Il primo romanzo di Laila Wadia
Le persone «che vogliono abbattere il muro linguistico […] sono esseri ansiosi di costruire un mondo migliore». Ma alle ovvie difficoltà con i verbi – la croce di chiunque studi l’italiano – si aggiunge il diverso modo di vedere il mondo. Così la bosniaca Marina, che troppe ne ha passate, non ama il passato remoto: «parlerò quando cominci a insegnarci il futuro, è l’unico tempo che mi interessa» mentre il presente piace alle altre; invece l’insegnante Laura – felpa di Emergency e vecchi jeans – apprezza secondo le allieve soprattutto l’imperativo, in particolare del verbo dovere.
«Amiche per la pelle» [edizioni e/o, 144 pagine, 14 euri] è il tragitto naturale- e apparentemente semplice – che porta Laila Wadia dagli splendidi racconti al romanzo. Nata in India ma trapiantata a Trieste, Lily-Amber Laila Wadia aveva mostrato nell’antologia «Il burattinaio» [Cosmo Iannone editore, 2004] la sua capacità di raccontare, con ironia e acutezza, la società sempre più creola in cui viviamo. Qui si conferma appieno.
Questa volta ci porta nel vero-falso centro storico di Trieste, in una via «che sia il sole che il Comune» hanno abbandonato. Nel cadente palazzo di via Ungaretti 25 c’è una famiglia indiana, i Kumar, una bosniaca [Zigovic], gli albanesi Dardani, i cinesi Fong e il solitario, bisbetico e fascistoide signor Rosso.
A unire questi eterogenei inquilini sarà soprattutto una misteriosa lettera che si capisce porterà sciagure, anche se Wadia dosa la suspence per quasi 70 pagine [la quarta di copertina, come spesso accade, anticipa un po’ più del dovuto]. Nel frattempo si va avanti: vita quotidiana, le donne che studiano l’italiano, piccole e grandi solidarietà, un pizzico di ripicche e gelosie più un mare di equivoci come quando, nel presentarsi al signor Rosso, Shanti Kumar si sente rispondere malamente … così lei erroneamente intende che quel tipo si chiama «Cazzo Altrineri». Eppure quel bisbetico indigeno poi insegna le poesie di Ungaretti alla piccola e raggiante Kamla, lasciando sua madre un bel po’ perplessa quando deve decifrarne il senso.
La ricerca del dialogo non esclude difficoltà e incomprensioni: «i triestini mi domandano sempre cosa significa il puntino rosso che porto sulla fronte e non so cosa rispondergli» osserva Shanti: «Io gli domando perché un paio di scarpe costa più di un frigorifero o perché frotte di ottantenni affollano l’autobus alle otto di mattina e loro non sanno cosa ribattere». Resta poi la “domandona”: come mai in India e in Italia possa convivere, fianco a fianco, «gente tanto ricca e gente tanto povera».
Siccome «il tempo è una cosa strana […] certi giorni volano e certi periodi sembrano non avere mai fine», gran parte della storia ruota intorno alla catastrofica lettera. La ricerca di una soluzione si infrange contro un muro ma, quasi come il 7° cavalleggeri nei vecchi western, d’improvviso arriva un lieto fine che, a ben guardarlo, è ambiguo ma salva comunque lo strano popolo di via Ungaretti 25. In realtà Wadia ci riserva un vero colpo di scena, sul signor Rosso, nelle ultime pagine: «nemmeno in un film indiano ho sentito una storia così incredibile» pensa fra sé Shanti.
Un libro davvero affascinante che non censura nessuno degli aspetti più difficili del migrare o del nascente melting pot ma che persino di fronte al dramma usa l’arma più universale e invincibile che esista, l’ironia.
A volte le mode “letterarie” arrivano al momento giusto; o forse persino gli editori – che di solito vivono un po’ lontano dalla gente normale – sono costretti fare i conti con la realtà. Così le scritture [o le pellicole] che vengono etichettate, un po’ frettolosamente a volte, come migranti o multi-etniche hanno trovato spazio, anche in Italia, nei cataloghi; e bisogna rallegrarsene se il risultato è «Amiche per la pelle» o [sempre da e/o] «Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio» di Amara Lakhous che con Wadia ha molti tratti in comune.
Chissà se anche la nostra orribile tv prima o poi si accorgerà che si può raccontare il nuovo «meticciato» con questa intelligenza e capacità affabulatoria. Le micro-storie delle inquiline di via Ungaretti 25, dei loro mariti e del sorprendente signor Rosso sembrano già pronte per finire in un serial… ma ci vorrebbe un regista – o meglio una regista – capace di sottrarsi alla dittatura dei luoghi comuni.






