Perugia e il mondo

Per quel che riguarda le città, e ancor più per quelle medio-piccole, forse la sfida è tutta lì: essere dei non luoghi, secondo la fortunata definizione di Marc Augé, dei territori incapaci di trasformarsi a partire dal proprio «contenuto» sociale, oppure essere dei luoghi comuni, come recita il titolo della seconda raccolta di racconti di Pier Luigi Brunori: «Perugia è un luogo comune», Morlacchi Editore.

Abbiamo incontrato Brunori in un assolato venerdì dei primi giorni di maggio, a Roma, in uno spazio ad uso pubblico, più precisamente davanti a un piatto di ottimi ravioli alla bottarga. A Roma, e non a Perugia, perché è lì che Brunori lavora o, più precisamente, «vigila» sulla vita delle cooperative. Il fatto non è secondario, perché alcune delle pagine più intriganti del suo libro raccontano proprio il microuniverso del viaggio in treno del venerdì tra Roma e Perugia. Un viaggio che può durare molto più delle due ore e mezzo previste, soprattutto se la terra trema e la paura aiuta a schizzare ritratti di persone, cosa molto diversa dai personaggi, che si avvolgono in grottesche scene sul telone di fondo che offre la normale vita da pendolare.

Prima di «Perugia è un luogo comune», nel 2008, Brunori aveva pubblicato un’altra raccolta di racconti brevi: «L’estate foggiana di Perugia», nell’intento, come chiarisce bene Claudio Brancaleoni nella prefazione al nuovo libro, «di far assurgere alcuni tra i più significativi avvenimenti perugini a cronaca universale». Il fatto è, si spiega nel risvolto di copertina, che Brunori vuole dimostrare a tutti i costi che i Perugini esistono. Qualora non ci riuscisse, precisa, si dice disposto a scriverne una terza, di raccolta di racconti. Non è una minaccia, è un atto d’amore per la «sua» città, cioè, come comprenderà facilmente chi leggerà i suoi racconti, per il mondo.

 

Comincerei parlando del tempo, tanto per non essere banali. No, non delle mezze stagioni scomparse ma del tempo che manca per fare qualunque cosa, per esempio per leggere un libro tanto «leggero» da indicare un «luogo comune» perfino nel titolo. Perché, secondo te, un lettore di Carta.org dovrebbe trovare il tempo per leggere questi racconti?

 

Certo, un luogo comune è una banalità ma può anche essere una piazza, un territorio dove il latifondo non è arrivato, oppure è arrivato poco. Perugia ha una storia medievale importante ed è nel Medioevo che nascono i Comuni, potremmo allargare il discorso ai beni comuni un tema a cui i lettori di Carta tengono molto ma io preferisco dire che un luogo comune è un luogo dove c’è posto per tutti. Provo a rispondere alla tua domanda: forse perché parlo di una città che è un frammento di un’Italia comune in un modo che spero non sia scontato. Direi un modo un po’ diverso, se l’aggettivo non fosse stato usato tanto da svuotarne il senso. In questo, potrebbe esserci una consonanza. Oggi ho guardato il vostro sito, carta.org, e ho visto che aprite sul Messico. Non me l’aspettavo, tutti parlano solo di Bin Laden o della Libia. Bisognerebbe avere il coraggio di fare più spesso delle scelte dissonanti, non scontate, naturalmente ognuno con il suo stile e i suoi gusti. La manifestazione del Messico di cui vi occupate era contro la violenza, un tema certo drammatico ma, per tornare alle nostre province, a me pare che il discorso della violenza viene agitato soprattutto dai media in modo ideologico, perfino quando si parla di intolleranza. Ecco, nelle città italiane, ho l’impressione che l’intolleranza sia più esibita, gridata che praticata. Nella Perugia che io cerco di rappresentare, in modo universale, c’è molta più accoglienza di quel che si vuole ammettere. Si predica male e si razzola meglio, un po’ il contrario di quel che avviene con i preti.

