Ugo Cornia, «la sostituzione del pensare»

«Due o tre goccine di merda al giorno…»

Uno dei poteri della scrittura è racchiudere in poche pagine storie, idee, verità che sono da tempo sotto gli occhi ma ancora non afferrate, rese evidenti. Questo fenomeno stupefacente accade quasi in ogni paragrafo di «Le pratiche del disgusto» – appena uscito da Sellerio [102 pagine, 9 euri] – di Ugo Cornia.
E’ la semplicità che è difficile a farsi – ricordava Brecht – e anche a dirsi. Tranquillamente, senza dar fiato a trombe, retoriche o ego-centrismi, Cornia ci spiega come «due o tre goccine di merda al giorno […] un minimo di 250 insinuazioni l’anno» ci mettono poco a prendere «il posto della realtà». Anche perché la donna che incontriamo nelle prime pagine «è uno di quei personaggi che si costituiscono per osmosi a partire dall’aria che hanno intorno […] un tocchettino di merda qui e l’assorbi […] agglomerandosi attorno tutta la merda dell’epoca».
E’ il primo tassello importante perché il puzzle cominci a prender forma. Poco più avanti ecco l’altra illuminante descrizione di un verminaio che in tanti sanno essere sotto il sasso… e forse per questo preferiamo non alzarlo: «Quella frase […] per me è l’emblema di un vizio, la finta universale di pensare […]. E non lo sa più nessuno perché c’è stato bisogno di montare questa recita gigantesca del pensare, la finta che da qualche parte ci siano dei pensieri». Falso pensare condizionato dai posti che frequentiamo e dalle scelte di vita, come i «pensieri-barbecue». Così fin da bambini diventiamo «subitori» di queste idee di plastica. E se Cornia dice «subitori» invece che succubi è probabilmente per assonanza a bevitori: per farci capire che così, goccia a goccia, ci ubriachiamo di frasi da barbecue. Fino a crederle nostre, vere espressioni di un libero cervello.
Fra le molte rivelazioni del libro, tutte intonate al titolo – cioè al disgusto e alla faccia che ci sta dietro – le più politiche sono quella sul nuovo genere «maial-umano o cane-umano» dei sindaci e di altri personaggi pubblici [quattro paginette che di sicuro resteranno in mente a chi legge senza paraventi] e l’altra beffarda eppure pragmatica sull’agricoltura moderna come gigantesco palcoscenico.
E’ un pacato pessimista Cornia che crede si sia innescata una «spirale peggiorativa» che sporca un po’ anche lui eppure non si purifica sotto la cascata di comizi apocalittici come tanti lagnosi d’oggi e anzi nel bel finale svela la sua «fondamentale fiducia nel mondo» attraverso «un grandioso processo di sveritatizzazione della menzogna […] ritorno del reale in forma pura […] a svalangate».
Le recensioni hanno lodato il bello scrivere di Cornia e i suoi azzeccati neologismi, aforismi o altri ismi, oppure i recuperi di espressioni dialettali. Pochi hanno invece sottolineato l’impianto investigativo-scientifico, rigorosamente logico di questa ricerca che, senza perdere in efficacia narrativa, è capace di passare dalle goccioline di merda o dalla «inesistenza» delle domeniche per arrivare a fare i conti con «una specie di protensione in avanti del presente […] stando lontano dal parafuturo, cioè da questa eternelizzazione del presente».
Se vi siete persi gli altri libri di Ugo Cornia ripartite dal suo esordio, «Sulla felicità a oltranza» [nel ’99, sempre Sellerio] dove si incontra un’idea del morire ben diversa dall’ossessione dei cristiani, «questo grande film pornografico su dio e i morti che non se ne può più». Anche lì l’autore trova uno stile sempre opposto alla «corruzione intellettuale» vigente per raccontare in modo apparentemente semplice quanto profondo di amori, di Modena, di una famiglia amata che d’improvviso non c’è più ma anche per stupirci con fiumi, curve, «altre teste nella mia testa», cani … Erano tutti lì: perché non li vedevamo prima di incontrare questo mago?

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