Sono le politiche della paura, messe in atto da governi autoritari, gruppi armati ma anche dai “democratici” regimi occidentali, le principali minacce ai diritti umani. Così almeno la pensa Amnesty international, che mercoledì 24 maggio ha presentato il proprio rapporto annuale sullo “stato di salute” dei diritti umani nel mondo.
Come ogni anno, insieme alle violazioni ci sono anche le buone notizie: il bicchiere lo si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto. Quel che c’è di nuovo sono appunto le politiche della paura, che stanno lavorando, anche nel nostro Occidente, non solo per erodere i diritti umani, ma
soprattutto per creare una giustificazione alle violazioni a uso e consumo dell’opinione pubblica. "Attraverso politiche miopi che danno luogo a paura e divisione, i governi stanno compromettendo lo stato di diritto e i diritti umani, attizzando razzismo e xenofobia, separando comunità, acuendo le disuguaglianze e preparando il terreno per altre violenze – ha detto il presidente della sezione italiana di Amnesty Paolo Pobbiati – Le politiche della paura alimentano una spirale di violazioni dei diritti umani, in cui nessun diritto è più intoccabile e nessuna persona è al riuparo.
La “guerra al terrore” e la guerra in Iraq, col loro campionario di violazioni dei diritti umani, hanno
creato profonde spaccature che stanno gettando un’ombra sulle relazioni internazionali". Proprio sulle violazioni dei diritti attuate nel corso della cosiddetta guerra al terrore Amnesty ha lanciato la campagna “Più diritti, più sicurezza”, che ha denunciato sequestri, arresti arbitrari, torture e rapimenti che hanno coinvolto non solo gli Stati Uniti ma anche buona parte di quelli europei.
Tra i fatti più rilevanti del 2006, Amnesty ricorda ancora l’immobilismo della comunità internazionale davanti a grandi crisi come il conflitto in Libano dello scroso agosto, o quello nel Darfur; e ancora altre opportunità perse come la gestione del dopoguerra in Afghanistan e Iraq.
Resta critica la situazione della libertà d’espressione, violata in decine di paesi, dalla Turchia dove si incriminano gli scrittori scomodi, alle Filippine dove si uccidono gli attivisti politici, dalla
Cina, dove Internet è più uno strumento di controllo che di libera comunicazione, alla Russia [il rapporto 2007 è stato dedicato alla giornalista Anna Politkovskaya].
E ancora, tra le maggiori emergenze dei diritti umani denunciate da Amnesty, la violenza contro le donne [una donna su tre è stata vittima di violenze o di abusi, generalmente all’interno delle mura di casa]; la tratta di esseri umani, che coinvolge ogni anno 2 milioni di donne e bambine; il traffico indiscriminato di armi, la pena di morte, e la tortura, che al momento risulta praticata in ben 102 stati.
Come detto all’inizio, ci sono anche le buone notizie, quelle che mandano avanti la speranza e il lavoro di chi difende i diritti umani. Buone notizie sono la liberazione dei prigionieri di coscienza, come Nguyen Khac Toan, cyberdissidente vietnamita arrestato nel 2002 per “spionaggio” [aveva denunciato in un’ e-mail la confisca dei terreni agricoli] e condannato a 16 anni, o Akhbar Ganji, giornalista iraniano condannato a 10 anni nel 2000 per “propaganda contro il sistema islamico”. Buone notizie sono l’abolizione della pena di morte nelle Filippine, l’introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano [ora il disegno di legge è in discussione al Senato], o l’inizio dei lavori per un Trattato internazionale sul commercio di armi leggere.
Buone notizie che singolarmente consolano ma che non bastano: “Così come il riscaldamento globale richiede un’azione basata sulla cooperazione internazionale – ha detto Paolo Pobbiati – allo stesso modo la situazione dei diritti umani può essere affrontata solo attraverso un grande impegno globale e il rispetto per il diritto internazionale”.






