In morte di un moderno griot
Sabato 9 giugno si è spento a Dakar Sembene Ousmane, decano della letteratura africana e primo cineasta dell’Africa sub-sahariana. Una vita marcata dagli eventi che hanno determinato l’evoluzione storica e politica del Senegal e dell’Africa Occidentale.
Sembene nasce nel 1923 in una terra di confine, la Casamance, regione meridionale del Senegal: una terra fertile, ricca di risorse non solo economiche ma soprattutto culturali. Se fino agli anni Trenta la Casamance gode di una relativa autonomia, dagli anni Quaranta i francesi estendono la politica coloniale in tutta la regione. La scuola coranica e quella coloniale non sono il fulcro del percorso biografico di Sembene che fin da adolescente inizia a guadagnarsi da vivere imparando vari mestieri, come il meccanico e il muratore. La seconda guerra mondiale produce i propri effetti anche nei territori coloniali e in Senegal numerosi sono i soldati africani arruolati nell’esercito coloniale: i tirailleurs o ceux qui sont partis tirer ailleurs. Anche Sembene parte per combattere in Europa; la guerra diventa per lui una «scuola d’orgoglio»: per molti soldati africani combattere in Europa e conoscerla nella tragedia storica della seconda guerra mondiale comporta una nuova percezione dell’uomo bianco europeo visto non più nella indiscutibile superiorità del colonizzatore ma nella debolezza umana dei massacri e della realtà del fronte: «Durante la guerra – raccontava spesso Sembene- un bianco mi domandò di scrivergli una lettera. Fino a quel momento pensavo che tutti i bianchi sapessero scrivere: ecco dov’era il complesso d’inferiorità nella nostra testa».
Pochi anni dopo, Sembene partecipa attivamente allo storico sciopero dei ferrovieri che per sei mesi sconvolge la linea ferroviaria Dakar-Thiès-Bamako: l’obiettivo degli scioperanti è ottenere le stesse condizioni di lavoro dei bianchi europei impiegati nella ferrovia. L’anno seguente Sembene lascia il Senegal, ancora coloniale, per imbarcarsi clandestinamente verso la Francia; a Marsiglia fa il portuale e milita nelle file della Confédération générale du Travail [Cgt]. È nella biblioteca del sindacato che Sembene legge autori come Cheikh Anta Diop, Richard Wright e Aimé Cesaire ed è qui che nasce per lui il desiderio di scrivere per esprimersi politicamente, raccontando storie che legano l’Africa all’Europa. L’esordio letterario è del 1956 con «Le Doker Noir», romanzo con impronta autobiografica, che racconta l’esilio territoriale e umano di Diaw Fall, doker, portuale durante il giorno e scrittore di notte. L’anno seguente esce un secondo scritto «O Pays, mon beau peuple», anche questo di ispirazione autobiografica: narra la storia di un soldato senegalese che dopo la seconda guerra mondiale torna in patria cambiato dall’esperienza della guerra.
Pochi anni dopo, nel 1960, esce «Les Bouts de Bois de Dieu- Banty Mam Yall», romanzo dedicato allo sciopero dei ferrovieri del 1947, che in italiano è stato pubblicato solo 30 anni dopo [da Edizioni Lavoro] come «Il fumo della savana». L’anno di pubblicazione coincide con il ritorno in Africa di Sembene; in diversi Stati si vanno affermando i movimenti di liberazione nazionale. Sembene arriva in Congo e incontra Patrice Lumumba: il colonialismo belga fu uno dei più duri e qui il tasso di alfabetizzazione è il più basso dell’Africa Occidentale. Sembene matura il desiderio di «raggiungere» la coscienza dei popoli africani e si rende conto che con i libri può arrivare solo a un numero limitato di persone: la scelta di fare film diventa politica in quanto il racconto cinematografico, realizzato nelle lingue africane, può raggiungere il popolo analfabeta ed escluso dall’evoluzione politica dei nascenti Stati africani.
