quello che ho visto in Pakistan, fino alle torture in Marocco. Ma a questo penserò solo una volta fuori dal carcere. Adesso quello che voglio è uscire da qui”, dichiarava Kassim nel novembre 2009 dal penitenziario di Oukasha. Forse è ancora presto per puntare il dito contro i responsabili. Ma di giustizia si potrà parlare solo quando verrà fatta piena luce su questa lunga serie di abusi e violazioni.
Intervista a Kassim Britel realizzata il 21 novembre 2009 grazie ad un telefono nascosto all’interno della prigione di Oukasha (Casablanca).
Kassim, come è iniziato il calvario che l’ha condotta nelle carceri marocchine?
Stavo lavorando sul sito di traduzioni dei testi islamici dall’arabo all’italiano che ho aperto assieme a mia moglie Khadija. Mi trovavo in Pakistan perché lì ci sono scuole dove si possono studiare i testi sacri, come del resto in altre parti del mondo islamico. Sono partito il 17 giugno 2001 e, una volta arrivato in Pakistan, avevo delle difficoltà a comunicare, non conoscevo la lingua, quindi mi ci è voluto un po’ per adattarmi. Dopo l’11 settembre sono arrivati ordini dagli americani e sono cominciati gli arresti. Per i servizi segreti statunitensi trovarsi in Pakistan in quel momento significava essere dei terroristi fuoriusciti dall’Afghanistan. C’era molta confusione e iniziavano i primi sequestri con destinazione Guantanamo. Non facevano differenza, per loro non era possibile accertare se uno era entrato in Pakistan per studiare o se si spostava clandestinamente dall’Afghanistan. La stessa polizia pakistana aveva ordine di arrestare tutti gli arabi presenti nel Paese e consegnarli agli americani.
Anche lei, come le centinaia di detenuti islamici marocchini, è stato rinchiuso nel tristemente celebre centro di Temara (situato in una foresta a poche decine di chilometri da Rabat, ndr)?
Appena atterrato in Marocco, sono stato trasferito direttamente al centro di detenzione segreto di Temara. Ci sono rimasto per otto mesi. Le condizioni erano durissime. I detenuti non potevano ricevere visite, anche perché nessun familiare era informato della presenza di prigionieri in quel luogo. In quei mesi le autorità marocchine hanno sempre negato che mi trovassi lì (Rabat continua a negare l’esistenza della “Guantanamo marocchina”, ndr). Non erano previste cure mediche, niente libri, riviste, orologi, nessun vestito di ricambio, niente sapone per lavarsi, niente spazzolino, acqua calda, le luci restavano accese tutta la notte. Ogni momento trascorso là dentro è stata una sofferenza, mancavano le condizioni minime per definirsi ancora uomini. Le torture non erano solo fisiche, ma anche psicologiche.
Dopo otto mesi, verificata la mia estraneità a qualsiasi attività terroristica, mi hanno rilasciato senza nessuna accusa a carico. Tuttavia ero privo dei documenti, sia marocchini che italiani. Ho aspettato qualche mese, sperando che le autorità marocchine me li restituissero, ma non ho ottenuto niente. Allora mi sono presentato all’Ambasciata italiana, dove ho subito un trattamento pessimo da parte dei funzionari. Alla fine sono riuscito ad ottenere un lasciapassare temporaneo. Mi sono presentato alla frontiera tra Nador e Melilla il 16 maggio 2003 (il giorno degli attentati a Casablanca, ndr) e, una volta consegnati alla polizia i documenti ricevuti dall’Ambasciata, sono iniziati i problemi. Non riuscivano a capire come fossi entrato, così ho cercato di spiegargli tutto da zero. Come dicevo in precedenza, quando il volo della CIA è atterrato a Rabat mi hanno bendato e caricato in una macchina, e poi trasferito direttamente a Temara. Di certo non ho avuto il tempo di completare le formalità di polizia alla frontiera. (Se lei controlla nei registri della polizia di frontiera marocchina vedrà che il mio nome non figura tra gli ingressi del 2002. L’ultima volta che il mio nome compare nelle liste della polizia di frontiera è nel 1997, quando avevo lasciato il paese di mia volontà). Così alla frontiera di Melilla mi hanno impedito di lasciare il paese, mi hanno chiuso in una stanza per sei ore fin quando è arrivata una macchina a prendermi. Erano funzionari della DST. Mi hanno riportato a Temara, dove sono rimasto per altri quattro mesi e mezzo, prima di essere trasferito alla prigione di Salé in attesa di processo.
