Nella città portuaria di Algeciras, che si affaccia sulla riva sud del Mediterraneo, incrocio di migrazioni e «culture», si è data appuntamento la «faccia buona» dei paesi della riva nord. Alla quinta conferenza ministeriale sull’immigrazione nel Mediterraneo occidentale, il 12 e 13 dicembre, hanno partecipato l’Italia, la Spagna, la Francia, Malta e il Portogallo e, per la riva sud, il Marocco, la Tunisia, l’Algeria, la Libia e la Mauritania.
I dieci paesi, che erano riuniti per discutere delle politiche di inclusione e di integrazione sociale e lavorare sulla costruzione della parità dei diritti, si sono dichiarati consapevoli della dimensione strutturale delle migrazioni. Una ragione in più, secondo il ministro delle Politiche sociali Paolo Ferrero, «per lavorare a governare legalmente il fenomeno migratorio». La Francia, attraverso il suo ministro della coesione sociale e delle pari opportunità Catherine Vautrin ha dato il suo assenso a questi impegni. Una mossa tutt’altro che scontata, visto le politiche repressive portate avanti dal governo de Villepin e dal suo famigerato ministro degli Interni Nicolas Sarkozy. Ma non c’è tanto da stupirsi, le decisioni prese nell’ambito del dialogo 5+5 non sono in nessun modo vincolanti.
I paesi della riva sud hanno avanzato alcune richieste. Il ministro della funzione pubblica e del lavoro della Mauritania, Mohamed Ould Djegue, si è dichiarato soddisfatto degli esiti della conferenza e ha tenuto a ribadire che l’Europa non deve affiancare solo i paesi di origine dei migranti ma anche quelli, come la Mauritania, di transito. Nel paese africano tra gennaio e ottobre 2006, sono transitati oltre 12 mila migranti, provenienti per lo più del Senegal, del Mali, del Benin e della Guinea Bissau. Nel porto di Nouadhibou, nel nord della Mauritania ci sono centri di detenzione gestiti insieme alla Spagna, con la quale il governo ha firmato nel 2003 un accordo di rimpatrio dei clandestini. «I paesi del sud – dice il ministro mauritano – non hanno un mercato del lavoro abbastanza ampio da poter permettere a tutti di vivere. Le migrazioni sono necessarie. Dobbiamo venirci incontro: in occidente ci sono posti di lavoro da occupare e i migranti sostengono economicamente il proprio paese. Se le migrazioni avvengono in buone condizioni, i paesi del sud e quelli del nord potranno approfittarne». Sull’aspetto repressivo delle politiche migratorie, Mohamed Ould Djegue ha preferito invece non sbilanciarsi. Qui si costruiscono i canali regolari dell’immigrazione.
La Spagna, con la voce della sottosegretaria Consuelo Rumi, non ha perso occasione per sventolare il modello spagnolo e ha ribadito che «l’immigrazione è un fenomeno globalmente positivo che necessita una cooperazione multilaterale». La penisola iberica, che conta 3,7 milioni di migranti regolari per un totale di 44 milioni di abitanti, conosce una crescita economica che, secondo i pronostici, si aggirerà attorno al quattro per cento per il 2006. Un dato da ricondurre, secondo un rapporto dell’economista e consigliere speciale del premier Miguel Sebastián, all’arrivo di 3 milioni di migranti in Spagna dal 2000 a oggi. In cinque anni, i migranti avrebbero così partecipato a aumentare il reddito nazionale procapite di 623 euro. La loro presenza è una boccata d’aria per i conti pubblici spagnoli: basta guardare alle pensioni. I migranti contribuiscono al 7,4 per cento dei contributi ma ne percepiscono solo lo 0,5 per cento e dovrebbe essere così fino al 2030. Il 15 per cento dei migranti in Spagna lavora come badante, il che ha permesso a 1,5 milione di donne di lavorare. Il 38,5 per cento dei nuovi posti di lavoro sono occupati da migranti non qualificati. Ma il «modello spagnolo» – certo molto più attraente dell’accanimento francese contro i migranti o di quello dell’Italia berlusconiana che per cinque anni ha impedito alla Tunisia di firmare un visto a un suo cittadino – non è privo di ombre. A qualifica uguale, i migranti sono pagati il 30 per cento in meno rispetto ai lavoratori spagnoli, e il sessanta per cento di loro ha una situazione lavorativa precaria, contro il 33 per cento a livello nazionale. Secondo le associazioni che difendono i diritti dei migranti, in Spagna sono presenti circa un milione di sans papiers. E l’altra faccia della politica spagnola in campo di immigrazione ha dato il meglio di se a Ceuta o nei rimpatri massicci di migranti verso i loro paese di origine, come ricordano gli accordi stilati con il Senegal.
