Somalia: La tempesta dopo il fulmine

Dopo anni di guerra civile nella mia nazione, la Somalia, “dimenticata” da Dio e dagli uomini, all’improvviso assistiamo a un iper-dinamismo apparente che somiglia più ai primi anni della guerra
dei «signori» che alla rinascita di uno stato somalo. Una tempesta devastante, dopo il fulmine a ciel sereno della breve parentesi del domino islamista nel centro-sud del Paese. Un proverbio somalo recita «Un uomo bagnato non si guarda dall’acqua», nonostante ciò questa tempesta pone quesiti nuovi e preoccupanti, non tanto per i civili massacrati (ce ne sarebbero stati comunque, in ogni caso), ma piuttosto per il momento, gli attori e le conseguenze.

Il momento: La Somalia è l’unico caso nella storia moderna di uno stato fallito come capita ogni tanto alle aziende. Senza governo, senza ministri e ministeri, senza nessuna autorità politica, senza esercito o polizia, scuole e qualunque cosa che possa dare la minima parvenza di uno Stato. Senza ambasciate o passaporti. Insomma, la Somalia a un certo punto scompare e basta. Dopo il fallimentare intervento degli Stati Uniti e, in seguito, dell’ONU, dal 1992 al 1994 il paese è stato abbandonato al suo destino. In realtà viene usato per svolgervi varie attività più o meno dannose. Innanzitutto è diventata la discarica mondiale dei rifiuti tossici.
Basta guardare sui siti somali le foto dei bambini nati deformi a causa della radioattività e di altre sostanze pericolose. Ricordo il caso di una bambina nata senza organi genitali, e che nemmeno poteva soddisfare i basilari bisogni corporei. La Somalia di colpo si è ritrovata in una situazione che l’Europa ha già conosciuto. Il periodo feudale. Ogni uomo che è riuscito a saccheggiare abbastanza da permettersi di pagare qualche milizia si crea il proprio feudo, in cui la vita e la morte della popolazione civile dipendono da come si sveglia la mattina. Ovviamente, per finanziarsi tutto diventa lecito. Dallo schiavismo per portare a termine la raccolta nei campi alla coltivazione di droghe, all’importazione dei soliti rifiuti tossici. Qualcuno riesce persino a battere moneta o comprarsi i soldi del Monopoli da imporre nel suo quartiere, per poi fare da “ufficio cambi” e prendersi i dollari di rimessa mandati dai somali che vivono all’estero alle loro famiglie.
Una situazione del genere porta alla disperazione chiunque si trovi nel paese e all’esasperazione quelli che si sono rifugiati all’estero, ma che devono comunque mantenere i loro cari in una situazione angosciante. Dalla frammentazione della popolazione in tanti clan o sottoclan, grandi famiglie che non si fidano una dell’altra, dalla loro stanchezza e mancanza di speranza per il futuro è a un certo punto nato un gruppo che coglie l’unico elemento che accomuna tutti i somali e che poteva fungere da collante per ricomporre la fiducia e fermare la guerra. La religione islamica. Gli islamisti hanno semplicemente raccolto l’esasperazione della massa, sostenendo che non si uccide una persona solo perché di clan diverso. Non si violenta una ragazza solo perché non è del tuo clan. Non si deruba una vedova con orfani solo perché il suo clan è lontano da te. Nel giro di sei mesi, senza grandi sforzi hanno conquistato non solo Mogadiscio, ma gran parte del Centro-Sud della Somalia. Avevano il consenso di tutti i somali, compresi quelli all’estero, e non ci voleva molto. Hanno scacciato i baroni feudali che per 16 anni hanno imperversato e che raschiavano le ossa di una popolazione ormai da loro ridotta alla fame. Nessuno si aspettava un cambiamento così veloce dopo molto anni di staticità e potere incontrastato dei signori della guerra, praticamente un fulmine a ciel sereno.
Insomma, hanno riacceso la speranza.
È proprio in questo momento che avviene la tempesta, e che questi islamisti vengono spazzati via. È in questa situazione che il governo provvisorio somalo chiede l’intervento dell’Africa per farsi mandare i soldati. Richiesta che verrà approvata. Ma perché proprio adesso? Perché in questi 16 anni nessuno è intervenuto per fermare i «signori della guerra» che schiavizzavano la popolazione? Perché proprio ora che un gruppo di islamisti è riuscito a liberare la gente da questi baroni schiavisti, questi ultimi vengono riportati al comando dei loro feudi? Se erano proprio loro ad impedire al governo di insediarsi a Mogadiscio, perché il governo non aveva mai chiesto prima l’intervento dell’ONU e dell’Africa, ma ha preteso un intervento solo quando sono stati scacciati via? Tutto questo è avvenuto nell’interesse della popolazione somala o risponde a interessi altrui, e se sì quali?

