La politica e noi

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E così Massimo D’Alema ha scoperto–in una intervista sul Corriere della Sera–che la politica è screditata e che la repubblica rischia di essere “travolta”. Il rimedio, secondo il vicepresidente del consiglio, è rafforzare l’esecutivo, insomma smetterla con le perdite di tempo e dare ai politici [cioè a lui e a quelli come lui] il potere di decidere. Seguono dibattito [su quanto i politici siano corrotti e spendaccioni] e sondaggi [secondo uno dei quali sono in Portogallo i cittadini sono disgustati dai partiti più che in Italia]. Il sottinteso è che chi pensa che la politica sia un disastro è pronto ad abboccare a populismi e qualunquismi, e che il solo modo di tornare alla vera democrazia è–come appunto dice D’Alema–far sì che sistema politico e istituzioni diventino efficienti almeno quanto il consiglio di amministrazione di Eni o della nuova banca-mostro [quella formata dal matrimonio d’interesse tra Capitalia e Unicredit].

Nel frattempo, del tutto coerentemente, l’aspirante consiglio di amministrazione di Palazzo Chigi approva un decreto-mostro come quello sull’"emergenza rifiuti" in Campania, assai sottovalutato per il suo significato profondo. Secondo noi, in quel decreto c’è l’essenza del discorso di D’Alema. In un tutti i sensi. C’è l’incapacità–dovuta a corruzione e incultura, certo, ma anche al fatto che un politico dà retta alle più svariate lobbies ed è dunque impossibile che assuma decisioni all’altezza–di affrontare una questione che ha a che fare con il grado di saturazione, fisica e sociale, raggiunto da un modo dell’economia, e del consumo, che non sa riconoscere il limite, cioè la banale necessità che l’ambiente–naturale e umano–possa riprodurre se stesso. C’è la circostanza, che non vale solo per il sud, per cui quel modo dello “sviluppo” è criminogeno, e sempre più la differenza tra economia legale ed economia illegale è sottile, così che è difficile distinguere tra interessi della camorra, delle industrie che se ne servono [ad esempio per smaltire i rifiuti tossici] e i politici che organizzano attorno a queste attività le loro clientele.

C’è il fatto che invece, in numero rapidamente crescente, i cittadini variamente organizzati e raccolti attorno alle loro municipalità, o comunità, comprendono bene, per il fatto che lo provano direttamente, quanto quel modello sia insopportabile, e resistono, mettendo in crisi abbastanza facilmente, come nel caso di Serre, i tentativi di agire con la forza per imporre le decisioni sbagliate. C’è in quel decreto, in superficie, oltre al disprezzo per l’ambiente [ossia la possibilità di aprire discariche anche all’interno delle aree naturali protette], la liquidazione della democrazia, perché sono i prefetti, e il Commissario straordinario, a poter imporre le discariche, anche con la forza. C’è l’esasperante stupidità di una politica che non impara mai niente: se non c’è riuscito Berlusconi ai tempi dell’occupazione della Valle di Susa, perché dovrebbe riuscirci un Bertolaso qualunque? C’è infine, in quel decreto, la debolezza estrema della sinistra o dell’ambientalismo che teoricamente condividono le preoccupazioni delle comunità locali, e che al massimo riescono a frenare, a dissentire, ma non certo a fermare la valanga di frutti avvelenati della “crescita economica”: per cui anche la discussione frenetica attorno al “nuovo soggetto” di sinistra va presa con misura, perché non è principalmente lì, nelle aule parlamentari o nel governo, che si potrà far cambiare rotta al carro armato del liberismo.
Secondo noi quel che sta accadendo è che la crisi della politica produce–in forme e tempi complicati–un’altra politica. Una democrazia dei beni comuni, che ha le sue fondamenta nel libero associarsi dei cittadini e nel loro fare comunità. E dunque dopo D’Alema non c’è il diluvio.

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