Territorio e geo-grafia

La geografia del movimento della valorizzazione capitalista si distende e si raggruma con la sua “innaturale” artificialità attorno a due territori.
Da un lato spingendo al massimo il ciclo trasporto/petrolio sta intaccando i limiti fisici del globo e dall’altro sviluppando al massimo la “megamacchina” tecnologica, l’industrializzazione del linguaggio e le reti mediatiche ha esaurito i limiti “politici e simbolici” della rappresentanza svuotando di contenuto il dispositivo liberal-borghese come sistema mondo politico.

Inoltre la caduta del muro di Berlino ha accelerato sia i movimenti del primo territorio, sviluppi immediati sia la crescita del commercio internazionale come conseguenza dell’unificazione del mercato e di conseguenza i trasporti sia la diffusione del sistema auto/ petrolio in India, Brasile, Messico e Cina e Filippine e in altri mercati, sia lo svuotamento ideologico del “liberalismo” non più impegnato dallo scontro con il blocco sovietico e dunque pericolosamente alla deriva trascinato dal dispositivo del “consumo mediatico” come nuova tecnologia del comando del mercato politico.
A partire dunque da questi due ampi e complessi territori dove si manifestano i processi che intaccano i limiti “fisici” e “simbolici” del globo si delinea la geografia acefala e “rizomatica” della valorizzazione capitalistica odierna che scorre come la lava lungo i fianchi del vulcano irrorando ogni anfratto e scomponendosi in mille rivoli assolutamente ingovernabili e privi di sintesi.

Ponendo le basi di una geografia del potere capitalistico oscillante fra la forma tradizionale della guerra espressione del conflitto conservatore fra texani, oligarchi islamici e oligarchi russi e la diaspora del flusso della valorizzazione consumistica e motoristica che si dipana fra Cina, India e Brasile aprendo un multipolarismo dei consumatori che disegna la piattaforma più innovativa del capitalismo.
Potrebbe verificarsi un conflitto profondo fra la Cina che rivendica una forte dinamica del suo sviluppo capitalista, divoratore di energia e il blocco degli “energetici”, ma in ogni caso la bilancia del potere sarà spostata dalla velocità e dimensione della valorizzazione manifatturiera che corre lungo le globali catene del valore che da tempo hanno intaccato i confini degli stati nazionali.

E questo è quello che ahimé i nostri Salvati, Ichino, Bersani continuano a chiamare mercato, e cioè la geodinamica del complesso e articolato scenario entro cui la valorizzazione capitalista cerca di sussumere il mondo, “come una serra che ha risucchiato al suo interno tutto ciò che prima era esterno” (Sloterdijk, pg. 42, 2006).
Per percorrere tale binario la valorizzazione ha bisogno, “purtroppo” per lei, del valore d’uso del mondo, meglio del mondo del lavoro, del lavoro vivo e da questo insanabile contrasto si mantiene aperta la funzione di levatrice della classe operaia, ma non più in un lineare scontro fra classe e capitale quanto piuttosto in un magmatico e carsico conflitto che ha come posta in gioco la sopravvivenza fisica del globo, in una disarticolata geografia di crisi petrolifera, crisi degli stati nazionali e conseguente macchina politica e del welfare, sviluppo delle reti mondo e Islam galoppante e caos climatico.

Si apre una nuova fase in cui la funzione trainante del conflitto di classe deve raccogliere una nuova azione di democrazia “ecologica” cioè trovare come soggetto parziale la forma dell’azione collettiva anzi che raccoglie e egemonizza gli interessi generali.
Proprio il caos climatico è la mappa più aderente per leggere il mondo e leggere la nuova geografia del conflitto di classe e l’espansione dei diritti, che passano dall’essere goduti dal “soggetto proprietario” (Fistetti, pg. 73, 2006) ad essere usabili solo come “diritti degli altri”.

Così concepiti i diritti “non sono più il possesso esclusivo di un soggetto proprietario(nel senso lockeano del termine), ma piuttosto “vanno considerati come diritti di cui “il singolo non può isolatamente godere se contemporaneamente non ne godono tutti gli altri (come l’aria e l’acqua” (Fistetti, pg. 73, 2006).
Dato il processo di saturazione dei limiti fisici del globo determinato dalla valorizzazione capitalista si apre una riflessione strategica sia sulle forme dello sviluppo capitalista sia sullo “smontaggio” di questo sviluppo.

