A Vicenza fra squadrismo e solidarietà
Il 14 aprile a Vicenza, con una manifestazione non autorizzata, una trentina di attivisti di Azione Sociale e Forza Nuova hanno fatto incursione nel campo nomadi di via Circoli svuotando un sacco di spazzatura nel campo e lasciando un lenzuolo con la scritta: «Furti, degrado, rifiuti. Basta con i campi nomadi». Nei giorni successivi persone di passaggio hanno lanciato all’interno del campo oggetti in segno di disprezzo.
Anche per questo il 25 aprile Opera Nomadi di Vicenza ha organizzato un momento di incontro nel campo. All’incontro, voluto «per restituire il 25 aprile ai Sinti e Rom», hanno partecipato una sessantina di persone, vicentini che credono in una città interculturale.
Il campo comunale è attivo dal 2000 ed è suddiviso in tre parti: campo grande, campo piccolo, area famiglia slava. Circa 70 persone in una ventina di nuclei familiari vivono in uno spazio sovraffollato e sempre più deteriorato. Il 25 molti vicentini lo hanno visitato per la prima volta, prendendo il caffè con i Sinti che lo abitano; hanno così potuto visitare l’interno delle roulotte e dei camper e vedere i servizi insufficienti o male attrezzati.
Ha spiegato Nereo Turati di Opera Nomadi: «Siamo qui per tre precisi motivi. In risposta all’incursione neo-fascista che fa propaganda elettorale sulla pelle di donne e bambini, perché non c’erano gli uomini il 14 aprile scorso. Per far sapere a voi Sinti che esiste un’altra Vicenza che si attiva per il bene comune. Perché oggi è il 25 aprile che ricorda la fine della guerra. La fine di un regime nazi-fascista che ha sterminato 500 mila Rom e Sinti. Un regime a cui si sono opposti, nel movimento della Resistenza, anche tanti Rom e Sinti ma per loro il dopoguerra non è ancora arrivato. Non hanno avuto nessun risarcimento. Uno dei dieci martiri di Vicenza, fucilati a Ponte dei Marmi l’11 novembre 1944, è il Sinto Walter Catter di cui viene anche modificato il cognome nelle celebrazioni ufficiali. In questo campo vivono dei parenti e discendenti sia di Walter Catter che di Rubino Bonora, un altro partigiano Sinto, ma vengono ghettizzati e discriminati invece di essere riconosciuti e risarciti».
Dopo il caffè, alle 10,30 un’ottantina di Sinti e Gagè insieme si sono diretti verso il centro di Vicenza. Nello striscione che apriva il corteo era scritto: «dignità–diritti per tutti – ieri oggi domani – no al fascismo». C’era curiosità nella gente, anche se qualcuno ha trovato da ridire: «Guarda quanti soldi spesi a proteggere quei manifestanti». Per la prima volta i Sinti hanno sfilato con altri concittadini contro i pregiudizi, la discriminazione razziale e per rivendicare i loro diritti. In piazza Matteotti ha parlato Nereo Turati: «Siamo qui per ricordare la partecipazione dei Sinti e Rom alla Liberazione. Usciamo dal ghetto di campo Cricoli ed entriamo nel centro a portare la rivendicazione dei nostri diritti. Oggi è un 25 aprile interculturale, vogliamo ricordare che siamo tutti cittadini di Vicenza, indipendentemente dalla etnia o dalla religione». Poi il gruppo è confluito in Piazza dei signori dove si stavano svolgendo le celebrazioni ufficiali.
«I residenti nel campo erano molto contenti – afferma Turati–un buon gruppo di loro, molti giovani e donne con bambini,
hanno sfilato fino in piazza distribuendo il volantino. Parecchie persone mi hanno chiesto di organizzare incontri di conoscenza, dentro e fuori il campo: conferenze, film, un pranzo… Sono molto soddisfatto del risultato ottenuto».
E’ interessante ricordare che a novembre Cesare Nosiglia, vescovo di Vicenza, ha preso posizione con la lettera pastorale «Figli dello stesso padre», che non sembra però aver modificato gli atteggiamenti dei vicentini nei confronti dei nomadi: «Non posso pensare alla Chiesa di Vicenza a me affidata e non tenere abbracciato con gli occhi del cuore e della fede ogni realtà, ogni comunità cristiana, ogni angolo abitato, ogni persona. E lo sguardo si ferma lì, dove la vita è dura non solo per le fatiche ordinarie, ma perché non c’è ancora uno spazio per stare, per mangiare, per lavorare, per dormire. Sì, penso a voi, fratelli e sorelle Rom e Sinti che abitate già da decenni vicini a noi e per i quali è come se fosse sempre il primo giorno del vostro arrivo: la precarietà, il rifiuto, la paura, fanno di voi dei perenni esiliati, dei costretti fuggitivi senza tregua.
E penso anche a voi, fratelli e sorelle delle comunità cristiane, nati e cresciuti in terra vicentina. Penso alla fatica di continuare a cercare espressioni nuove di solidarietà e di accoglienza per non sentire troppo pesante il giudizio di quella Parola di Gesù che ci invita ad amarci gli uni gli altri di un amore forte fino alla fine».






