Continui, discontinui, in crisi

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Che sta succedendo nella maggioranza di governo? Il voto al senato sembra, allo stesso tempo, una catastrofe e una bazzecola. Una catastrofe perché il governo rischia di precipitare in una spirale di trattative, verifiche e distinguo perfino più autistico del solito. Una bazzecola perché tutto ciò somiglia sempre di più a una fatica da criceti sulla ruota.
Il corto circuito è abbastanza evidente se, anziché pensare al voto in senato, si guarda alle parole di Giorgio Napolitano. Il presidente della repubblica, a Bologna, ha detto che “le manifestazioni non sono il sale della democrazia” e che a decidere “sono comunque le istituzioni”. Il rischio, secondo Napolitano, è che se salta questo schema si possa scivolare verso una non meglio definita crisi democratica. Pochi minuti dopo, quelle istituzioni che dovrebbero “decidere” sono entrate in stallo. Il governo è stato battuto al senato proprio sulla politica estera. E non, come poteva essere auspicabile, perché le istanze dei cittadini, da Vicenza a Sigonella, abbiano finalmente trovato spazio, ma solo perché, evidentemente, Massimo D’Alema ha tentato un azzardo senza contare bene le carte. L’opposizione alla nuova base statunitense di Vicenza, naturalmente, ha a che fare anche con la decisione di D’Alema di discutere in aula la politica estera del governo, ma, per ammissione dello stesso ministro degli esteri, non era il centro del suo intervento.

Non è facile capire il merito del contendere: una parte della maggioranza [Lamberto Dini, per esempio] rivendica la continuità con la politica estera precedente; un’altra parte [Oliviero Diliberto, per esempio] rivendica la discontinuità. A parte il ritiro dall’Iraq, quasi tutte le scelte del governo possono essere lette da un lato e dall’altro e come tali vengono effettivamente lette dai rappresentanti delle due [almeno] anime della maggioranza.
D’Alema aveva tentato di spostare l’asse del dibattito dalla diatriba sulla discontinuità alla “coerenza con gli impegni presi con gli elettori e con gli interessi strategici del paese”. Quali siano gli interessi strategici è oggetto di discussione, ma almeno sappiamo qualcosa degli elettori. E sappiamo per certo che una gran parte di essi, presentandosi in massa a Vicenza, ha dato corpo, voce e sorrisi a un senso di insoddisfazione palpabile, diffuso, variegato. Vicenza è stata probabilmente la prima sirena d’allarme di questa insoddisfazione che riguarda, oltre alla politica estera, i temi dei diritti civili, del lavoro, delle grandi opere: quasi tutti, insomma. E qui torniamo a Napolitano. Se il suo ragionamento reggesse, non varrebbe la pena mobilitarsi, per esempio, per l’abolizione della legge 30, per la chiusura dei Cpt o per la legge a favore dell’acqua pubblica. Decidono le istituzioni.

La delega in bianco, però, è finita. Vicenza, da questo punto di vista, è solo l’ultimo di una lunghissima serie di “eventi”, locali e nazionali, grandi e piccoli, quasi sistematicamente ignorati da chi sale al Colle in cerca di una legittimazione sempre più artificiale. E mostra, anche, che l’autonoma capacità della società civile di farsi la sua politica fa grandi passi avanti. Il centrosinistra, tra un voto e l’altro al senato, farebbe bene a chiedersi perché.

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