Lei è un cittadino italiano dal 1999. La nostra rappresentanza diplomatica a Rabat sapeva della sua detenzione? Ha fatto qualcosa per aiutarla?
Materialmente e moralmente non ho ricevuto nessun aiuto dalle autorità italiane. Quando mi hanno trasferito nel carcere di Salé, l’Italia sapeva dove ero. Ormai il mio caso stava diventando di dominio pubblico, ma le rappresentanze diplomatiche non si sono mosse in mio aiuto. Solo il giorno del processo ho visto in tribunale un funzionario dell’Ambasciata. Dopo il processo ho ricevuto delle visite, ma nient’altro che “caramelle”. Io ho bisogno di una tutela, di un aiuto da parte di quello che è il mio paese, che ha il dovere di intervenire quando si compiono evidenti violazioni contro un suo cittadino.
A questo proposito vorrei ricordarle un episodio emblematico. Quando ero in Pakistan, prima di finire nelle mani della polizia locale e poi degli americani, avevo cercato di contattare mio fratello in Italia per rassicurarlo sulle mie condizioni. Avevo provato con un telefono, ma non aveva risposto, poi con un altro e sono riuscito a parlargli. Durante la detenzione segreta a Temara mi hanno fatto domande sui numeri che avevo contattato in Italia. Volevano sapere chi fossero ed io ho risposto che non mi ricordavo, ma che ero sicuro di aver telefonato a mio fratello per tranquillizzarlo. Ora la domanda è: chi ha dato questi numeri di telefono ai servizi marocchini? Possono averlo fatto solo i servizi segreti italiani, controllando il telefono di mio fratello. Quindi i servizi segreti italiani sapevano esattamente dove mi trovassi, vale a dire a Temara in Marocco già dal 2002, e quello che lì mi stava succedendo. Addirittura l’ambasciatore italiano in Pakistan sapeva tutto fin dall’inizio, ma non ha mosso un dito. Gli americani mi hanno detto: “siamo stati dal tuo ambasciatore e lui ci ha detto che non gli importa nulla della tua sorte, che possiamo fare quello che vogliamo con te, tanto sei solo un terrorista”.
Cosa è successo durante il suo secondo passaggio nel centro di Temara?
La seconda volta che sono stato portato a Temara, le torture sono ricominciate ad un ritmo ancora più intenso. L’obiettivo era ottenere una mia confessione sul coinvolgimento in attività terroristiche. A me hanno fatto firmare un foglio senza mettermi a conoscenza del suo contenuto. Se si presenta all’AMDH vedrà che hanno un fascicolo sui detenuti islamici e in quel fascicolo c’è scritto che le torture subite dai prigionieri a Temara servono ad estorcere una confessione. La polizia ha ottenuto i suoi verbali in modo illegale, violando i diritti umani dei detenuti, che in quel momento non erano niente più che dei sospetti. Per registrare una deposizione, in ogni caso, si dovrebbe essere condotti nei locali della polizia giudiziaria, non in un centro di detenzione segreto gestito dalla DST. Il giudice istruttore, prima del processo, dovrebbe accertare la regolarità di questa procedura. Non auguro a nessuno di subire il trattamento che ho ricevuto. Già le torture subite in Pakistan mi avevano lasciato tracce per diversi mesi sul corpo. I segni delle ulteriori sevizie patite in Marocco sono ancora qui, sulla mia pelle, ma ancora più dolorosi sono quelli che restano impressi nella mente.
Mi parli un po’ della situazione che sta vivendo nelle carceri marocchine.
