Fantascienza e dintorni
Torniamo sul barattolo che in Italia è definito «fantascienza»: dopo aver segnalato su questo sito la ristampa di due «classici» importanti [Alec Effinger e Robert Silverberg] verifichiamo che fra le novità c’è qualcosa di altrettanto interessante. Ecco due romanzi ben scritti e fuori dal già visto: «Infect@» di Dario Tonani che trovate in edicola [Urania 1521, 300 pagine per 3,90 euri] e «La scuola dei disoccupati» del tedesco Joachim Zelter, uscito da Isbn [188 pagine per 13 euri]. Il primo si avvale della etichetta science fiction, il secondo no; ma che importa? La comune prospettiva di entrambi è un incubo prossimo che poco somiglia alle terribili catastrofi “classiche” e molto invece rimanda al lento marcire dei giorni nostri dove la società globalizzata appare senza senso o direzione.
Già nella seconda pagina del romanzo di Tonani sul marciapiede bighellonano «un Silvestro con il pelo zuppo di pioggia e un Dick Dastarly stretto in un impermeabile caramello». Cartoni ovunque o… la loro pelle. «Magda non si lasciò ingannare: sapeva cos’era quel materiale volatile […] Pelle di cartoon, cenere di disegno animato: fredda al tatto e leggermente oleosa». Cartoni vivi, morti e forse un’inquietante via di mezzo.
La principale novità della Milano multi-etnica di Tonani sono i «+toon» ovvero – spiega uno dei loro fabbricanti – «una forma ludica di luce […] e la luce, come ogni droga, è una forma molto persuasiva di verità». I produttori palesi di «+toon» si muovono in un terreno di incerta legalità, «come per la pornografia» ma ovviamente c’è una zona ancor più grigia e il mercato nero. Le strade di Milano dove i personaggi si rincorrono sono, in ogni caso, popolate di Popeye e Will Coyote, di Betty Boop e Mickey Mouse… oltre che di umani “drogatoni”e di mille etnie che l’autore disegna con eccesso di stereotipi. Senza svelare troppo si può accennare, a esempio, che «per farsi un’animazione trip basta una coppia di lenti monouso, che si vendono in anonime boccette di vetro e devono essere stese sulla montatura di speciali occhialini». Naturalmente «dell’assunzione retinica si conosce a malapena l’abc». Fin dall’inizio capiamo però che i «+toon» provocano allucinazioni che si tramutano in realtà e che uno dei non-eroi – Cletus, ex poliziotto – è intossicato. Anche lo sbirro in servizio, Lapo Montorsi, impazzisce per i cartoni ma in lui la passione sembra ancorata a qualche vaga legalità mentre uno dei suoi colleghi [Mushmar] è capace di ogni destrezza e schifezza «con la placenta dei cartoni». Altro è meglio non dire. La struttura dell’indagine consente a Tonani di piombarci in una sorpresa dopo l’altra.
Visto che i curatori di Urania sembrano intenzionati a non pubblicare un solo italiano l’anno…forse si può ricordare loro che il miglior esordiente nostrano del nuovo secolo è stato penalizzato dall’aver trovato un editore minore [coraggioso e intelligente ma ahinoi mal distribuito]. Varrebbe perciò in Mondadori fare un pensiero sulla ristampa di «Sushi bar Sarajevo» del giovane Giovanni Di Iacovo… sempre che non ne stia scrivendo un secondo all’altezza del primo.
In coda a «Infect@» compare – strombazzato fin dalla copertina -«un inedito di Valerio Evangelisti». Ghiotto, tanto più che l’autore da un po’ frequenta sentieri diversi dalla fantascienza. Alleluia allora? Solo in parte: «Il grande fratello» – cioè il racconto in questione – è una riuscita vendetta ma inevitabilmente da un Evangelisti, temporaneamente rifugiato su altri lidi, ci si aspetta ancora di più.
Trasferiamoci nella Germania del 2016. La volutamente gelida scrittura di Zelter ci porta in una fabbrica dimessa, con stanze per meditare e palestre ma una «mensa senza cucina». E’ Sphericon che però si scrive – soprattutto la si pensa – tutta maiuscola. In questa scuola e galera tedesca viene data un’ultima opportunità a chi cerca lavoro. L’Agenzia federale regala un’altra chanche a poche decine di persone fra i milioni [8? forse 10? «Da tempo non circolano più cifre ufficiali»] di suoi disoccupati. Che però se la suderanno. «Nulla deve restare com’è» recita SPHERICON e perciò questi “falliti” vanno rimodellati; se i loro curricula non funzionano verranno falsificati, come le loro biografie. Del resto un buon curriculum non è altro che «letteratura applicata», bisogna trovare una «trama in crescendo» che punti alla vittoria finale. Tutto va ripensato. Anche il sesso fa parte di una strategia vincente. La tolleranza zero è per l’auto-commiserazione. Ritmi incessanti per ri-costruirsi. «SPHERICON non è un progetto, un programma ma un sistema […] Intervenire a 360 gradi contro ogni forma di inattività o di blocco». Ossessivamente viene ripetuto che il lavoro è libertà, la libertà è lavoro. Lo stemma della scuola è una piramide. «Diversità, novità, contingenza. […] Mobilità, elasticità, imprevedibilità». Se si affaccia una vaga opportunità per avere una occupazione – fissa addirittura – va colta. Sacrificando tutto, giocando sporco. «Rompere con il pessimistico atteggiamento del ma». Imparando tutto quello che serve. Cercando di decifrare i messaggi nascosti nei poster: perché la Sierra Leone? Potrebbe accadere che… Come nella famosa serie tv «Job Quest», modello educativo basato su un mix di eroismo, cinismo, instancabile ricerca e fortuna.
Ce la faranno Roland Bergmann e Karla Meier? Sono gli unici due “studenti” che Zelter ci concede di osservare da vicino: più che vincitori alla gara dell’ipotetico lavoro loro due sembrano in grado di sottrarsi agli ossessivi rituali della religione lavorativa che pervade SPHERICON. Con i suoi santi: quello che nel 2012 trovò un lavoro fisso, pensate… un miracolo di volontà. «Anche se non c’è lavoro ci sarà. E se dovremo inventarlo, lo inventeremo. […] Se non avessimo più disoccupati, li inventeremmo anche solo per accrescere valore al lavoro». Gli altoparlanti-guru pongono i quesiti essenziali: «esiste il lavoro prima della morte, esiste il lavoro dopo la morte? Nell’aldilà? Può essere concepito un paradiso senza lavoro?».
Il finale resta aperto a ogni possibilità. Ma la violenza ovattata che magistralmente Zelter ha messo inscena non lascia gran che di buono da immaginare. Il 4 aprile Sergio Finardi, in un commento sul quotidiano «il manifesto» ci avvisava che nella maggioranza delle scuole europee «si distrugge la voglia di conoscenza critica […] La mondializzazione dell’idiota con un titolo di studio è uno dei pochi processi globali che ha avuto pieno successo». C’è da temere che Finardi abbia ragione ma forse SPHERICON è davvero l’unica scuola possibile del nostro futuro…. Se questa globalizzazione non viene fermata.