Riflessione ed azione nuove anche per il soggetto classe dato che, molte volte, specie nella fase socialdemocratica nelle diverse gradazioni, ha subito il fascino dello sviluppo come “religione miracolosa” e come soluzione progressiva ai problemi dell’umanità.
Infatti in questo contesto si sfalda il mito dello sviluppo su cui si basa da sempre la sinistra, da Kaustky a Fassino, quella della logica crescita/redistribuzione, mentre l’odierna fase capitalista obbliga alla critica della genetica del valore piuttosto che alla sua distribuzione.

Inoltre questa situazione di limite ben espressa dal caos climatico mette al centro il tema dell’azione della politica ed i suoi limiti, “il punto critico della teoria di Marx e dei marxismi” cioè “l’utopia dell’estinzione dello stato e della politica” (Fistetti, pg. 13, 2006), proprio mentre si vanno dissolvendo gli stati nazionali e si presentano sulla scena “megamacchine” tecnologiche e “agenzie spirituali” come player della politica mondiale.
Paradossalmente Marx è utilissimo per leggere la forma del capitale e la sua dinamica delle catene del valore e dei percorsi della valorizzazione globali che intaccano le forme di sovranità degli stati nazionali e analizzare quindi le forme di delocalizzazioni produttive, ma è più debole nel leggere i percorsi della soggettività operaia antagonista nella crisi petrolio/Islam.

Ovvero oggi siamo più vicini alla prima Internazionale che alla seconda e terza, infatti dobbiamo capire se c’è e dove corre il filo rosso dell’internazionale operaia capace di decostruire anche il capitalismo di stato alla cinese o la subalternità popolare al potere sunnita o scita nei differenti contesti mediorientali.
In altre parole il soggetto classe sta navigando in un contesto di caos climatico, avvolto nelle spire della follia religiosa, mentre il potere degli “hedge fund” egemonizza i fondi pensione, rischiando di trascinare nella spirale speculativa anche i fondamenti del welfare redistributivo della fase “nazionale”, per questo la sua autonomia antagonista attraversa terreni molto diversi.

Per questo si trova ad affrontare insieme la critica del capitale e la definizione del “campo d’azione”, si smonta lo stato nazionale e non è ancora chiaro il conflitto globale per cui leggiamo lo strumento marxismo come un nuovo, vero tool di critica del capitalismo “come forma di razionalità che nasce direttamente dalla lotta politica in progress” e che “scaturisce dal seno della prassi” (Fistetti, pg. 10, 2006), navigando a vista nel governo della “transizione alla nuova forma economico-sociale” ma avendo sempre al centro la stella polare del declinare “insieme emancipazione politica e emancipazione sociale” (Fistetti, pg. 14, 2006).
Infatti per motivi “fisici”, la crisi del ciclo auto-petrolio, dobbiamo intervenire sulla catena generatrice del valore non sulla sua distribuzione, diciamo che la crisi fisica del petrolio obbliga ad un’azione “genetica”.
“Eravamo tutti amici. Chi veniva lì a bere un pastis, sicuramente non votava Fronte Nazionale e non l’aveva mai fatto. Neppure una sola volta nella vita, come altri che conoscevo.

Qui, in questo bar, tutti sapevamo bene perché erano di Marsiglia e non di fuori, perché vivevano a Marsiglia e non altrove.
L’amicizia che aleggiava qui, tra i vapori dell’anice, si comunicava con uno sguardo.
Quello dell’esilio dei nostri padri.
Ed era rassicurante. Non avevamo niente da perdere, avendo già perso tutto” (Izzo, pg. 17-18, 2002), da qui da questo bar di Marsiglia sta ad esempio una delle piattaforme solidali per leggere ed agire seguendo il filo rosso che lega i lavoratori dei pozzi petroliferi della Nigeria, i dipendenti della Cnooc, azienda per l’offshore cinese, i lavoratori dell’Eni e gli immigrati a Roma che “lavorano” clandestini ai distributori self-service e gli operai delle linee di montaggio di Melfi.
La filiera auto/petrolio ribaltata è la nostra mappa della valorizzazione capitalista, i legami mancanti, le fratture, le rotture, i fili mai intrecciati, i vuoti rumorosi sono la claudicante rotta del lavoro vivo, la disarticolata forma del soggetto antagonista.

Bibliografia

F. Fistetti (2006), La crisi del marxismo in Italia, Il melangolo, Genova

J. C. Izzo (2002), Solea, Edizioni e/o, Roma

P. Sloterdijk (2006), Il mondo dentro il capitale, Meltemi, Roma

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