Le macerie del comunismo, ma soprattutto di quindici anni di pensiero unico neo-liberista hanno visto nascere una nuova generazione di gruppi razzisti, para-fascisti quando non apertamente nazisti. Il tutto, spesso, nella noncuranza o, peggio, nell’accondiscendenza, della politica tradizionale. Non possiamo sorprenderci, dunque, se Vladimir Putin usa slogan pan-russi ancor più che di nostalgia verso l’Urss, se i gemelli polacchi si distinguono per il loro nazionalismo e sciovinismo esasperato, se l’opposizione ungherese guida rivolte di piazza a mano armata.
Da che mondo è mondo, gli slogan nazionalisti sono l’esca più facile per attirare i voti dei perdenti della dittatura del mercato – e in questi casi i perdenti sono davvero molti, moltissimi.
La situazione sta però cominciando a degenerare. Il 22 dicembre, a Mosca, è stata trovata una bomba davanti all’abitazione di un giovane attivista anti-fascista, Tigran Babadzhanian. La polizia si è mostrata per lo più indifferente, catalogando l’evento come semplice episodio di razzismo, senza tener in considerazione gli evidenti aspetti politici. Tigrian è un personaggio noto nel mondo della partecipazione politica pacifista a Mosca. I tre arrestati saranno messi sotto processo con la semplice accusa di «hooliganismo».
Lo scorso aprile, un altro attivista pacifista, Aleksandr Ryukhin, era stato accoltellato a morte da un gruppo di giovani, nelle cui case era stato poi trovato materiale di propaganda nazionalista. Anche in questo caso, le autorità hanno rifiutato di aprire una inchiesta riguardo al movente politico dell’assassinio. La stessa situazione si era creata per l’omicidio di Timur Kacharava, avvenuta nel Novembre 2005 a San Pietroburgo.
Gli assalti, i pestaggi in tipico stile fascista [tutti contro uno, neanche a dirlo], perfino gli omicidi politici, stanno diventando una triste quotidianità non solo a Mosca e San Pietroburgo, ma ovunque in Russia. Il silenzio delle istituzioni e della polizia in tutti questi casi è più che significativo: ovviamente i movimenti pacifisti e antifascisti rappresentano una [seppur piccolissima] spina nel fianco di Putin. Quindi, i nemici dei nostri nemici sono nostri amici, questo il semplice ragionamento delle istituzioni moscovite: i gruppi di skinheads sono lasciati indisturbati.
Nel frattempo, gli assassini ed i linciaggi di immigrati del Caucaso sono all’ordine del giorno, ma sotto mira sono finiti anche tutti quegli studenti dai caratteri somatici non russi [o dovremmo forse dire non ariani?]. Le due principali città russe sono letteralmente piene di studenti cinesi, vietnamiti, coreani e per tutti costoro aggirarsi solitari è diventato un rischio reale.
Con le buone o con le cattive, nazionalismo e fascismo erano due vocaboli pressoché scomparsi dal dizionario russo in epoca sovietica. L’Urss era «l’ unione indistruttibile di tutti i popoli sovietici» – ed erano qualche centinaio – e l’esperienza della Grande Guerra Patriottica aveva forgiato nell’animo della popolazione un solido sentimento antifascista. Sentimento comunque condiviso in tutti i paesi dell’ex blocco sovietico. Basti ricordare, nel bellissimo Good-Bye Lenin, la reazione scioccata della protagonista alla vista di una svastica disegnata dentro l’ascensore di casa.
Purtroppo ora, la destra più violenta e fascista si sta facendo largo, nell’indifferenza della politica. I [pochi] attivisti di sinistra sono costretti, nella maggior parte dei casi, a una scelta: smettere con l’attività politica o organizzarsi per difendersi da soli. Ma questo rischia solamente di essere il prologo a una situazione che da noi conosciamo bene: «estremismi» in lotta tra loro, mentre i soliti noti mantengono il potere. E i movimenti di opposizione sociale catalogati come violenti e anti-democratici. Sembra proprio che Putin abbia studiato con profitto la storia italiana.