 

Dici che la realtà è molto meglio di come la descrivono i media, che per lo più raccontano la realtà commentata dai politici, eppure per la presunta esecuzione di Bin Laden…

 

C’è una distanza enorme, molto profonda tra la realtà che raccontano i media e quella di una città «normale», come ad esempio Perugia. Sai per me chi è Osama? Osama è un amico d’infanzia di mio figlio, nato a Perugia con genitori palestinesi. Oggi ha 22 anni, Osama entra nella mia vita prima del 2001, delle torri gemelle. Quando dico Osama, io penso a lui, al fatto che spesso mi aiuta a risolvere i problemi tecnici che ho col computer, per me Osama non è un pericolo, anzi.

 

Siamo tornati alla «piccola» realtà che racconta il tuo libro. Alle cosiddette cronache di provincia, ma possiamo parlare davvero di cronache, un genere che forse si adatta più a una scrittura giornalistica?

 

La cronaca racconta, o almeno dovrebbe raccontare, degli eventi reali. La letteratura dovrebbe invece raccontare eventi verosimili, dovrebbe essere credibile. A volte, però, gli eventi reali, come nel caso dell’11 settembre a New York, appena un giorno prima che accadono sarebbero parsi inverosimili a chiunque. Io penso alla letteratura come a un misto di verità e menzogna, è questa la sua bellezza. Nella cronaca giornalistica la verità è quella di chi scrive, nella letteratura la verità non interessa ma si pretenderebbe la credibilità, la verosimiglianza. Nei miei racconti c’è quasi sempre un evento reale, che può essere centrale nella storia oppure restare sullo sfondo. Cerco di scegliere sempre un evento significativo per il suo valore universale. Lì finisce la realtà, poi uno che scrive, uno scrittore, deve sentirsi libero.

 

Questo del nesso tra regionale, locale e universale è il tema principale dei tuoi racconti?

 

Nelle pagine di apertura del mio libro c’è una citazione di William Carlos Williams, un romanziere statunitense morto negli anni sessanta del secolo scorso. Dice che dedica volentieri la sua vita a dimostrare che solo il regionalismo può condurre alla cultura. Forse è esagerato ma io trovo che nella realtà locale c’è una linfa vitale molto speciale. Una linfa che trovi anche nella lingua o nell’occhio provinciale di chi guarda una realtà locale. A me pare che spesso, se ti allontani dalla provincia, perdi la meraviglia. Bisogna tuttavia proporsi sempre di essere universali, perché solo una qualità universale può raggiungere tutti e questo obiettivo per me è indispensabile. Poi, naturalmente, per raccontare ben le cose, non c’è bisogno di viverle sempre. Non è necessariamente la donna che ha perso un bambino che può raccontare meglio cosa sia e cosa significhi perdere un figlio.

 

Perché hai sentito il bisogno di raccontare Perugia?

 

Beh, certamente non è una città molto raccontata. Forse perché da noi non ci sono neanche importanti case editrici. Non ricordo nemmeno molti scrittori noti nati a Perugia, o che si considerano perugini. Devi sapere, tanto per continuare a non essere banali, che Perugia è davvero bella, ha tramonti stupendi. Eppure da anni perde posti in classifica, forse perché non sa più cosa vuole essere. A Perugia, di certo, piace sentirsi assediata. Dai pellegrini, dagli stranieri, dai terremoti, dalla neve, da Eurochocolate e da molte altre cose. Nei racconti del mio libro c’è sempre traccia di questa strana percezione. Come molte altre città, Perugia vive un fenomeno di svuotamento del centro storico, nelle città medie si vede di più, oppure si vede in maniera diversa, più dirompente: il centro storico diventa un museo. Se me lo avessero detto anche solo venti anni fa, non credo mi sarei scandalizzato ma oggi il centro di Perugia è riservato ai turisti e agli studenti. Non ci sono più famiglie, non c’è la gente comune. Ci sono tante persone che passano e non mettono radici: anche gli studenti magari si fermano un anno, due ma poi scivolano via. Intendiamoci, non ce l’ho né con gli studenti né con i turisti ma una città come Perugia non può essere progettata, pensata per loro. Meno ancora per i commercianti e per chi con la loro presenza fa i soldi.

