Il mercato crea la siccità

L’allarme siccità è stato anche per quest’anno lanciato.
La drastica riduzione delle precipitazioni piovose invernali, effetto di quel cambiamento climatico ormai divenuto esperienza quotidiana, comporterà un’estate senz’acqua per molte regioni italiane.
Si moltiplicano le dichiarazioni e le richieste di interventi di emergenza. Il Presidente di Confindustria chiede che non siano penalizzate le industrie, le associazioni degli agricoltori lanciano l’allarme sui raccolti, i produttori di energia minacciano “black out”, i cittadini non sanno se e quanta acqua potranno consumare. Tutti in conflitto con tutti.
Se la questione non fosse altamente drammatica, sarebbe da assistere al meraviglioso spettacolo dell’autoregolazione del mercato tanto cara ai liberisti di destra e di sinistra: spreco (pardon, valorizzazione) e inquinamento (pardon, effetti collaterali della crescita) della risorsa acqua in condizioni ordinarie e aspre lotte per accaparrarsela in condizioni di scarsità.
Ma non eravamo nel migliore dei mondi possibili? Non si direbbe, se perfino le Nazioni Unite se ne sono accorte. Infatti, l’ultimo rapporto Undp è significativamente intitolato “Al di là della scarsità : potere, povertà e la crisi idrica globale” e, per la prima volta dopo trent’anni, sostiene come il problema di fondo non sia la scarsità, bensì la povertà e i meccanismi di potere che sono fonti strutturali di diseguaglianza sociale e nell’accesso al bene comune acqua.
Nel frattempo il Blomberg World Water Index, il più importante listino dei valori delle imprese operanti in Borsa nel settore idrico, segnala come il settore abbia registrato negli ultimi tre anni un rendimento del 35 per cento, ben superiore al 29 per cento di petrolio e gas e al 27 per cento di rame, alluminio e acciaio.

In questi pochi dati risiede la radice del problema.
Perché delle due l’una: o l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale, da conservare per le generazioni future; o diventa un bene economico per la valorizzazione del capitale finanziario.
Di conseguenza, la questione pubblico/privato – con buona pace di Ermete Realacci e dei dirigenti nazionali di Legambiente–è dirimente: perché “pubblico” e “privato” non competono sull’efficacia dello strumento, bensì sull’alternatività dell’obiettivo. La conservazione quali-quantitativa dell’acqua è prioritario interesse pubblico, mentre al contrario, per il mercato il massimo consumo di acqua costituisce aumento del profitto e la scarsità serve a valorizzarne il prezzo.
Non ci sono alternative, né periodiche emergenze da dichiarare: se si vogliono conservare le risorse, e garantire di conseguenza il diritto alla vita e al futuro delle persone, l’intero ciclo dell’acqua (e dell’energia) deve tornare in mani pubbliche, essere pianificato in forma democratica e partecipativa, tendere alla conservazione e al risparmio, puntare alla qualità ambientale. Altrimenti, si dica chiaro e netto che si vogliono consegnare i beni comuni al capitale finanziario, scaricando sulla collettività gli oneri economici, sociali e ambientali di un ciclo così gestito.

Serve un cambiamento di rotta. E non possono che essere i movimenti ad innescarlo. La crisi idrica già in atto dà ancora più ragione e forza alla straordinaria campagna di raccolta firme in atto per chiedere la totale ripubblicizzazione del servizio idrico. Sono già state superate le 200 mila firme, ma occorre che in questi ultimi due mesi e mezzo quel risultato si moltiplichi esponenzialmente.
Per dare una segnale forte di lotta e di sensibilità sociale, per dire chiaramente che nessuno arretrerà finchè l’acqua non sarà totalmente pubblica e gestita in forma partecipata dai lavoratori e dalle comunità locali.
Ma proprio per il suo significato di battaglia di interesse generale, occorre che i movimenti per l’acqua si facciano carico in ogni territorio della conservazione della risorsa, aprendo conflitti che impediscano alla vulgata liberista di pensare di risolvere il tutto con luoghi comuni come “l’acqua si spreca perché costa poco” o che il rischio black out si supera costruendo nuove centrali.

Un’idea potrebbe essere quella di costruire dal basso dei “Consigli di Sorveglianza Sociale per la tutela dell’acqua”, che intervengano nella tutela territoriale (contro le grandi opere e le cementificazioni e per il rimboschimento sostenibile), nella riconversione della produzione agricola intensiva, nella riconversione della produzione industriale energivora. In una parola, per affermare con il diritto all’acqua, il diritto a decidere collettivamente “come, cosa e per chi produrre”.
Con una prima importante battaglia: la richiesta di Consigli Comunali, Provinciali e Regionali aperti per discutere collettivamente le misure da prendere per far fronte alla crisi idrica immediata e per prevenire quelle future. E, da subito, insieme ad una moratoria immediata e vera su tutti i processi di privatizzazione dell’acqua in corso, reclamare un fondo nazionale straordinario da destinare all’ammodernamento e al completamento delle reti idriche, da finanziare attraverso una tassa di scopo sulla produzione delle acque minerali, o la destinazione di una quota parte del cosiddetto “tesoretto” (da sottrarre, ovviamente alla quota di risanamento ossessivo del debito pubblico, tanto cara a Padoa Schioppa).

La partita è aperta, tutte le contraddizioni sono in campo. Sta ai movimenti raccogliere la sfida sino in fondo. Si tratta, semplicemente, di riappropriarsi della possibilità di futuro.
Perché “l’acqua non è di tutti, siamo noi che siamo dell’acqua”, come saggiamente hanno sempre saputo le comunità indigene dell’America del Sud.

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