UN OLIO CHE NASCE DAL LAVORO COMUNE DI DONNE EBREE E ARABE. ED È BUONISSIMO
Per una popolazione rurale come quella della Galilea occidentale, in maggioranza araba [50 mila ebrei contro 240 mila palestinesi], la coltivazione dell’ulivo è sinonimo di sussistenza.
Samya Na’amneh è una donna palestinese cresciuta in quella terra: «I miei nonni avevano trenta alberi di ulivo in cima a una collina. Avremmo voluto aiutarli a portare lì l’acqua per mantenere in vita quelle piante – racconta Samya agli operatori di Libero Mondo, una delle principali organizzazioni di commercio equo e solidale italiana – ma ora quella terra non appartiene più a loro, perché è stata confiscata dal governo.
Mi piace comunque ricordare l’importanza degli ulivi per la mia famiglia, perché permettono a tutti noi di mantenere vivo il legame tra la terra e la nostra gente». Sindyanna, «quercia » in arabo, è l’albero simbolo della Galilea e della relazione strettissima che esiste tra gli abitanti e la loro terra. Sindyanna è anche il nome dell’organizzazione non profit nata nel 1996, nel villaggio di Majd Al-Krum, dall’iniziativa congiunta di un gruppo di donne arabe ed ebree per sostenere la coltivazione dell’ulivo e la produzione di olio, in una regione fortemente provata dai sorpusi quotidiani dell’occupazione.
I contadini, per raccogliere le olive, sono costretti, oltre alle lunghe attese ai check point, a chiedere un apposito permesso firmato che dura soltanto cinque giorni, quando un raccolto richiederebbe settimane di lavoro.
Anche all’acqua, gestita dallo stato israeliano, gli agricoltori arabi hanno scarso accesso. In alcuni villaggi, inoltre, il muro voluto da Israele ha diviso le case dei contadini dagli uliveti, in altri le ruspe hanno abbattuto centinaia di alberi secolari. In Israele gli arabi, un quinto della popolazione, possiedono solo il 3 per cento della terra: la metà di loro sopravvive con due dollari al giorno. Circa metà del raccolto palestinese di olive non può essere venduto a causa dell’effetto combinato dell’occupazione israeliana e della scarsezza di investimenti a lungo termine. La cooperativa sociale Libero Mondo di Roreto Cherasco [Cuneo] ha avviato un progetto di cooperazione con Sindyanna, insieme ad altre venti organizzazioni straniere. Grazie al quale, Sindyanna garantisce l’acquisto delle olive alle famiglie di piccoli produttori, in modo da salvaguardare le terre dall’azione di confisca da parte del governo israeliano, la creazione di occasioni di lavoro comune tra arabi ed ebrei e la diffusione sia di un ottimo olio extravergine che delle olive.
L’olio palestinese di Sindyanna e Libero Mondo, regalato ai nuovi abbonati di Carta, proviene dalla coltivazione di olive «surri », note per il gusto e l’aroma. Gli ulivi sono spesso vecchi di centinaia di anni e distribuiti in diverse vallate della Galilea. Le olive vengono consegnate ai frantoi della zona per la spremitura. Per evitare intermediazioni, Sindyanna paga il prodotto lavorato direttamente ai produttori e non al frantoio. L’olio viene poi imbottigliato dalla cooperativa sociale La Pietra Scartata di Rimini [che propone progetti di inclusione sociale attraverso il lavoro], nota nel circuito delle botteghe del mondo per i suoi prodotti da agricoltura biologica. Il prezzo finale di una bottiglia da un quarto di litro è di 4,8 euro [di cui il 40 per cento va al produttore]. Per i nuovi abbonati, quattro bottiglie: l’olio aromatizzato al basilico, quello al peperoncino, e poi al limone e alla salvia.