Gli autori. Il Presidente di transizione somalo è uno dei più forti signori della guerra del clan di Siad Barre [ex dittatore] anche se di un sottoclan diverso. Abdullahi Yusuf, dopo essersi già imposto in passato in Punt Land, Nord-Est della Somalia, con l’esercito etiope, pare abbia l’obiettivo di raggiungere un giorno il controllo di tutta la Somalia. Data la guerra tra vari signori della guerra, nessuno di questi vedeva di buon occhio il potere crescente di questo Abdullahi Yusuf, compresi quelli del suo clan.
Somalia ed Etiopia sono rivali storici da tempo immemorabile, e solo dopo l’indipendenza della Somalia del 1960 ci sono state due guerre tra i due paesi, nel 1964 e 1977. I somali vedono gli Etiopi, a torto o a ragione, come i naturali nemici di sempre, anche se in questi ultimi anni tanti somali si sono rifugiati in Etiopia o all’estero, e i due popoli si sono scoperti più vicini di quanto credessero. Comunque, che l’esercito etiope intervenga al fianco di Abdullahi Yusuf non piace a nessun somalo. E ancor meno piace a quelli che ritengono che Abdullahi Yusuf abbia solo l’obiettivo di ottenere la poltrona di presidente, come suo tempo fece Siad Barre, il presidente che l’aveva incarcerato. E che per questo sospettano che Abdullahi sia disposto a tutto pur di ottenere il suo scopo. Infatti non esitò a parlare di Al Qaida in Somalia tanti anni fa, solo per attirare l’attenzione, proprio come avviene oggi. E in entrambi i casi la cosa è costata molti morti alla popolazione civile.

La modalità. Che l’Etiopia invada il Paese è di per se inaccettabile per i somali, ma che l’esercito etiope, dopo aver conquistato il resto della Somalia, riesca a bombardare Mogadiscio con i Mig, i somali l’hanno considerata come un’umiliazione in un momento di debolezza. Ancora di più quando sono arrivati a Mogadiscio i carri armati con la bandiera dell’Etiopia: è apparsa la dimostrazione della conquista avvenuta. La Somalia è occupata dal nemico di sempre.
Si poteva evitare tutto ciò intervenendo prima e accelerando l’arrivo di soldati da altri paesi africani. Ammassandoli lungo i confini dell’Etiopia, Kenya e Gibuti, e facendoli sbarcare lungo tutta la costa somala. In tal modo i somali non si sarebbero sentiti conquistati, ma sostenuti contro i signori della guerra e questi ultimi non si sarebbero opposti per mancanza di mezzi.
Questo avrebbe permesso anche agli Stati Uniti di entrare con i propri reparti speciali senza prima bombardare una vasta zona, e senza massacrare innumerevoli vittime innocenti e migliaia di animali che erano l’unico sostentamento della popolazione nomade.
Il fatto che l’Unione Africana abbia dato inizialmente la sua benedizione all’invasione etiope e al bombardamento americano aveva scioccato tutti quelli che si aspettavano almeno la reazione del mondo. E la constatazione che l’ONU, la Lega Araba e l’UE abbiano mormorato le solite frasi di rito ha confermato l’idea corrente che, quando sono coinvolti gli americani allora tutto è lecito o quanto meno non è il caso di alzare la voce. Solo pochi paesi nel mondo, in primis l’Italia, hanno criticato questa modalità e condannato apertamente il bombardamento indiscriminato degli americani.

Le conseguenze. La prima conseguenza dell’intervento etiope e statunitense è stata creare la diffusa opinione che non si stia facendo l’interesse dei somali. La conquista della Somalia da parte dell’Etiopia, con il tacito consenso del mondo se non la sua palese benedizione, pregiudica la fiducia della popolazione civile nei confronti dei soldati di altri paesi del mondo che un giorno potrebbero essere dislocati nel Paese. Di conseguenza suscita la nascita di una resistenza sia oggi, all’esercito etiope, sia a eventuali altri in arrivo, rendendo in tal modo difficile un futuro intervento di «peace keeping» e la rinascita dello stato somalo.

La Speranza. Spero comunque che Abdullahi Yusuf, questo emergente dittatore riesca a imporsi anche sui suoi stessi ministri/signori della guerra e che formi un governo inclusivo, aperto verso molte altre forze, ma determinato a non concedere poteri ai signorotti locali. Sono convinto che sia meglio una dittatura che una perenne guerra civile. Dal momento che ha l’appoggio degli Stati Uniti e dell’Etiopia potrebbe trattare da una posizione di forza e imporre le linee guida, cercando allo stesso momento di non perdere l’appoggio sia delle diverse frazioni della popolazione somala, sia dei vari «signori della guerra», sia di quel che rimane delle Corte Islamiche. Con il tempo poi si arriverà a fare pressioni politiche sul governo e magari far passare l’idea di organizzare delle elezione libere e universali. Proprio per questo è necessario che l’Unione Europea, la Cina e Russia escano dalla loro inerzia, proponendo un’agenda per la soluzione delle guerre africane, e portino avanti in modo attivo dei contatti, senza lasciare il corno d’Africa alla sola influenza degli Stati Uniti e dell’Etiopia. Solo così contribuiranno al rafforzamento e al bilanciamento del gruppo di contatto per la Somalia.

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