 

Hai detto una città-museo, ti sembra un tratto specifico di una realtà provinciale?

 

Beh, in qualche modo la volontà di non confrontarsi con il presente, con la contemporaneità è un tratto epocale che per certi aspetti investe tutto quello che chiamiamo Occidente: si vuole solo conservare: i privilegi, la bellezza… Però, a poco a poco, a forza di conservare si perde l’energia vitale. Ecco a Perugia mi pare si perda ogni giorno energia vitale. C’è tutta questa attenzione alla cronaca nera, ci sono gli allarmi ingiustificati e poi ci sono due false identità antitetiche: la Perugia del divertimento notturno, quella che è stata spesso rappresentata sul fondo delle cronache del caso Meredith, e poi quella ordinata, ben amministrata, la capitale europea del cioccolato: una cartolina. Perugia non può essere conosciuta nel mondo per Eurochocolate. Nessuna delle due rappresentazioni è vera ma sono entrambe il risultato di processi di banalizzazioni estreme. Oggi, in generale, la tendenza a ingigantire e a semplificare è devastante, sembra sempre di essere alla ricerca dei record: il terremoto più violento, la nevicata più abbondante, il papa più veloce a essere santificato, Messi come Pelè. Un’orgia di aggettivi e superlativi in cui mi pare che soccomba la storia.

 

Nei tuoi racconti, in effetti, colpisce l’assoluta mancanza di questa tendenza a ingigantire la realtà per rendere più efficace il proprio discorso, l’iperbole. Più che un pressante invito a restare con i piedi per terra o una passione per le storie «minori», ci vedrei una scelta di stile, un rigoroso senso della misura. È un’impressione sbagliata?

 

Penso che uno dei compiti che chi scrive pagine letterarie deve darsi è quello di rendere interessanti le cose che non lo sembrano. Chi scrive deve mostrare al lettore qualcosa che magari sfugge a prima vista ma deve sempre raccontare non deve «dire». Dire sarebbe un peccato mortale. La necessità di avere una certa misura la legherei alla simpatia per tutto ciò che è umano, anche per le debolezze. Abbiamo tutti delle debolezze e perfino delle aberrazioni, però è bene tenerle in dosi omeopatiche, oppure tenerle allo stato potenziale. Siamo tutti dei mostri, oppure dei geni o anche dei samaritani potenziali che non esercitano. Nel nostro corpo ci sono virus e batteri in quantità ma per fortuna stanno, e devono rimanere, in perfetto equilibrio. Nella mia prima raccolta c’è un racconto ambientato durante la Marcia della pace da Perugia ad Assisi, a un certo punto qualcuno sostiene che si dice che i Perugini del rione di Porta Sant’Angelo, la più grande delle porte medievali della città, ce l’hanno con gli Arabi. Ma a Porta Sant’Angelo, risponde uno, non ci stanno i Perugini. Lì ci sono solo studenti meridionali. Il razzismo è una cosa seria, pericolosa, per questo bisogna stare attenti a quel che si dice, bisogna maneggiare le parole con cura.

 

1. Anche il mondo è diventato un luogo comune

Si chiamava Ivo. Un nome da vecchio. Ma non gli avresti dato più di sessant’anni. Anche se andava per i settanta. Tutti gloriosamente trascorsi da scapolo. Vigoroso e un po’ balzano, com’erano spesso i perugini dei vecchi borghi. Si chiamava Ivo e tornava dalla “Fiera dei Morti”. Con il postale. Come si dice ancora a Perugia.

