Route 181

Cofanetto

La Route 181 non esiste. È una strada immaginaria, che porta il numero della risoluzione Onu che, nel 1947, stabiliva i confini tra Israele e Palestina, alla fine del mandato britannico sulla Palestina storica. Il tracciato di quella linea, ormai ingiallita sulle mappe e mai diventata confine, è stato scelto da due registi, Eyal Sivan, israeliano, e Michel Khleifi, palestinese, per un esperimento cinematografico unico. Quattro dvd [su nord, centro e sud, più uno di contenuti speciali, pubblicati da Bollati Boringhieri in uno splendido cofanetto che costa in libreria 48 euro] per raccontare, in quattro ore, un viaggio che è un caleidoscopio.

Negli incontri, casuali, che animano il film, nei panorami, nelle storie, si scompongono e si ricompongono di continuo gli stereotipi reciproci, le memorie, complementari e opposte, gli oblii, altrettanto complementari, e perfino le identità. Scrive Maria Nadotti che l’intreccio dei due stili narrativi e delle due visioni del mondo produce «un’opera che riesce difficile attribuire all’uno o all’altro, tagliata com’è su un obiettivo politico condiviso ardito e urgente: dimostrare che Palestina-Israele è il loro comune paese, che un israeliano e un palestinese possono fare insieme qualcosa di diverso dalla guerra, che solo affrontando la materia rocciosa del rimosso si fa spazio, prima ancora che all’altro, a se stessi e al proprio dolore, dunque a una vera, non univoca liberazione ».

Questo taglio delle inquadrature e della narrazione consente al documentario girato nel 2003 di essere ancora attuale, nella prospettiva di lungo periodo che abbozza, delinea, insinua tra gli spezzoni del Muro, gli insediamenti di coloni e le linee di frattura della società palestinese, già allora evidenti.
«Volevamo raccontare due narrazioni, quella palestinese e quella israeliana, due narrazioni che potremmo definire nazionali, ma che hanno luogo in uno stesso territorio. Volevamo ricomporre queste differenti memorie in un’unica narrazione, che è quella della terra di Palestina. Perché, ricordiamo, la Palestina non sarà mai in Israele, ma Israele sarà sempre in Palestina. E bisogna accettare questo, da entrambe le parti», spiegava Khleifi durante la presentazione delle prime due parti del film.

Sivan, l’israeliano, alza la posta della sfida alle due narrazioni correnti: «Il sionismo, che è oggi l’ideologia dominante in Israele, rappresenta la negazione dell’esilio e della diaspora. Li considera elementi negativi, dunque la memoria della diaspora, e la sua lingua, l’yiddish, sono stati cancellati come la memoria degli ebrei nei paesi arabi, i sefarditi, gli ebrei orientali. Occorre quindi chiarire con estrema attenzione le cose, separarle, dire che il sionismo non è l’ebraismo, che gli ebrei non sono responsabili di quanto fa Israele e che Israele non ha il diritto di parlare a nome di tutti gli ebrei».

Non ci sono sconti, nell’elenco delle contraddizioni. Come quella per cui l’affermazione della vita, la resistenza, pensa di poter passare, senza contaminarsi, nella cultura della morte, negli attacchi suicidi. Cosa c’è, alla fine della Route 181? Cosa ci può essere alla fine di una strada immaginaria, se non un sogno? «Dire vogliamo la pace non basta. C’è bisogno di un enorme lavoro politico e di educazione. Si deve elaborare un progetto di società che sia binazionale. La fine dell’occupazione è un passo importante, ma non è la pace. Che significa lavoro di due società insieme, una dentro l’altra».
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Le recensioni*

Un film, senza interpreti né registi famosi, messo in onda da una televisione di nicchia come Arté e presentato al Festival Cinéma du réel che si tiene al Centre Pompidou di Parigi, ha creato in Francia l’ennesimo affaire sulla questione mediorientale. Il film in questione è “Route 181”. Ne sono autori due registi, il palestinese Michel Khleifi che vive in Belgio e insegna cinema alla Columbia University di New York, e l’israeliano Eyal Silvan, residente in Francia dal 1986.
Moni Ovadia, “L’Unità”

Una iniziativa inedita per l’editrice torinese ma che, per nulla legata alla moda libro+video, è parte integrante di un progetto editoriale (tra molti altri) in atto da tempo, con il quale l’équipe di Alfredo Salsano, attraverso scelte storiografiche rigorose, mira sempre più ad approfondire le ragioni del dramma mediorientale.
Mirella Appiotti, “TTL–La Stampa”

La lucida testimonianza di una passione per la libertà non disponibile a farsi contenere da nessun confine o barriera.
Guido Caldiron, “Liberazione”

Chi pensa che la copertura assicurata da giornali e tv al conflitto israelo-palestinese sia sufficiente a dare un’idea del paese dovrebbe vedere il film. Non che Route 181 sia controinformazione, ma perché la fortissima curiosità umana che lo anima si traduce in immagini di grande chiarezza, che informano con puntualità e lasciano tutto il tempo per il ragionamento.
Luca Mosso, “La Repubblica”

L’idea di non porre più confini, ma di promuovere uno scambio è alla base di Route 181. Il road-movie vuole dimostrare come sia possibile avvicinare due popoli “uniti e separati”.
Gregorio Lacava, “Diario”

Il film va visto e discusso, le immagini hanno una forza che va al di là di qualunque didascalia, le facce e le parole trasmettono verità dolorose.
Alberto Pezzotta, “Corriere della Sera–Milano”

Non cercatela sulle carte stradali, la route 181. L’hanno chiamata così i due autori […]. Lungo il viaggio incontriamo uomini e donne, colti nella loro realtà quotidiana e nel ricordo di Paesi cancellati dalla storia e dalla guerra.
Alessandra Sonetti, “Carnet”

Un piccolo libro accompagna un unicum cinematografico, culturale, politico: i 4 dvd del road-movie Route 181 […]. Lezione di umanità e di speranza, capitolo importante di quelle narrazioni-ponte attraverso le quali anche la parola vuol farsi strumento di pacificazione.
Mirella Appiotti, “Specchio”

Un road-movie girato da un palestinese e da un israeliano che vogliono dimostrare come Palestina-Israele sia il loro comune paese. I due hanno sovrapposto all’attuale cartina geografica del luogo, la mappa tracciata dalle Nazioni Unite nel 1947, con la linea di partizione che avrebbe dovuto dar vita a due stati sovrani indipendenti.
Giusy Cinardi, “La Macchina del tempo”

Lungo questa strada i registi hanno parlato con la gente intenta nei gesti quotidiani della vita “di frontiera”. Ognuno ha raccontato il proprio rapporto pratico e interiore con la linea di confine e con chi sta al di là.
Giovanna Carnino, " Torino Sette–La Stampa"

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