Il nulla dopo il tutto

Il 17 gennaio 100.000 persone erano riunite sotto la sede della Centrale Obrera Departimental della Plaza 14 de Septiembre di Cochabamba. Dopo i violenti scontri dell’11 gennaio scorso e i due morti che ne furono il triste epilogo, la piazza chiedeva all’unisono una sola cosa: un nuovo prefetto, «Ahora!». E il disconoscimento ufficiale del «prefecto asesino» Manfred Reyes Villa.

Pochi giorni più tardi lo stesso Reyes Villa faceva il giro dei canali televisivi boliviani mentre era in visita ai feriti degli scontri dell’11 gennaio.
Due colpi d’occhio abbastanza forti che ben riassumono la situazione delicata in cui si sta muovendo il Governo Morales, nel pieno dei festeggiamenti per il primo anno di mandato.

Le apparizioni di Reyes Villa appartengono a quel teatrino mediatico reso possibile dal doppio filo che unisce i principali monopoli dell’informazione boliviani alle forze politiche di destra del Paese.
Dei circa 200 manifestanti che sono ancora nelle corsie ospedaliere, il 90 per cento appartengono alle organizzazioni di cocaleros e contadini che più di tutti esigevano le dimissioni di Reyes Villa e quattro di essi sono acora in bilico tra la vita e la morte, colpiti da pallottole calibro 9 e calibro 11. Era difficile pensare che avrebbero fatto anche solo avvicinare quello che considerano il mandante degli aguzzini dei propri cari.
Ma il panorama politico di Cochabamba, caduto in una crisi senza precedenti sfociata nel «giovedì nero» dello scorso 11 gennaio, ha subito nell’arco di 24 ore una violenta sferzata.

