I tesori della pace

Sabato 3 febbraio si è svolta la tavola rotonda sulle «tesorerie etiche» promossa dalla Provincia di Roma. La giornata si è aperta con gli interventi di Giorgio Beretta coordinatore della Campagna Banche armate, Gianna Zappi dell’Associazione bancaria italiana, Andrea Baranes per la Campagna riforma Banca mondiale e il sottosegretario all’aconomia Grandi.
L’intervento di Beretta si è concentrato sul binomio trasparenza e coerenza che dovrebbe essere applicato a tutti i settori quali quelli delle associazioni, dei sindacati e degli enti locali come presupposto ad una azione più efficace nella richiesta di chiarezza per quanto riguarda l’export di armi, su alcuni punti aperti quali la richiesta di conoscere la reale posizione della banche che hanno la sede centrale nei paesi della Ue e sulla richiesta di una regolamentazione più restrittiva.
La rappresentante dell’Abi, invece rispetto alla domanda di Carmine Curci, moderatore della prima parte del dibattito e direttore di Nigrizia, sulla possibilità di parlare di coerenza etica ha subito affermato che il suo intento non era quello di scomodare il termine etica ma di appellarsi alla definizione più comoda [per chi?] di responsabilità sociale. La responsabilità sociale ha detti è «la strategia dell’impresa interessata a rimodulare la sua attività nell’ottica del valore che può realizzare per i soggetti che hanno diritto d’azione nella spesa» ovvero «l’equilibrio tra i valori degli azionisti e degli interlocutori». Secondo la Zappi presupposto della responsabilità sociale è la trasparenza in quanto strumento connesso a questo discorso è la stesura del bilancio sociale cioè del documento di rendicontamentazione sociale. Questo meccanismo ha un valore certamente economico, ha proseguito la Zappi, perché ottiene riscontri in termini di reputazione.
Niente etica quindi, interessi: ma se non altro responsabili.

Andrea Baranes ha invece ricordato il vuoto legislativo nonostante la legge 185/90 su temi importantissimi come il commercio delle armi leggere, sul ruolo degli intermediatori spesso non condannabili se le armi non partono fisicamente dal territorio italiano, ma anche su quello preoccupantissimo delle agenzie di credito alle esportazioni come la Sace che attraverso il loro lavoro di appoggio alle industrie che investono all’estero non fanno che aumentare il debito di paesi già fortemente indebitati. E infine la richiesta di rendere vincolanti elementi come il divieto dello sfruttamento del lavoro minorile.
Grandi ha poi messo in luce una considerazione valida per molti presenti: ritoccare la 185/90 può portare a un indebolimento e la legge è oggi, nonostante le modifiche apportate nel 2003 una buona legge.

Nella seconda parte della giornata si è poi passati ad analizzare il caso specifico della Provincia di Roma e del bando (tuttora aperto) per la tesoreria. Una cosa sembra interessante sottolineare. Il bando non poteva, per la legge della libera concorrenza, escludere a priori in base alle caratteristiche del soggetto proponente ma si è potuto e si è voluto invece sottolineare nella stesura del documento in quali canali si volesse escludere che i soldi della Provincia andassero a confluire. Le banche dovranno inoltre presentare un progetto che spieghi in quale altro modo verranno investiti tali introiti. Una vittoria importante e un’ulteriore passo avanti nella richiesta di chiarezza sul movimento delle armi che partono dal nostro paese.
Ma non sufficiente. Lo ha messo in luce nel suo intervento Fabio Corazzina di Pax Christi che ha ricordato l’importanza degli enti locali che con la loro diffusione capillare sul territorio devono mostrare chiaramente il loro messaggio di rifiuto di politiche che favoriscano la diffusione o il commercio delle armi.

E’ stata certo l’ultima parte della giornata però quella più movimentata anche per le provocazioni di Carlo Festucci, Segretario Generale dell’Associazione industrie aerospazio e sistemi per la Difesa. Solo provocazioni?
Il suo intervento è partito con un attacco alle banche «etiche» definendole ipocrite perché invece di parlare della legge 185 dovrebbero chiudere tutti i rapporti con i militari. Ha attaccato l’etica dei politici che continuano a rafforzare gli armamenti continuando ad aumentare gli investimenti militari e ha definito utopistiche tutte le posizioni espresse durante la giornata affermando inoltre che la riconversione industriale non esiste e che quindi sono gli stessi lavoratori a non volere la chiusura delle industrie che producono armi. Si è detto inoltre favorevolissimo alla legge 185 anche se secondo lui la burocrazia della legge lede al principio di competitività.
Alla richiesta su cosa sia per lui la competitività Festucci ha risposto dicendo che altro non è che la possibilità di avere prodotti uguali agli altri.
Una bella virata dal centro di interesse principale su cui è tornato Beretta ricordando che l’interesse dei movimenti per la pace è oggi quello di avere la possibilità di ottenere una tracciabilità delle armi e anche un sistema di regolamentazione che tenga conto della competitività.
A riportare al centro principale della questione è stato anche Vignarca coordinatore Rete italiana per il disarmo che ha portato due esempi lampanti usando semplicemente due parole: amianto e mozzarella.
Perché proprio questi due elementi? Come ha ricordato Vignarca, rispondendo alle provocazioni di Festucci, ogni mozzarella ha un controllo, ormai quasi ossessivo, sulla sua provenienza. E questo è giusto. In nome dell’etica del consumatore. Ma il controllo sulle armi dov’è?
Idem per quanto riguarda l’amianto. Nessuna obiezione (giustamente) è stata fatta per la riconversione delle fabbriche in cui si lavorava l’amianto perché si tratta di una questione legata alla salute pubblica. Ma perché negare l’importanza della sicurezza pubblica?
L’amaro in bocca per le affermazioni di Festucci però resta. Per due ragioni principalmente.
La prima è perché mostra quanto lavoro è necessario ancora fare se c’è chi ha ancora dubbi sulla necessità che i cittadini in primo luogo richiedano chiarezza e trasparenza sui loro risparmi e sul danno che possono provocare ad altri (Beppe Grillo, nel suo intervento telefonico ha aggiunto che forse prima della banche etiche bisognerebbe cercare un’etica dell’informazione).
La seconda è che i dubbi che ha instillato sull’etica politica, anche per i fatti di Vicenza di questi giorni, aprirebbero percorsi che contribuirebbero alla tanto citata frattura tra società civile e mondo politico.
Ma i dubbi di Festucci dovrebbero fermarsi ai piani alti della politica. Perché la politica intesa come partecipazione, discussione come concretezza d’azione dei movimenti nel Palazzo della Provincia di Roma sabato scorso c’era tutta.
Pronta a partire per il prossimo appuntamento a Firenze.

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