Bambini senza frontiere, adulti capaci di imparare
«Mi dèlè wuè gni gbè yo»: noi siamo il mondo, «Weare the world, diceva qualcuno» ci ricorda Koffi Michel Fadonougbo. Lui se ne intende perché dal Benin è piombato a Milano ma siccome gli è parso poco… ha iniziato a costruire altri mondi. Per «Bambini senza frontiere» come titola la sua rivista o per adulti con il cuore così grande da imparare ancora. Un ponte fra culture, un pedagogista oppure – lui preferisce – un griot.
Del ritorno del griot africano negli Usa ci parla Amiri Baraka in un saggio che potete leggere sul nostro sito [per concessione dell’editore Bacchilega]. Non è un caso se questa figura ritorna: urge una antica-nuova specie di narratore della comunità, un mediatore fra mondi, un intellettuale concreto.
Nato nel Benin, ma ormai afro-italiano, Koffi Michel Fadonougbo all’inizio del 2007 ha consegnato una piccola parte del suo sapere in «Pedagogia di un griot» [Ibis edizioni: 124 pagine, 9,50 euri. www.ibisedizioni.it ] con il sotto-titolo «Come si diventa “maestro della parola” in Africa». Solo una piccola parte perché il ritmo, la voce, i movimenti del corpo qui mancano. Ed è ben diverso leggere o vedere Koffi Michel Fadonougbo alle prese con i più piccoli o con gli adulti, all’inizio riluttanti e poi invece presi al lazo, trascinati via.
La prima parte del libro è il racconto di un griot che diventa «mediatore culturale», scoprendo subito che dell’Africa gli italiani sanno quasi nulla, con «radicati pregiudizi». Fadonougbo si chiede se sia «malafede» e risponde no: «ignoranza, vuoto di conoscenza dell’altro». Così inizia ad elaborare «una nuova pedagogia» consapevole che almeno «nel mondo delle fiabe può realizzarsi l’irrealizzabile».
Fadonougbo si affida ad alcune poesie per passare alla seconda sezione del libro, sulla «importanza della parola» e dunque sulla letteratura orale africana sia profana che sacra. Memoria coltivata. E cinque arti: «ritmo, eloquenza, potenza dell’immagine, uso frequente di metafore, anonimia». Ci sono poi le tecniche del racconto. Una di queste è scandire le parole… State pensando al rap? Sì, avverte Koffi Michel, oggi questo modo di raccontare è in un certo senso passato alla musica.
La terza parte del libro è costruita da otto «Fiabe e racconti al chiaro di luna» [o meglio dal loro telaio su cui si innestano le variazioni], da alcuni enigmi africani e dai panegirici che rimandano alla struttura delle società tradizionali.
Siccome il buon griot deve coinvolgere il pubblico, la quarta sezione del libro riporta alcuni testi inventati da bambini e ragazzi durante i giochi e i laboratori mentre nella quinta Fadonougbo mostra come i proverbi – africani e italiani – aiutino lui e i ragazzi a trovare forme per comunicare. Buffo come, nel gioco del dialogo, si scopra che alcuni proverbi sono comuni ad ogni popolo e altri vanno adattati, interpretati: se il simpatico «la parola è come un coltello ma le gambe sono come la verdura» sembra abbastanza simile al nostro amaro «ce ne hanno date ma quante gliene abbiamo dette» in quali circostanze tornerà utile «la vita è come il corpo di un camaleonte»?
Belle pagine, divertenti ma… solo un assaggio. Chi gradisce lo stuzzichino e vorrà poi sedersi “a pranzo” con questo trascinante griot afro-italiano dovrà uscire dalla carta e incontrarlo. Nelle scuole Fadonougbo porta parole ma anche zucche e tamburi, danze e costruzione di strumenti musicali, storie africane e giochi d’ogni dove. Agli adulti invece la sua «Compagnia africana» [compafricana@iol.it] propone stages e seminari. In allegria perché la mondialità, l’intercultura, la comunicazione si fanno meglio ballando e cantando insieme.






