«Parole che escludono, l’anti-dizionario di Giuseppe Faso»

Non mancano i libri che hanno indagato sul razzismo, più o meno celato, nel linguaggio dell’Italia di oggi. Fra quelli recenti, il più importante resta [a suo tempo lo segnalò Barbara Romagnoli su Carta] «Parole contro. La rappresentazione del “diverso” nella lingua italiana e nei dialetti» di Federico Faloppa, uscito da Garzanti nel 2004.

Purtroppo i giornalisti continuano a dare il cattivo esempio. E, con leggerezza, a produrre mostri inesistenti. Forse impressiona ancor più l’indifferenza dei molti democratici che l’esplicita volontà dei [relativamente pochi] razzisti confessi. Ogni tanto qualcuno scopre che le parole sono pietre. Da anni invece, con scientificità, tenacia e regolarità Giuseppe Faso, di Africa insieme, su «Aut&Aut» [giornale delle autonomie toscane] tiene la rubrica «Le parole che escludono» che si è trasformano nel libretto [96 pagine, senza indicazione di prezzo] omonimo e, con il sotto-titolo «Voci per un dizionario» viene pubblicato nei quaderni di Arci report.

Sono 28 le parole messe sottosopra da Faso: lette una dopo l’altro danno da pensare, graffiano e forse scorticano, fanno male… se finiscono in certe mani: per esempio quelle sicure, veloci e con unghie pulite che hanno scritto di una «vocazione predatoria del popolo albanese» [confronta pagina 64] oppure un minaccioso articolo rimbombante di «dialetti incomprensibili … presenze inquietanti defilate nell’oscurità… bazar, droga e prostituzione» [pag 52] per rettificare il giorno dopo, si trattava solo d’un ragazzo di Montecatini che aveva litigato con la fidanzata.

Dopo la nota – tagliente come piace a Faso – di Annamaria Rivera e una più pensosa, ma utilissima, di Bianca Maria Scarcia Amoretti ecco le voci: extracomunitario; etnia-etnico; vu cumprà; cittadini [e non]; fondamentalismo; sanatoria; code; Al Quaeda-talebani; orrore; probabile; badanti; impronte; consulte; albanesi; mediatore-trice culturale; italiano; alfabetizzazione; insuccessi; altro-Altro; badanti, clandestini e altre facezie; integrazione; rilevanza; disperati; legge; opinioni; sostenibile; cibo; ospite. Vale pensarci un attimo: chi di noi usa alcune di queste parole? Come, in che contesto? Oppure se non le usiamo e – almeno alcune – le contestiamo, cosa accade [alziamo solo il sopracciglio?] quando le sentiamo usare da qualcuna/o che parla proprio con noi? Si sbaglia per scelta, per ignoranza o perchè come i cani di Pavlov saliviamo quando il campanello annuncia la pappa?

E’ ovvio che chi bazzica Carta non usa «vu cumprà» [o quel «razza» che Faso neppure considera e forse per una volta sbaglia] ma «probabile» oppure «opinioni» cosa hanno a che fare con il pregiudizio? Faso è bravissimo a spiegarci l’inganno: sono due delle voci che più possono mettere in crisi chi legge in buona fede questo libretto perché sono dentro un armamentario di trucchi che noi usiamo… magari in altre circostanze. Una parola-trabocchetto che manca nell’anti-dizionario di Faso è «insospettabili»: tipica frase usata da ogni giornalista quando un cittadino illustre viene preso con la cocaina… invece sarebbe sospettabilissimo se dobbiamo credere alle statistiche secondo cui i poveri rubano auto e scassinano negozi mentre i ricchi per l’appunto spesso trafficano in droghe per Vip.

Sperando che Faso continui questo prezioso lavoro, intanto leggete questo libretto e se vi capita partecipate a qualcuno dei molti incontri nei quali viene presentato [su www.arci.it se ne dà notizia]. Se ne discute con un calore che da una parte fa intendere come si stiano toccando nervi scoperti e dall’altra come, su certi argomenti delicati, sia legittimamente possibile avere differenti «opinioni» [ma su questa parola-boomerang leggete appunto ciò che scrive Faso e capirete che vi sto e soprattutto mi sto… prendendo per il culo].