Il postale fermò a Piazza Grimana. Ivo scese e percorse a piedi il tratto fino a Porta Pesa. Portamento ancora dritto. Camminata ancora agile. Pensando con una punta d’orgoglio in che strana città gli era successo di nascere. Che colloca la sua festa più antica, la “Fiera dei Morti”, proprio nel giorno più luttuoso dell’anno. Il primo novembre. Fornendo ai perugini la scusa giusta per cavarsela in fretta, coi propri defunti.

Così era da secoli anche se ormai tutto sembrava destinato a cambiare. Prendi la Fiera. Lui l’aveva conosciuta in centro. Prima dei trasferimenti. Via Sicilia. Via Ripa di Meana. Pian di Massiano. Ora aspettava che fosse riportata in centro. Che era tutt’altra cosa. Prima che, magari, scomparisse definitivamente. Perché tutto si stava globalizzando.

I perugini sanno che la loro città non è immune dalla globalizzazione dei problemi della contemporaneità che attraversano tutte le altre città. Aveva spiegato il sindaco.

Anche la Fiera dei Morti non sfugge alla legge dei nostri tempi. Aveva continuato.

Che è poi l’occasione di collocarsi in una cornice più ampia. E questa cornice, cari concittadini, non è altri che il mondo intero. Bisogna essere pronti alle nuove sfide. Prepararsi ad affrontare i cinesi, gli indiani, i marocchini, i rumeni, i polacchi, gli ucraini, i russi, i cingalesi, gli andini che entrano, che irrompono, nel mercato planetario. Aveva concluso.

Infatti, Ivo, dopo un attento giro della Fiera ne traeva le debite conclusioni. Una parte dei banchi si intitolavano Globalizzazione. Un altra parte Contemporaneità. Un’altra ancora, Problemi. La globalizzazione dei problemi della contemporaneità, a dirla con il sindaco. Che vista da Perugia. In sintesi. Osservata dall’osservatorio della Fiera dei Morti, in parole sue, di Ivo, era molto paccottiglia e poco altro. O, detta in perugino, ‘na roba da chiodi.

Ma non c’era verso di starsene al riparo. Con chiunque si parlasse. Di qualunque cosa si parlasse. Magari stavi appassionatamente descrivendo il colore e la grandezza dei canditi nel torcolo di San Costanzo. Le paroline magiche uscivano tutte insieme. Globalizzazione. Contemporaneità. Problemi. E toc, era come se il mondo bussasse alla tua porta. Toc. Un miliardo di indiani. Toc. Un miliardo e trecento milioni di cinesi. E poi l’innovazione che faceva Bim. Le nuove tecnologie che facevano Bum. I nuovi mercati. Ba. LA GLOBALIZZAZIONE. Bim, bum, ba. La globalizzazione alle porte. Come Annibale. Pesce fritto e baccalà.

Ora Ivo camminava controvento, investito dalle prime folate di tramontana. Era già inverno. Questo almeno non era cambiato. L’inverno e la Fiera a Perugia arrivano insieme. E in centro comincia a soffiare il vento. Che, a tratti, è così forte da sembrarti che faccia cadere le luci sulla pavimentazione delle strade. Tutte insieme. Emettendo un suono particolare.

Ecco, quel suono, quel suono non significava solo che era inverno. Quel suono era la voce delle pietre che cambiano di colore, al passaggio delle stagioni. Come se il vento riuscisse a pulire anche loro.

Era la voce della sua città. Che lo chiamava. Ma solo se eri un vecchio borghigiano, come Ivo, riuscivi a sentirla. Alla faccia della globalizzazione.

Percorse via Pinturicchio e superò l’Arco della Pesa. Imboccò corso Bersaglieri. Si accorse che un uomo gli veniva incontro. Correndo. Dal fondo della via. Probabilmente dall’altro arco. Quello dove nel 1860 erano passati i bersaglieri per liberare Perugia dal giogo papalino. Quello che non gli saremo mai abbastanza grati. Ai bersaglieri.

