In un’affollata conferenza stampa, giovedì 4 gennaio, il ministro dell’interno Giuliano Amato ha sciorinato i numeri che riguardano la “sicurezza” nel nostro paese. Per chi se li fosse persi, campeggiano, con ben poca critica, sulle prime pagine dei maggiori quotidiani. Al di là del merito di alcune proposte che potrebbero anche apparire sensate, è il tono generale che preoccupa. A giudicare dagli articoli che la raccontano, la conferenza stampa è stata ben scarsa di domande al ministro che ha solleticato, numeri alla mano, il senso di insicurezza che gli italiani da qualche anno si convincono di provare, a ondate ricorrenti.
Non sembra che il centrosinistra abbia riflettuto e meno che mai fatto autocritica sulla propria politica securitaria della prima metà degli anni novanta. Non sembra che si vada oltre le solite ricette di più polizia, pene più severe, più carcere eccetera eccetera. Sembra, insomma, una politica di destra sul terreno, peraltro, in cui la destra italiana ha dato il peggio di sé. Un esempio efficace è il tema che ha fornito ai titolisti lo spunto migliore: i finanziamenti alle moschee italiane. Il ministro ha detto che bisogna conoscere le fonti di finanziamento delle moschee, il che può essere ragionevole e da applicare anche alla gestione economica delle diocesi, delle sinagoghe, dei templi. Ma la ragione di questa richiesta è, come sempre, legata alla presunta “peculiarità” dell’Islam italiano, che il ministro non si preoccupa di associare, ancora una volta, al terrorismo internazionale.
Venti persone, ha detto Amato parlando delle moschee, sono state espulse perché la loro presenza era una minaccia alla sicurezza nazionale. Chi sono? Perché erano una minaccia? Nessuno ha chiesto. Dove sono state espulse? Nulla. Nulla anche per il capitolo immigrazione, infilato d’ufficio nel discorso sulla sicurezza con una disinvoltura calderoliana. La “nota positiva” sarebbe la collaborazione con la Libia, dittatura amica, che ha accettato con lauta retribuzione politica ed economica di fare il lavoro sporco: fermare nel deserto migliaia di migranti ogni anno. Se ne perdono le tracce. La sabbia ricopre i cadaveri. Gli sbarchi, però, diminuiscono. Amato è contento. Gli italiani più sicuri.
Il messaggio ministeriale è stato recepito immediatamente da Repubblica e Corriere, che hanno “impacchettato” moschee e prostituzione, rapine in villa e migranti a Lampedusa, riferimenti alla consulta islamica e “questione rom”. Un frullato sociale di problemi diversi, distinti e che non andrebbero mai mischiati. Mancano, nell’elenco dei demoni, la droga e la mafia. Forse Amato pensa che non siano minacce alla sicurezza dei cittadini tanto urgenti quanto scoprire che gran parte delle moschee italiane si finanzia con la zakat, l’elemosina obbligatoria prescritta dall’Islam. Oppure che i lavoratori irregolari che denunciano i caporali rischiano di essere espulsi perché senza documenti. O più semplicemente, droga e lotta alla mafia sono presidiati da due ministri “forti” come Livia Turco e Clemente Mastella. Mentre nessuno si vuole prendere la grana dei rapporti con l’Islam, saldamente in mano al Viminale che consulta e controlla, dialoga ed espelle, incoraggia ed arresta. C’è qualcosa che non funziona in questo approccio. Ma non c’è speranza di trovarlo nelle parole del ministro.