Reyes Villa è lo stesso prefetto che la notte del 12 gennaio era fuggito di nascosto a Santa Cruz dal collega Rubén Costas Aguilera perché «non esistevano le condizioni di sicurezza». (gia’ che c’era aveva fatto un salto dagli amici statunitensi per denunciare di essere in preda alle forze massiste cittadine); è lo stesso che ad oggi non ha ancora ripreso le sue funzioni ufficiali, delegate al vice Johnny Ferrel. Per le migliaia di manifestanti che per giorni lo hanno contestato – cocaleros, campesinos, sindacati e movimenti sociali – Reyes Villa rimane il principale imputato per i due morti di quella tragica giornata, il mandante morale, il sobillatore di masse che ha aizzato – e per alcuni, materialmente organizzato ed armato – le bande di giovani della media ed alta borghesia cochabambina e cruceña che ha riversato la propria rabbia razzista su cocaleros e contadini indigeni.
Una faida fratricida provocata dalle sue stesse dichiarazioni, il 14 dicembre scorso: Reyes Villa voleva un referendum sull’autonomia per il proprio distretto, voleva agganciare Cochabamba all’Oriente del paese in mano alle oligarchie di destra che stanno battagliando per l’indipendenza contro il governo di Evo Morales. Voleva poter andare a braccetto con il prefetto cruceño che fa affari con l’imprensario e latifondista croato Branco Marinkovic che ha le mani in pasta ovunque – banche [il Banco Económico], oleodotti [IOL], imprese di trasporti,
[la Transredes, per il 50 per cento di Enron e Shell] – e che è tanto amico dell’ambasciatore statunitense Philip Goldberg. Quella del 14 dicembre era stata una diretta provocazione verso i movimenti sociali legati al Mas che proprio a Cochabamba ha una delle sue più resistenti roccheforti elettorali, e dove la figura di Reyes Villa è associata a quella dell’ex presidente Sanchez de Lozada.
Ma il «cabildo abierto», l’assemblea cittadina del 17 gennaio ha cambiato tutto.
In decine di migliaia hanno atteso invano dai dirigenti sindacali la «soluzione» alle giornate di lotta, iniziate il 4 gennaio. Dalla Cod – la Central Obrera Departimental – dai Regantes – con il senatore del Mas Omar Fernandez – dalla Unica – federazione campesina che riunisce sei organizzazioni di cocaleros del Tropico – si aspettavano il nome del nuovo prefetto cittadino. Tentennamenti. Discorsi vuoti e giri di parole. Nessuno dei dirigenti, affacciati al balconcino del palazzo, è riuscito o ha potuto dar soddisfazione alla piazza, che esigeva il rispetto di quella democrazia partecipata che nel 2000 durante la «Guerra dell’Acqua» aveva «illegalmente», ma legittimamente, buttato fuori dalla città la multinazionale Bechtel che aveva privatizzato l’acqua [con l’aiuto dell’allora sindaco, Manfred Reyes Villa]. E che tre anni più tardi aveva delegittimato lo stesso presidente della repubblica, Gonzalo Sanchez de Lozada.
Dall’alto, però, sono arrivati ordini diversi. Il Presidente Evo Morales dopo, il vicepresidente Garcia Linera prima, hanno dato indicazioni di «seguire la via della legalità». Un referendum revocatorio che avrebbe potuto cacciare Reyes Villa, ma legalmente. Parte dei manifestanti – in una piazza ormai svuotata, con i cocaleros che ripiegavano disorientati dopo giorni di veglia e di lotta, verso le proprie campagne abbandonate – ha eletto frettolosamente un «Governo Prefetturale Rivoluzionario», con a capo un tal Comandante Loro di cui a tutt’oggi si sono perse le tracce.
Il progetto di legge revocatoria – che era già stato proposto dal senatore di Podemos ed ex candidato presidente anti-Morales Tuto Quiroga – prevederebbe che ogni autorità eletta per volere popolare sia passibile di un referendum che ne possa revocare il mandato. Può valere per prefetti, sindaci – ma anche per il Presidente della Repubblica – che siano stati eletti con meno del 50 per cento di voti [tutti i prefetti boliviani non lo hanno raggiunto, Evo Morales ha vinto con il 54 per cento]. Ma, a parte l’effettive complicazioni che presenta – come ha recentemente informato il presidente della Comisión Mixta de Constitución, Antonio Sánchez, la legge è la momento ferma.
Mentre Reyes Villa – che ha fatto sapere di sottoporsi «volentieri» a tale referendum, come d’altronde tutta la fila dei prefetti di destra del Paese – è ben saldo alla sua poltrona.
La tattica del governo Morales ha disatteso il volere della piazza. Che sta peraltro alzando la voce in altre parti del Paese – a El Alto, nel dipartimento di La Paz , i movimenti sociali stanno chiedendo le dimissioni del prefetto José Luis Paredes e lunedì avevano chiamato lo sciopero generale.
Ed è un comportamento di mediazione verso le forze di destra – dovuto anche al continuo ostruzionismo che l’Opposizione attua nella Camera Alta, dove da ieri ha la presidenza, con l’elezione del senatore dell’Un José Villavicencio – che a detta di molti ha rinvigorito delle frange estreme dell’oligarchie «cambas» di Santa Cruz, mentre una parte dei movimenti sociali – alcune sigle dei Regantes, dei Cocaleros, la Fejuve [Federazione delle Giunte Vicinali], i movimenti indigeni aymara dell’Omasuyo di La Paz e altre organizzazioni di base – avrebbe voluto una politica più risoluta.
La tattica del governo è comunque riuscita a colpire parte degli interessi delle oligarchie dell’Oriente boliviano. Che hanno infatti risposto rabbiosamente con l’«indipendenza dal Governo Indio», alimentando un odio razziale che sembrava essere sopito – in un momento storico in cui si assisteva alla rinascita dell’orgoglio indigeno in gran parte del continente latinoamericano – e che invece covava sotto le braci.
Morales ancora di un largo consenso popolare, come è stato evidente in queste giornate di festeggiamenti per il primo anno di mandato. La riduzione del 50 per cento dei salari e delle facilitazioni riservati al presidente e ai parlamentari, il ruolo di Morales sulla scena internazionale, il suo appoggio alle popolazioni indigene, un’Assemblea Costituente anche se dall’incerto cammino, l’approvazione di una Coordinadora Nacional para el Cambio [Conalcam] – annunciata nel pomeriggio di ieri, insieme ai sette nuovi ministri che faranno parte del governo – a cui partecipano 20 organizzazioni sociali, sono tutti segnali che per un popolo assetato di cambiamento come quello boliviano sono come acqua fresca. E che ogni tanto ci rimette un «martire», come è stato per Juan Tica Colque, cocalero caduto l’11 gennaio a Cochabamba.

Cochabamba, 24 gennaio 2007

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