Lacrime da coccodrillo per Kurt Vonnegut

Ha avuto molti necrologi pubblici Kurt Vonnegut: e anche in Italia parecchi hanno pianto lacrime da coccodrillo. Ipocriti che ne hanno parlato male ogni volta che potevano e ora fingono di averne sempre apprezzato la grandezza e l’ironia, persino le doti umane. Quelli che lo hanno davvero sempre amato invece di piangerlo lo ringrazieranno facendogli il miglior dono per uno scrittore, vivo o morto che sia: regaleranno, presteranno o fotocopieranno [pirati? Sì, a lui piaceva la libera circolazione delle idee e delle storie … che terrorizza gli editori-vampiri] i suoi libri, lo faranno conoscere il più possibile.

«L’umanità lanciava sempre verso l’esterno i suoi agenti incaricati dell’avanzata […] I doni dello spazio erano tre: eroismi inutili, commedie di scarso valore e morte senza scopo. […] Solo l’interiorità rimaneva da essere esplorata. Solo l’anima umana rimaneva terra incognita». Sin dalla prima pagina di «Le sirene di Titano» [del 1959] Kurt Vonnegut mette in chiaro che l’astronave più interessante è l’essere umano e che il viaggio più difficile, l’approdo più inquietante resta lei, l’umanità. «Le sirene di Titano» è fantascienza al 100 per cento, altri romanzi di Vonnegut lo sono meno o per nulla ma resta sempre la conquista dello spazio interno la più difficile delle imprese. Che la science fiction non fosse solo un’etichetta «orinatoio» comoda per i critici ma una grande possibilità è lui che lo scrive, proprio nel meno fantascientifico dei suoi libri, «Perle ai porci ovvero Dio la benedica, mr. Rosewater» quando il protagonista interrompe così una conversazione tra scrittori: «Vi amo, figli di puttana. Siete tutto quello che leggo ancora. Siete gli unici che parlano dei cambiamenti veramente terribili che stanno avvenendo, gli unici abbastanza folli da sapere che la vita è un viaggio spaziale […] Gli unici con sufficiente coraggio per occuparsi del futuro, che si accorgono veramente di quello che le macchine ci stanno facendo, di quello che ci sta facendo la guerra».
Vonnegut verso la fine di «Mattatoio n. 5 o la crociata dei bambini» [ma il sottotitolo originale del libro è ben più lungo e ironico] scrive che «l’ecolalia è una malattia mentale che fa sì che uno ripeta immediatamente le cose che dicono attorno a lui le persone sane». Messo fra virgolette dubitative l’aggettivo «sane» appare certo che da allora l’ecolalia [qualcuno direbbe «il pensiero unico»] abbia contagiato una grandissima parte di giornalisti, intellettuali, educatori visto che «immediatamente» si adeguano alle cose che vengono dette senza verificare, dubitare, magari dissentire.

Vonnegut ne era immune. Scrivesse sul foglio libertario «Mother Jones» o sulle «autorevoli» riviste che ogni tanto gli lasciavano spazio non ripeteva quel che si sente dire intorno. Era un romanziere di grande successo ma aveva il coraggio di ridimensionare il suo ruolo e di non disprezzare gli altri lavori: «Scrivere è un mestiere come un altro. Il falegname costruisce mobili. Lo scrittore costruisce storie». Se occorreva sapeva essere «sinclastico» [come il misterioso «infundibolo» di «Le sirene di Titano»] cioè «incurvato dalla stessa parte in tutte le direzioni, come la buccia di un’arancia». Uno dei suoi personaggi dice in «Piano meccanico» [in italiano conosciuto anche con il titolo della prima traduzione, «Distruggete le macchine»]: «Voglio restare il più possibile vicino all’orlo senza cadere fuori. Stando sul limite si vedono un’infinità di cose che dal centro risultano invisibili».

