Che il lavoro dei migranti sia ormai indispensabile per tenere in piedi il tessuto produttivo italiano non è una novità; quelli di Confindustria lo ripetono da tempo. Come vivono e cosa chiedono i migranti non importa. Ma si parla poco anche dell’importanza dei migranti nel tenere in piedi anche il sistema pensionistico.
La giovane età media degli immigrati che vivon in Italia li rende infatti «contribuenti netti», in altre parole versano più di quanto finora abbiano ricevuto. Sulla situazione attuale, e sugli sviluppi dei prossimi anni, getta una luce la ricerca «Gli immigrati nel sistema pensionistico», promossa dalla Caritas e realizzata dall’Osservatorio romano sulle migrazioni, in collaborazione con la Provincia di Roma e con l’Inps.
La ricerca, che vuole dare un quadro della situazione da qui al 2020, mette in evidenza il ruolo positivo giocato finora dagli immigrati, di fronte a una popolazione italiana che invecchia e che grava sempre più sul sistema previdenziale: l’età media degli immigrati è di 31 anni contro i 44 degli italiani, e ogni dieci bambini che nascono uno è figlio di stranieri [con punte di uno su cinque a Modena e Piacenza e uno su quattro a Prato]. L’età media abbastanza bassa fa sì che, al momento, siano appena 96.000 [su 3 milioni di residenti] gli immigrati che percepiscono una pensione di vecchiaia. Entro il 2020 il numero delle pensioni assegnate agli stranieri salirà a 315.000: di queste, circa 200.000 andranno a lavoratrici donne, mentre per quanto riguarda i paesi di provenienza troviamo in testa l’Ucraina, l’Albania e il Marocco, seguiti da Romania, Polonia e Filippine.
Ma come saranno le future pensioni degli immigrati? Qui il pessimismo prevale: secondo il direttore centrale per l’analisi dei flussi migratori dell’ lnps Francesco Di Maggio gli stranieri saranno «i futuri pensionati deboli». Una condizione che condivideranno con molti giovani precari italiani, determinata da una storia di retribuzioni basse e discontinue. Se si considera che in base al nuovo sistema di calcolo contributivo la pensione arriverà al 60 per cento dello stipendio, si capisce che un lavoratore straniero, dopo una vita di lavoro che gli ha permesso di uscire dalla povertà, di affittare una casa e magari di comprarla, rischia seriamente di ricadere nella povertà e nell’emarginazione. Un rischio che si fa concreto a guardare la media delle retribuzioni ai «lavoratori extracomunitari» ricavabili dagli archivi Inps: nel 2003 la media era di 9.423 euro all’anno, 785 al mese. Le donne sono più penalizzate, visto che guadagnano 6.751 euro all’anno contro gli 11.253 degli uomini; il divario si spiega con il fatto che lavorano in gran parte presso le famiglie: un tipo di lavoro per cui i compensi sono più bassi della media e in molti casi vengono corrisposti in nero. Le cose vanno un po’ meglio per chi lavora nel commercio [13.138 euro l’anno] e nell’artigianato [12.420 euro l’anno]. Un altro punto critico è la discontinuità del lavoro: solo il 58 per cento degli immigrati lavora per più di nove mesi all’anno, quota che scende al 54 per cento per quanto riguarda le donne.
Per quanto pessimistiche, le previsioni dell’Osservatorio romano sulle migrazioni si riferiscono comunque a lavoratori in regola e iscritti all’ Inps, quindi in qualche modo tutelati: ancora peggiore è la situazione dei lavoratori del sommerso, che ogni anno assorbe almeno un sesto della ricchezza nazionale coinvolgendo tre milioni di persone. Insomma, dopo i lavoratori precari, il liberismo all’italiana ha trovato altre vittime per i prossimi anni.