L’uomo che gli veniva incontro correndo. Scuro di carnagione. Nord africano, probabilmente. Non indossava soprabito. Giunto a metà della via lanciò qualcosa vicino a un cassonetto dell’immondizia. Passò accanto ad Ivo quasi investendolo. Poi scomparve veloce. E neppure trenta secondi dopo ecco apparire altre due figure. Correvano pure loro. Carabinieri con le pistole in pugno. Loro almeno si fermarono.

- Da che parte è andato? – domandò uno dei due, ansimando.

- Di là – fece Ivo, ansimando impercettibilmente pure lui.

Ma una volta ripartiti di corsa. Una volta fuori dalla loro vista, Ivo si avvicinò al cassonetto. Perlustrò brevemente lì attorno. Vide qualcosa che luccicava. Un pacchetto involtato nella carta stagnola. Lo raccolse. Stava nel pugno di una mano. Lo infilò dentro la tasca del giaccone “made in China”, comperato l’anno precedente. Alla Fiera dei Morti.

Poi mancava poco all’ora di cena e si mise ad attendere il segnale. Lo attese osservando le poche botteghe rimaste affacciate sulla strada. I vani dagli ingressi tondeggianti alla base di case attaccate una all’altra. Le autorimesse a saracinesca gialla che protestavano un particolare contrasto con le persiane marroni o verdi. Tutta una teoria di abitazioni di due, massimo tre piani, distinguibili solo dai colori periodicamente ravvivati – giallo, marrone e rari arancione. L’improvviso apparire di vie oscure sotto archi appena ripuliti. La sua casa distinguibile solo per un fregio in rilievo marrone bronzato nella cui nicchia, un lumicino spento, presidiava una Madonna.

Attese osservando il vecchio borgo artigiano. Reso irriconoscibile dall’irruzione di studenti e professionisti. E dal quasi totale abbandono da parte dei perugini veri.

Attese il segnale. Ancora un po’.

- Così è Perugia, da noi può succedere di tutto – berciò il tabaccaio in pensione da una finestra che dava sulla strada.

Eccolo il segnale. Ora poteva davvero rientrare a casa.

Come ogni sera, ormai da mesi, il tabaccaio in pensione chiudeva le imposte e ripeteva la stessa frase. A forza di ripeterla aveva smarrito qualunque inflessione dialettale. Qualunque contatto con il presente. Le parole risuonavano come se non appartenesse più a lui. Ad altro essere umano o città.

Ivo, intanto, era già entrato in casa, aveva raggiunto il primo piano e spalancato pure lui le finestre.

- Perugino disonor del mondo – gridò il dirimpettaio chiudendo a sua volta le persiane.

Altra voce conosciuta. Un ex studente che faceva soldi con i computer. Che viveva da oltre dieci anni nella via e non aveva ancora perduto l’inflessione toscana. Aretina per la precisione. E fumava canne dalla mattina alla sera.

Allora Ivo chiuse le finestre. Scese le scale. Aprì e richiuse il portone alle sue spalle. Traversò la strada. Comprese che il momento poteva definirsi storico. Diede due pugni sulla porta senza campanello. Fece tutto in modo solenne. Come il momento richiedeva.

- Chi è ? – chiese la voce dall’inflessione toscana.

- Io – rispose Ivo.

- Perugino disonor del mondo -

- Porto il calumet della pace –

- Perugino anche lingua biforcuta –

- Siamo etruschi. Abbiamo combattuto insieme contro Annibale. Ci divide solo il lago Trasimeno. Siamo vicini di casa –

- Non unire ciò che la natura ha diviso. Non fumo il calumet della pace con i perugini. E Annibale non mi riguarda – rispose l’aretino, che si chiamava Giancarlo.

