La denuncia dello scrittore, esule in Italia
Immaginatevi allo sportello di un anagrafe a chiedere il rinnovo di un documento e trovarvi a sentire la risposta dell’impiegato comunale: «I suoi dati non risultano presenti…». Cosa pensereste in tale momento? «Impossibile! E’ un errore!». E se vi ripetessero la stessa risposta? «Questo è un brutto sogno, nel sistema informatico del mio Comune ci sono tutti i miei dati». Qualcuno si darebbe uno schiaffo per capire se sogna.
Presente ma cancellato. E’ un fenomeno in pieno svolgimento nella Repubblica della Slovenia. Dopo i regimi nazisti e fascisti, crollati nella seconda guerra mondiale, si tratta del primo caso di cancellazione organizzata dei diritti elementari di persone–per gli ideatori di questo progetto–non desiderate in un certo heimat. Il processo di cancellazione dalle anagrafi dei Comuni sloveni pare sia durato un attimo: una lunga lista dei non sloveni [i numeri variavano fra 40 e 80 mila] fatta nel 1991-92; l’inserimento della lista nel sistema anagrafico; un clic.
Mettetevi nei panni di un cancellato, un izbrisani. Vi pare di essere dalle parti di Orwel? O di Kafka? Peggio. Non siete neppure apolidi, né prigionieri. Magari avere una possibilità del genere. Siete nulla. E niente lavoro, né servizi sanitari, né patente per l’auto, né pensione… Tutto è avvenuto di nascosto. Gli izbrisani non sono stati informati sulle intenzioni del governo sloveno. Ufficialmente i cancellati oggi sono 18 mila. Dicono che le loro sofferenze e difficoltà, in questi lunghi 15 anni, non siano raccontabili. Né le sofferenze dei loro familiari, molti di origine «pura», cioè slovena. Più di qualcuno si è tolto la vita. E numerosi izbrisani, che il governo sloveno ha privato di ogni dignità civile, si aggirano smarriti in molti Paesi europei.
Dieci anni dopo il 26 febbraio 1992 [data di cancellazione del loro status civile da parte del governo «democratico» sloveno], i cancellati, prevalentemente di origine croata, serba, bosniaca, macedone, albanese, rom…–in maggioranza erano da molti anni presenti sul territorio sloveno – si sono organizzati. Ora hanno un loro movimento. Un mese fa sono riusciti a denunciare a Bruxelles l’assurdità della loro posizione civile. Nel loro viaggio alla sede del Parlamento Europeo erano accompagnati da numerosi intellettuali indipendenti e rappresentanti dei movimenti sloveni antirazzisti e antixenofobi. Così, per la prima volta, l’assurdo caso dei cancellati ha assunto un carattere europeo. Una vicenda europea: senz’altro indesiderabile per lo Stato sloveno che aveva l’intenzione di proseguire con la linea dura nei riguardi di cittadini privati 15 anni fa dei loro diritti. Questa linea dura è, senz’altro, l’infelice sinonimo per una pulizia etnica, programmata in modo più che preciso. Molto soft, rispetto a quelle hard del resto della ex-Jugoslavia. [Nonostante ciò, Todorovic, il presidente del «Movimento dei cancellati», appena tornato da Bruxelles, ha passato un periodo in prigione. Con la scusa di aver oltrepassato i confini–sacri?–della sua non/patria].
Quando alle conferenze sui diritti umani io volevo far conoscere il problema dei cancellati sloveni, spesso ero considerato soltanto un bosniaco che voleva uscire dai binari riservati per le osservazioni sull’ex Jugoslavia. Quest’articolo è un’occasione per chiedere a molti [anche in Friuli-Venezia Giulia c’è chi non voleva credere che i cancellati esistessero] se per una società, come quella slovena, basta l’aggettivo «democratica» o ci vorrebbe un po’ di sostanza? Quando era attuale il caso dell’austriaco Heider, l’Europa aveva preso una linea dura e giusta applicando addirittura una sorta di embargo culturale. E per i cancellati sloveni? E’ da sperare che questo assurdo avrà un termine. Almeno per far capire ai falsi europeisti in Slovenia che l’euro non è l’unico valore e che in questo continente è davvero successo qualcosa dopo il 1789. Ciò vale anche per la chiesa di Ljubljana, molto taciturna nei riguardi di questa disumanità. [Gli sloveni che si oppongono al governo e alla Chiesa così silenziosa dicono, con ironia, che la Chiesa slovena avrebbe molto da fare per la restituzione dei beni, confiscati: i boschi, i prati, le vigne…].
Soprattutto un auspicio: che finiscano gli anni dell’incubo per i cancellati sloveni, che riconquistino i diritti civili [con indennizzi per i danni subiti, speriamo].
Per essere più concreti, possiamo credere che il Parlamento europeo, se il dramma dei cancellati non sarà risolto, riuscirà a pronunciare un no al mandato della Presidenza slovena del 2008 nella Ce?
Il caso dei cancellati conferma quanto fosse difficile essere profeti nei primi anni del dopo Muro di Berlino. Zbigniew Herbert, intellettuale polacco, diceva che i comunismi dell’Est si erano trasformati in nazionalismi. Alla sua lucida analisi, oggi dobbiamo aggiungere che quella trasformazione si è prolungata, mutando in razzismo e xenofobia, entrambi con radici nel passato, quello contro cui, alla fine del 1945, si era detto: «Mai più».