Per lui il cinema è uno strumento educativo capace di ristabilire una relazione diretta e dinamica fra artista e spettatore, elemento che caratterizza la tradizione orale africana; in questo senso il cineasta diviene il griot dei tempi moderni. Bisogna capire che il griot, in Senegal e in Africa Occidentale, non è un semplice raccontatore di storie ma anche il custode del passato e della tradizione, capace di trasmettere con la parola la conoscenza storica e sociale.
La sua lunga e straordinaria carriera cinematografica inizia con «Borrom Sarret» nel 1963, un cortometraggio che ritrae la vita quotidiana di un uomo del popolo nel Senegal, schiacciato dalla burocrazia e dalle leggi anche dopo l’Indipendenza. Segue nel 1966 il bellissimo «La noire de…», primo lungometraggio africano dove la vicenda di Diouana diventa metafora dell’esilio del popolo senegalese, che ha inizio con la tratta degli schiavi, continua nella colonizzazione e prosegue dopo l’Indipendenza con l’esperienza del ghetto dei primi migranti africani in Europa. E ancora ritroviamo un affresco fedele della società del Senegal indipendente in «Le Mandat» del 1968 e «Xala» del 1974.
Uno choc internazionale arriva – grazie anche al premio vinto al festival di Venezia nel 1987 – con «Camp de Thiaroye», sul massacro dei Tirailleurs senegalesi: «un episodio storico che i libri di storia omettono, un crimine orrendo del colonialismo francese» come ricorda Morando Morandini nel suo «Dizionario dei film» [Zanichelli]. Ma va ricordato anche «Emitai» 1971, ispirato alle agitazioni del gruppo Diola in Bassa Casamance fra il 1942 e il 1943, nel passaggio dal Regime di Vichy alla Francia liberata: se l’idea di una superiorità razziale sostenuta da Pétain si ripercuote nelle colonie francesi, l’arrivo di De Gaulle non cambia in maniera sostanziale la situazione. E ancora « Ceddo» del 1976 in cui sia l’Islam che il Cristianesimo penetrano nella comunità di un villaggio come elementi esterni, mentre i Ceddo, guerrieri del popolo, resistono in nome dello spiritualismo africano.
«Gweelwaar» del 1992 è l’esempio di un cinema di denuncia che chiama il popolo africano a ripercorrere la propria storia, ad agire e a liberarsi dalla sterilità degli aiuti occidentali. In questo film Islam e Cristianesimo non sono aspetti in contrapposizione ma entrambi due elementi identitari del popolo senegalese, capace di rifiutare la dipendenza economica dall’Occidente.
«Moolaadé» è l’ultimo film di Sembene Ousmane. Presentato al Festival di Cannes nel 2004, ha vinto all’interno della sezione Un certain regard: riconoscimento che significa, dopo molti anni, la diffusione di un film senegalese nelle “normali” sale europee e non solo nei circuiti d’essai. «Moolaadé» fa parte di una trilogia iniziata con «Fat Kiné» nel 2000 e che doveva concludersi con un ultimo lavoro, «La confréie des rats». Il tema della trilogia, purtroppo incompleta, è «l’eroismo della quotidianità». E in entrambi i film realizzati la rivoluzione è femminile: sono le donne ad agire per il riscatto sociale e umano dell’Africa. In «Moolaadé», ambientato in un villaggio africano, a opporsi alla pratica dell’escissione non è un’organizzazione umanitaria, ma una donna, Collé Ardo che rappresenta tutto il popolo africano: le mutilazioni genitali femminili divengono nel film una questione di potere degli uomini contro le donne, degli anziani contro i giovani, un conflitto interno alla comunità stessa che il popolo saprà risolvere appellandosi ai propri valori del passato.
La vita e i racconti, letterari e cinematografici, di Ousmane Sembene lasciano una preziosa eredità, una chiave di lettura in grado di svelare il potere di una rivoluzione umana, quotidiana e necessaria portata avanti con consapevolezza dal popolo contro il potere, in Africa come in Europa.






