Rimini, i precari di celluloide e quelli di carne

Incoerenze

Qualche mese fa mi trovai a presentare una serata in una bella rassegna di film sul lavoro flessibile e precario organizzata dal Comune di Rimini. Occasione interessante per discutere con un pubblico attento ai diritti negati, all’incertezza del futuro e alle esperienze di vita che ne escono frantumate.
Introduco questo ricordo personale perché non avrei pensato che proprio le organizzatrici di quella rassegna sul precariato – tutte co.co.co. – sarebbero state cacciate. Per la verità non hanno avuto nemmeno “l’onore” d’un vero e proprio licenziamento, visto che al precariato semplicemente non viene «rinnovato il contratto». Le parole, si sa, cambiano spesso per abbellire o mascherare vecchie realtà, verità sgradevoli.
Mi ritrovo addosso il disagio per aver partecipato a una iniziativa di facciata, a una delle tante operazioni d’immagine: l’interesse per il destino dei precari era pura rappresentazione? Di reale vedo le espulsioni dal posto di lavoro. Posso uscire da questo malessere facendo il mio mestiere di giornalista e dando la parola a chi non ce l’ha. Se poi dal Comune di Rimini vorranno precisare qualcosa di sicuro Carta non si nega al confronto.

Ecco allora Alessandra, una delle licenziate. «Non è certo l’unica ipocrisia. Mentre ferve il dibattito sulla stabilizzazione dei precari del pubblico impiego, la nostra realtà è questa: dopo anni di lavoro al Comune ci troviamo disoccupati, senza Tfr o ammortizzatori sociali. A suo modo, il Comune di Rimini ci ha “stabilizzato”, lasciandoci stabilmente a casa. Per quanto ci riguarda, le chiacchiere del centro-sinistra sul tema del precariato stanno a zero. Anzi, fra le motivazioni addotte per espellerci, compare l’attuazione del decreto Bersani e i tagli della finanziaria sugli enti locali. Se poi aggiungi che chi ci ha buttato materialmente fuori appartiene a una delle forze politiche [Verdi] che ha aderito alla marcia del 4 novembre contro la precarietà, l’ipocrisia supera i livelli di guardia».

Solo una piccola storia ignobile o lo specchio di una ben più estesa pratica politica?
«La cosa grave, oltre alla perdita del posto di lavoro, è la distruzione dei servizi nei quali stavamo operando, in particolare quello che si occupava del controllo sulla regolarità del lavoro negli appalti comunali» puntualizza Alessandra. «Devo dire che anche prima della nostra espulsione il nostro ufficio non era particolarmente amato: il controllo degli appalti è un’attività fastidiosa per i fautori del massimo ribasso. E’ evidente che hanno voluto eliminare un’anomalia nel “lieto corso” delle esternalizzazioni. Inoltre è stata ridotta l’attività dello sportello per le migranti, chiudendo il servizio di orientamento al lavoro. Ma tanto i migranti non votano, no?».

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