- Via, il mondo si avvia verso la globalizzazione. Perugini e aretini. E’ ridicolo solo a dirlo. Non sono più quei tempi. Un miliardo e trecento milioni di cinesi si sbellicherebbero dal ridere, tutti insieme, a sapere che due puntini della cartina geografica, come Perugia e Arezzo, si chiudono le persiane in faccia – replicò Ivo.

Giancarlo, che intanto stava richiudendo le persiane, ci pensò sù. Trascorsero lunghi attimi.

- Allora non facciamoli ridere tutti insieme codesti cinesi, altrimenti ci sfondano i timpani – rispose infine.

Scese di corsa ed aprì la porta. Ivo gli passò subito il pacchetto con l’hashish. Giancarlo lo scartò.

- Perugino disonor del mondo. E utente, vedo. E che utente – commentò.

- Non scambiamo il buio con l’uva nera, è solo il caso – fece Ivo. Quasi risentito.

- Il caso. Vacci a credere. Solo un mese fa mi volevi denunciare -

- Ormai cambia tutto. E’ la globalizzazione, bellezza –

Salirono la fila di scale. Si accomodarono in cucina. L’aretino preparò il cannone. Fece vedere ad Ivo come si impugnava. Accese. Fece tre o quattro lunghi tiri. Lo passò a Ivo.

- Viva la globalizzazione – disse Giancarlo.

- Viva il fumo globalizzato. E’ la roba più buona che abbia mai fumato. C’è dentro il Marocco, l’Egitto, la Giordania, il Libano, il Pakistan, l’India, il Nepal e il Messico. Viva la globalizzazione – continuò.

- Io dico che al giorno d’oggi, parlare di globalizzazione è diventato un luogo comune. Non si può più parlare neppure del torcolo di San Costanzo senza tirare in ballo la globalizzazione. Globalizzazione. Bim bum ba, pesce fritto e baccalà – commentò Ivo. Scandendo lentamente le parole. Prima di cominciare il secondo giro.

- Cosa vorresti dire? Vorresti dire che anche la parola mondo è diventato un luogo comune? – replicò l’aretino.

- Dirò di più. Al giorno d’oggi anche il mondo è diventato un luogo comune – disse ancora Ivo. Parlando sempre più lentamente. Sempre più appropriatamente.

Ne seguì un lungo silenzio. Una lunga pausa di riflessione. Nella quale il perugino e l’aretino non fecero altro che osservarsi attentamente. Come attraverso un cannocchiale rovesciato.

- Intuizione pazzesca – esclamò Giancarlo, alla fine della pausa, qualche minuto più tardi – Potremmo farci i soldi. Potremmo aprire un sito –

Altra lunga pausa di riflessione. In cui ognuno dei due sembrava pregare la dea della propria ispirazione. Nel silenzio interrotto soltanto dal rumore del complesso lavorio di aspirazione ed emissione. Il dolce suono della dea dei mantici.

- Un sito? – domandò Ivo.

- www.ancheilmondoèdiventatounluogocomune.it – disse Giancarlo facendo scorrere la sua mano dal centro verso destra. Come a far apparire la scritta.

- Geniale – rispose Ivo. Gli sembrava proprio di vederla la scritta. Luminosa. Tutto era luminoso attorno a lui. L’aria stessa era piena di brillantini. E il suo orizzonte visivo passava attraverso una specie di cannocchiale. Poteva avvicinare o allontanare tutto ciò che voleva osservare.

- Stavolta abbiamo fatto centro. Anche il mondo è diventato un luogo comune. Nessuno potrà più prescindere da questa scoperta – disse Giancarlo.

- Nel logo ci mettiamo l’immagine stilizzata di noi due – fece Ivo.

- L’immagine di due etruschi. Il perugino e l’aretino. Con Annibale e il Trasimeno in mezzo –

- Ok per Annibale ma il Trasimeno è meglio non metterlo –

- Perché? –

- Non saprei. Meglio di no. Lasciamo fuori dai luoghi comuni almeno il Lago Trasimeno –

 

 

 

 

 

 

 

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