Lo scorso weekend di repressione a Mosca e San Pietroburgo ha fatto tornare in mente i tempi cupi del breznevismo. Manifestazioni di protesta, botte da orbi della polizia, arresti di massa. Ne ha fatto le spese, tra gli altri, l’ex campione di scacchi Kasparov, che guida una Ong contraria al governo di Putin.
La risposta delle autorità tradisce una crescente arroganza, destinata ad accrescersi nei mesi futuri, in vista degli appuntamente elettorali di fine anno. Putin, come ha sostenuto il ministro D’Alema, è un leader democraticamente eletto, su questo non c’è dubbio, e la sua popolarità rimane sempre alle stelle. Quello però che D’Alema si è scordato di aggiungere è che Putin governa in maniera non democratica. Bastona gli oppositori e impedisce, con mezzucci burocratici, la presentazione di liste di opposizione alle elezioni. Insomma, pur con mezzi più morbidi, Putin si sta presentando come il Pinochet russo, ormai da quasi un decennio invocato come salvatore della patria. E non è escluso che lo possa diventare ancor più nei fatti nei prossimi mesi, dovesse decidere di ricandidarsi nonostante l’esplicito divieto della costituzione. Il golpe bianco è dietro l’angolo e gli oppositori sono avvisati.
D’altronde, ai russi non interessano le credenziali democratiche. Sono forse geneticamente autoritari, come si sostene da più parti? In realtà, ad inizio anni ’90, i cosidetti liberali hanno spiegato ai russi che la democrazia ed il mercato erano due faccie della stessa medaglia, e che grazie alle sorti gloriose e progressive del capitalismo la Russia sarebbe diventata come gli Stati Uniti. Le riforme economiche di questi finti democratici, però, hanno distrutto il paese, ed il rigetto dei russi per il mercato si è evoluto verso una evidente antipatia per il termine democrazia, associata a corruzione e potere oligarchico. Senza dimenticare, che il democratico Eltsin, nel 1993 bombardò il parlamento, salutato come eroe della democrazia da quegli stessi politici e giornalisti che ora, giustamente, accusano Putin.
Di certo l’opposizione di Kasparov non rappresenta un problema. Lo scacchista ha tentato di riproporre lo schema tipico delle rivoluzioni degli ultimi anni, dalla Serbia, alla Georgia, all’Ucraina. Una Ong che fa da cappello a tutte le opposizioni per scatenare una rivoluzione di piazza. Rimane di dubbio gusto che sia una organizzazione non governativa e non un partito a organizzare l’opposizione. Altrettanto sgradevole è che questi tipi di organizzazione siano finanziate dagli Stati Uniti, in parte dando indirettamente ragione al governo russo che ha impedito per legge il finanziamento delle Ong dall’estero. Dubbiosa, infine, la compagnia che si è scelto Kasparov. Gli aderenti al suo blocco di opposizione va dall’ex premier Kasianov, meglio noto come “Misha 5 per cento”, con chiaro riferimento alla mazzetta che si intascava in tutte le operazioni in cui era coinvolto, a Eduard Limonov, incandescente scrittore a capo di un movimento nazional-bolscevico, in realtà una fazione chiaramente fascista. I manifestanti presenti ai due appuntamenti raggiungevano a mala pena le poche migliaia di unità.
Cosa per altro sottolineata da Berlusconi, che si sa, di repressione della piazza è un esperto. La democrazia, per lui, si fa soprattutto con i sondaggi, le opposizioni si possono, anzi si debbono, bastonare. Ed i politici sono eletti dal popolo e solo al popolo rispondono. Concetti cari a Putin, già pronto a rivolgersi direttamente al popolo per mantenersi al potere. Una democrazia post-moderna con un retrogusto di vecchio fascismo.
Tags assegnati a questo articolo: Russia