Sempre scanzonato e auto-ironico: ascoltate un passaggio della prefazione italiana a «Comica finale» [Elèuthera nel ‘90]. «Nella mia ignoranza ho rovinato questo e parecchi altri romanzi con quella che per loro [i critici americani] è mancanza di serietà, e ho fatto cattivo uso della fiction per diffondere le mie strampalate idee sugli Stati Uniti d’America […] prima fra queste idee quella che il morbo più diffuso tra i miei connazionali è la solitudine». A quella solitudine, e alle altre gravissime malattie dei nostri tempi [l’indifferenza e il pessimismo] che Vonnegut temeva lui propone un rimedio…proprio in «Comica finale»: leggere per credere. Non per caso quel libro–dedicato a Stanlio e Ollio–era secondo lui anche «la cosa più vicina a un’auto-biografia che mai arriverò a scrivere». Ma qui Vonnegut si sbagliò: poco prima di morire, un anno fa, riuscì a scrivere un’auto-biografia–«A man without a country»–dove fra l’altro riversa un mix di notizie censurate e di sagaci commenti contro gli orribili Stati Uniti di Bush.

«Mattatoio n. 5» si presenta come un romanzo di fantascienza ma resta saldamente ancorato a due fatti storici, entrambi ricordati nel titolo: la distruzione di Dresda, la notte fra il 13 e il 14 febbraio 1945, da parte dell’aviazione «alleata» [era lì Vonnegut come prigioniero di guerra; si salvò perché rinchiuso in un mattatoio] e la doppia crociata nel 1212 di oltre 20 mila bambini, fra 8 e 14 anni, per «liberare il Sepolcro del signore dalle mani degli iniqui e perfidi saraceni». Bastavano queste tre ragioni–fantascienza, una scomoda verità sulla seconda guerra mondiale e la più pazzesca delle crociate–a fare di «Mattatoio n.5» un testo scomodo e infatti fu accolto malissimo, salvo poi essere ripescato e lodato dopo che i giovani ribelli degli anni ‘60 ne fecero a ragione un libro di culto.
Ma anche il primo dei suoi romanzi, «Piano meccanico», non piacque agli autori «veri» o ai critici che certo non gli perdonano di essere descritti così: «professioni specializzate nel coltivare, grazie alla psicologia applicata ai mezzi di comunicazione di massa, una pubblica opinione favorevole a proposito di temi oggetto di polemiche, senza recare offesa a chiunque abbia una posizione importante, e il mantenimento della stabilità economica e sociale come obiettivo primario». Quanto saggiamente invece si divertiva Vonnegut a recare offesa a quelli che hanno posizioni importanti e dunque sono colpevoli dello schifo di mondo in cui viviamo… e ai loro servi delle «pubbliche relazioni».
Gran persona. Anti-militarista e schierato nella lotta per la giustizia sociale. Oltreché «idiota divino», secondo l’azzeccata definizione di Leslie Fiedler. Militante anche da scrittore. Pronto a sghignazzare tranquillamente [in «Comica finale»] che «i fascisti sono esseri inferiori che quando qualcuno gli dice che sono superiori ci credono». O a scrivere nell’auto-biografia: «nel caso non ve ne foste accorti, oggi noi statunitensi siamo temuti e odiati in tutto il mondo così come lo erano i nazisti in passato. E tutto considerato hanno ragione a farlo». Coerente sino al punto di lasciare un buon lavoro nella General Electric quando scopre che è coinvolta nella produzione di armi. In una breve frase inserita in «Piano meccanico» ecco uno splendido, semplice, anti-retorico elogio della coerenza: «Thoreau era in galera per essersi rifiutato di pagare una tassa a sostegno della guerra contro il Messico. Non credeva nelle guerre. Ed Emerson andò in prigione a trovarlo. ‘Henry’ gli disse ‘perché sei qui?’. E Thoreau gli rispose ‘Ralph, perché non sei qui?’».
Capite che cosa di Vonnegut non piaceva affatto ai potenti e ai loro servi? Tutto quello che piace a noi. E in più scriveva da «divino idiota».

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