Arrivato nella prigione di Salé nel settembre 2003, mi hanno chiuso in una cella isolata, dove c’era una forte corrente d’aria. Avevo una finestra larga due metri per due di fronte alla cella ed un’altra all’interno. La cella non aveva una porta ma solo sbarre. Lì ci ho passato tre mesi. Potevo uscire per un quarto d’ora al giorno, escluso il sabato e la domenica dove mi lasciavano fuori un po’ di più. Esposto alla corrente d’aria ininterrottamente, le mie condizioni di salute sono subito peggiorate. Avevo la schiena a pezzi, dei forti dolori allo stomaco e un bisogno continuo di urinare. Problemi che mi porto dietro ancora adesso. Ho ricevuto la visita di un dottore solo un anno e mezzo dopo l’inizio della mia detenzione. Eravamo costretti a fare una doccia ogni due mesi, con la scusa che non ce ne fossero abbastanza per tutti i detenuti. Le condizioni dei bagni erano indescrivibili. C’erano dei servizi all’aperto nel cortile, in buono stato, ma era proibito utilizzarli. Servivano solo per fare bella figura con le delegazioni delle organizzazioni per i diritti umani che ogni tanto arrivavano in visita.
Il trattamento riservato ai detenuti della salafiyya, ai detenuti islamici, è differente rispetto a quello previsto per i detenuti comuni?
Quello riservato ai prigionieri della salafiyya (etichetta che il governo marocchino ha attribuito impropriamente a tutti i detenuti islamici) è un “trattamento speciale”, ma non nel senso positivo del termine. Prendiamo ad esempio le grazie reali che vengono concesse da Mohamed VI in occasione delle grandi feste celebrate nel paese (sono sette le occasioni in cui il sovrano concede provvedimenti di grazia per i detenuti). I detenuti islamici non beneficiano di questi provvedimenti, che vengono elargiti in maniera totalmente arbitraria. Altra cosa è invece la richiesta di grazia che viene presentata dal detenuto. Io, personalmente, mi rifiuto di chiedere la grazia per un reato che non ho mai commesso. Se le autorità decidessero di graziarmi, riconoscendo così implicitamente i loro errori e le loro colpe, allora uscirei senza problemi. Una domanda di grazia è stata presentata dal mio avvocato qui in Marocco, ma di sua iniziativa. Io non ho mai scritto una lettera al riguardo e non lo farò mai.
Un altro esempio sono i permessi in occasione delle festività. I detenuti islamici non li hanno mai ricevuti, a differenza dei detenuti comuni. Di libertà condizionata neanche a parlarne. E nemmeno usufruiamo dello sconto di pena per buona condotta. La legge marocchina prevede che, in caso di buona condotta, un detenuto può beneficiare di uno sconto di tre mesi su ogni anno di pena inflitto. Nel nostro caso no. Non abbiamo permessi nemmeno quando ci muore un parente, per il funerale. Sempre secondo il regolamento, al detenuto sarebbe riconosciuto il diritto di effettuare studi all’interno del penitenziario, ma di fatto l’accesso ai libri, ai giornali e ovviamente ad internet ci è vietato, e da qualche mese a questa parte i controlli sono diventati anche più rigidi. Nei casi di emergenza, poi, i detenuti comuni vengono trasportati all’ospedale, fuori dal carcere, cosa che non succede con i prigionieri islamici. Anche di fronte a casi critici le autorità non hanno mai autorizzato il trasferimento in strutture ospedaliere esterne. Non a caso ci sono stati diversi decessi proprio per la mancanza di soccorsi immediati (come Zakaria El Miloudi).
Qual è adesso la situazione all’interno della prigione di Oukasha?
