Sabato, intorno alle due del pomeriggio, sono sbarcato dal treno: tornavo da Reggio Emilia, dove la sera prima avevo incontrato un po’ di amici e compagni per parlare dei Cantieri sociali, la nuova associazione, e della possibilità di metter su un gruppo locale [la risposta è stata affermativa, sebbene con qualche depressione dovuta principalmente al brutto spettacolo offerto dal governo del centrosinistra]. Insomma, sono arrivato a Roma Termini e di colpo mi sono trovato in mezzo a gruppi di manifestanti: gente con bandiere di Forza Italia che cercava la metro, ragazzotti di Azione giovani [Alleanza nazionale] che cercavano gli altri come loro, giovanotti rasati con le bandiere della Fiamma tricolore che cercavano qualcuno da picchiare. Uno mi ha anche chiesto: “Scusi, per San Giovanni?”, e io, resistendo alla tentazione di indicargli la direzione sbagliata, gliel’ho detto. Uomini del popolo, signorine con i jeans con la targa e le tasche posteriori all’altezza della coscia, come vanno adesso, famiglie: la cosa mi ha fatto riflettere, ai piani inferiori–quelli che preferisco–si parlano anche lingue a noi incomprensibili. E la parola d’ordine “diventate come me, ricco e sempre in gamba”, che ha fatto la fortuna di Berlusconi, continua a trapanare la testa di un sacco di gente, con il corredo di mikebuongiorni e di veline.
Il mondo è complicato, mi dicevo entrando in casa. Un pomeriggio di relax, finalmente [sto scrivendo che è domenica, siamo qui in redazione]. Guardare la tv era fuori questione: su ben tre canali diversi si zompava tra piazza San Giovanni, dove il leader scelto dal popolo avrà ripetuto la parola “libertà” circa duecento volte, e Palermo, dove quegli sfigati di post-democristiani biascicavano le loro omelie di centro. Cercavo, piuttosto, notizie della manifestazione che mi interessava davvero, quella di Vicenza contro la mega-base militare targata Usa. Nel Televideo, né in quello Rai né in quello Mediaset, nemmeno una parola. Ho trafficato con internet, e ho trovato qualcosa solo sul sito nostro, quello di Carta, e quello di Radio Sherwood. Poi per fortuna mi ha telefonato Paolo Cacciari, che era lì in mezzo, e mi ha raccontato: intorno si sentivano campanacci e cori. Magnifica manifestazione, diceva Paolo, anzi gridava per farsi sentire, ci sono le famiglie davanti, e un sacco di gente…
Allora mi sono chiesto perché quella disparità: troppo da una parte, niente dall’altra. Non poteva dipendere solo dai numeri. E una risposta era lì, sul Corriere della Sera che avevo letto dalla prima all’ultima riga, causa treno. Una serie di fotografie citavano le più grandi manifestazioni del dopoguerra: dal funerale di Togliatti, mi pare di ricordare, a quello di Berlinguer, dalla megamanifetazione della destra all’epoca dl primo Prodi alla marea per l’articolo 18, il raduno dei “girotondini” in quel periodo, ecc. Manca qualcosa, mi ero detto. E già, mancava il 15 febbraio del 2003, la “manifestazione globale” contro l’imminente guerra in Iraq, quando a Roma c’erano–dicemmo senza essere smentiti da nessuno perché era vero–tre milioni di persone. Va bene, erano due, era un solo milione. Ma a chi frega? Io ho visto tutte quelle manifestazioni [Togliatti no, ero troppo giovane] e vi assicuro che una cosa come il 15 febbraio non l’avevo vista mai.
Dunque, il Corriere della Sera fa del revisionismo storico applicandolo al presente [il suo direttore, Paolo Mieli, si presenta come uno storico, perciò se ne intende]. E in una di quelle televisioni, mentre cercavo di evitare le dirette dalla faccia di Berlusconi, qualcuno ha detto: la più grande manifestazione del dopoguerra, più di due milioni, ecc. Ma di nuovo: a chi frega? E’ stata una enorme e preoccupante manifestazione, dovrebbe bastare.
Ma anche quella di Vicenza è stata importante, se i media e la politica avessero gli occhi per vedere. Il suo motto si può forse riassumere così: terra e pace [mi rendo conto di stare citando senza volerlo una enciclica di papa Giovanni: “Pacem in terris”. Nel senso che la difesa del proprio habitat, natura, città, si coniuga in questo caso con il rifiuto della megamacchina della guerra, che usa, letteralmente usa, i nostri luoghi per andare a distruggere altri luoghi, dove vivono famiglie magari di colore lingua religione differenti, ma pur sempre famiglie. E lo pianificano, per di più, dopo la prova provata che sulla guerra in Iraq avevano ragione i tre milioni che il Corriere della Sera ha cancellato dalla storia recente: era una bestialità e avrebbe ucciso e indotto a uccidere. La macelleria quotidiana in Iraq è l’effetto per niente collaterale delle basi come quella che si vorrebbe costruire a Vicenza. E tutto questo, il rifiuto di essere invasi e quello di invadere chicchessia, avviene in un modo molto simile a quello con cui i valsusini rifiutano la Tav e i “cortili” di tutto il paese respingono lo “sviluppo” cannibale.
Bene, noi su Vicenza abbiamo fatto la copertina, nel numero uscito proprio quel giorno. E della cosa hanno parlato–prima–solo i media indipendenti. Volete altre conferme? Perché non vi abbonate subito [scusate l’insistenza]?
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