Durante la conferenza, alcune richieste specifiche sono state rivolte all’Italia. In particolare, spiega Ferrero, risolvere «il problema delle pensioni dei lavoratori migranti che hanno pagato i contributi in Italia. La Tunisia lo ha sollevato. Con il Marocco abbiamo un accordo che non è stato ancora ratificato». «Secondo la legge Bossi-Fini – aggiunge il ministro – un lavoratore ha diritto a riscuotere, quando arriva all’età pensionabile, i contributi versati solo dopo cinque anni di lavoro nel nostro paese. Vorremo inoltre attuare un ricongiungimento che permetta per esempio a chi ha lavorato sette anni in Italia e quindici nel suo paese, di mettere le due cose insieme. Sono proprio le vecchie richieste che l’Italia ha rivolto ai paesi europei a partire degli anni sessanta». Questo e ben altro dovrebbe rientrare nel raggio di competenza della legge che sostituirà la Bossi-Fini. «Il bilancio del tavolo con il ministro degli interni Giuliano Amato – dice Ferrero – che si è appena concluso, è molto positivo. C’è una totale convergenza sulla direzione in cui modificare la legge. Le richieste ricorrenti sono la semplificazione amministrativa, i diritti sociali, l’incontro della domanda e offerta di lavoro e l’integrazione, che difficilmente però avviene attraverso una legge. L’accesso alla casa e ai servizi a domanda individuale, come l’asilo nido, creano problemi, ma sono temi di welfare generale che toccano anche il resto della popolazione. È sorprendente quanto, allontanandosi del dibattito politico nazionale, le richieste di chi è confrontato concretamente ai migranti e alle loro problematiche siano simili».
In questa proposta di legge, che fine fanno i Cpt? «Se si riesce a modificare le modalità d’ingresso, il numero di clandestini che circolano e possono finire in un Cpt scende vertiginosamente. Per quanto riguarda la funzione di identificazione attribuita ai Cpt, si può ragionare sia sulla riduzione dei tempi, sia sulla modifica concreta. Un centro di identificazione, laddove serve, non deve avere le caratteristiche di un carcere. Non è detto per esempio che debba essere chiuso. Nei Cpt oggi finisce anche chi ha scontato una pena detentiva e, per assurdo, non è stato identificato in galera: il migrante viene quindi mandato in un Cpt alla sua uscita dal carcere. L’identificazione, per chi va in galera, deve avvenire lì». Lavorare a restringere l’immigrazione clandestina quindi ma sul decreto flussi che dovrebbe essere emesso in primavera, Ferrero non si sbottona. Indica soltanto che «verrà fatta una verifica con le aziende, in particolare quelle agricole, che hanno bisogno di lavoratori stagionali, perché diano cifre realistiche. Quello che conta è che ci sia una pluralità di canali per fare entrare i migranti e una flessibilità del flusso, cosa di cui gode la Spagna. Che il tasso di delinquenza tra gli immigrati regolari sia più basso della media della popolazione italiana è un fatto, la regolarità è un vero fattore di inclusione».
La proposta di legge dovrebbe approdare in parlamento e sul tavolo delle associazioni in gennaio. C’è da scommettere che il «programma di rimpatrio volontario incentivato» sul quale lavorano assieme ministero delle politiche sociali e ministero degli interni o la trasformazione dei Cpt, e non la loro chiusura saranno soggetti a discussione.