Il trattamento speciale continua. Da qualche settimana io e gli altri detenuti islamici subiamo perquisizioni all’alba ogni mattina. I secondini entrano nelle nostre celle e mettono tutto sottosopra, gettano il Corano per terra con il solo obiettivo di insultarci. Appena arrivato in questa prigione, prima ancora che il direttore del carcere di Salé (la bestia nera dei detenuti islamici) fosse trasferito qui, sono stato subito umiliato. Avevo con me dei vestiti puliti, che riservavo per le visite dei funzionari dell’Ambasciata o dei parlamentari italiani che ho avuto la fortuna di ricevere. Le guardie me li hanno presi e gettati fuori dalla cella in mezzo ai rifiuti. In più, quando un detenuto viene trasferito in un carcere nuovo, deve essere dotato dell’equipaggiamento minimo previsto: rete, materasso, cuscino, coperte, lenzuola, etc.. A me non hanno dato niente. Solo dopo aver contattato il Consolato ho ricevuto una stuoia ed un materassino di spugna. Per le coperte ho aspettato una settimana. Anche mia moglie ha dovuto sottostare ai trattamenti degradanti imposti dal direttore. Più di una volta l’hanno fatta aspettare ore, una volta arrivata in carcere, prima di acconsentire all’incontro. In alcuni casi è stata sottoposta alla minuziosa perquisizione dei poliziotti, quando per regolamento ci dovrebbero essere delle agenti per svolgere questo compito.
A conclusione di questo approfondimento sulla vicenda del cittadino italiano Abou Elkassim Britel, la testimonianza rilasciata il 3 dicembre 2009 dall’avvocato di Kassim in Marocco, Mohamed Sebbar, attuale Segretario del Consiglio nazionale per i diritti umani e già presidente del Forum Verità e Giustizia.
Mohammed Sebbar: “Ho assunto l’incarico di difendere Kassim Britel di fronte alla giustizia marocchina prima del processo in appello. Sono venuto a conoscenza del suo caso dopo essere stato contattato dalla moglie Khadija, una donna caparbia. Kassim purtroppo era già stato condannato a 15 anni in primo grado. Vittima di ben tre arresti illegali, uno in Pakistan e due in Marocco, è stato torturato e, sotto tortura, costretto ad una confessione del tutto inverosimile. Il suo processo si è dimostrato una farsa. Di fatto non è mai stata portata alcuna prova che dimostri il suo coinvolgimento in attività terroristiche, tanto in territorio marocchino, quanto altrove. Anche un’inchiesta italiana che è stata condotta sul suo caso ha dimostrato l’estraneità di Kassim Britel con una qualsivoglia rete terroristica.
Come uomo di legge le posso dire che, nel caso del primo arresto, non c’era nemmeno la legge anti-terrorismo (approvata nel 2003) a giustificare le violazioni subite da Kassim. La DST non aveva alcun diritto di trattenerlo a Temara. Se c’erano i presupposti per avviare delle indagini, questo sarebbe stato compito della polizia giudiziaria, non dei servizi, e durante la detenzione avrebbe dovuto godere dei diritti previsti dalla legge, invece sistematicamente violati nei locali della DST. Il giudice non ha nemmeno preso in esame gli elementi apportati dalla difesa a discarico di Kassim, si è basato soltanto sulla confessione estortagli sotto tortura, quando la legge parla chiaro su questo punto: i verbali delle confessioni, che prima di tutto devono essere fatti dalla polizia giudiziaria e non dalla DST, non possono essere considerati, nel diritto penale, come una prova a carico dell’accusato.
L’Italia, pur conoscendo bene tutta la vicenda, non ha fatto alcuno sforzo per aiutare Kassim. Un gruppo di parlamentari italiani è venuto a trovarlo in carcere qui in Marocco, ma niente altro è stato fatto di concreto. Due anni fa, a titolo personale e contro la volontà dello stesso Kassim, ho presentato una domanda di grazia al re. Ma per sbloccare la situazione dovrebbe essere lo Stato italiano a muoversi. A parte la grazia, solo attraverso una trattativa inter-governativa il caso di Kassim potrà risolversi con la sua uscita dal carcere prima del 2012”.
LINKS DELL' ARTICOLO
Scarica in versione Pdf

Versione in pdf









Carta / Cantieri sociali