Una volta che Faso ha messo in moto il flusso dei pensieri è difficile fermarsi. Alla parola «rilevanza» per esempio: prendiamo parte anche noi alla «cancellazione delle tracce» [creando, si sa, inquietudini nel povero Freud non meno che nel gigione tenente Colombo]? Ci è mai capitato – oh, senza volere – di pensare che magari c’è un «razzismo sostenibile»? Per quelli che s’ammantano del «politically correct» e del «buonismo» che Faso considera trappole, potrebbe scattare un dubbio pesante come l’Everest: le belle frasi che usiamo vanno d’accordo con le pratiche? «Le parole che escludono» cattura anche nelle note: non solo per le utili indicazioni bibliografiche ma perché, per esempio a pagina 22, in poche righe Faso “bastona” la pigrizia e i pessimi alibi… in questo caso degli amministratori.

Infine una perfidia. Chi sfoglia il libro registra, magari con la coda dell’occhio, quattro immagini riprese da una celebre campagna dei Ds «per la promozione del diritto di voto ai migranti» e magari pensa [chi dispiaciuto, chi compiaciuto] che il vecchio cordone ombelicale fra l’Arci e il partito di D’Alema-Fassino resiste a ogni temporale. Poi arriva a pagina 68 e quel retro-pensiero va in crisi: pessima comunicazione per una politica ambigua, la critica di Faso è durissima e netta. L’inferno qui in terra è lastricato di vaghe intenzioni e di cattive parole. La sinistra non ne è affatto immune.

Non c’è solo Faso a far scattare una strana catena di flash: inquieta più quello che dice Bianca Maria Scarcia Amoretti sul film «Le crociate» di Ridley Scott o ricordare d’improvviso che in Italia [per colpa delle figurine] se dici Saladino c’è sempre qualcuna/o che aggiunge «il feroce»? Davvero abbiamo una nostra idea sul «relativismo» e sul presunto «universalismo» [ma anche «sull’incertezza del sé», sulla nostra identità] oppure, come polemizza Annamaria Rivera, ci facciamo strangolare dal martellare delle dichiarazioni, tanto più imprecise quanto più rabbiose, che con Ratzinger ha assunto il ritmo di una scomunica al giorno? E infine sarà vero – presumo di sì – quel che scrivono Paolo Beni e Filippo Miraglia nell’ introduzione? Esiste «una guida dell’Italia per turisti molto diffusa nel mondo dove, nella versione inglese, viene spiegato […] che in Italia con il termine extracomunitario si indicano gli stranieri che hanno commesso reati».

Certo il problema delle «parole a rovescio» non riguarda solo questo frammento del mondo reale che siamo soliti – appunto con notevole imprecisione – definire razzismo e integrazione. I significati si trasformano sotto i nostri occhi. Alcune parole si dissolvono, altre resuscitano. Tante volte ho sognato che fossa colpa di piccoli gnomi cattivi: ogni volta che qualcuno diceva o scriveva «pace» o «disarmo» quelli cambiavano in «polizia internazionale» [o «intervento umanitario»]. Se si urla «solidarietà» ecco uno gnomo che afferra la parola, la torce tutta sino a che diventa «elemosina». Altri gnomastri lavorano sulle orecchie o sugli occhi: dalla tua gola o dal tuo computer escono «sfruttamento» o «ingiustizia» così ma appena arrivano nei pressi del lobo o della retina ecco che quelle paroline vengono tritate e reimpastate dallo gnomo di turno in «fame», «sottosviluppo», «emergenza»… Da poco è capitato che in un Paese europeo il capo di una coalizione di centro-sinistra abbia spiegato che doveva «concedere una base militare agli Usa» e – molti di voi forse non ci crederanno – nelle orecchie di alcune persone la frase si è trasformata: «è un problema urbanistico dei vicentini». Parole che escludono proprio tutto: persino l’intelligenza.

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