La vecchia pantera bianca ruggisce a colpi di rock

A settembre John Sinclair in Italia al Festival della letteratura resistente e in tour

John Sinclair è una specie di prototipo della controcultura americana: poeta, performer, manager di una band hard rock, leader di una band blues, fondatore di un partito, giornalista, voce radiofonica, produttore, educatore, archivista. Dalla più profonda provincia del MidWest, il Michigan dov’è nato nel 1941, negli anni ‘60 si lancia in un
percorso da leggenda come fondatore del Detroit Artist Workshop, manager del mitico gruppo hard rock MC5 [Motor City 5, un riferimento a Detroit], presidente del partito delle Pantere Bianche e negli ultimi decenni poeta blues e aggiornatissima personalità radiofonica che si può ascoltare in streaming tramite internet mentre continua imperterrito a lanciare il suo messaggio rivoluzionario da Amsterdam verso l’America di Bush e per il cosiddetto mutamento antropologico.
E’ una delle prime vittime della «war on drugs» nel 1969 e deve affrontare una condanna da 20 anni all’ergastolo [«20 to Life» è infatti il titolo del documentario di Steve Gebhardt che verrà proiettato per la prima volta in Italia a fine settembre durante il tour italiano di Sinclair] per aver dato due spinelli a una poliziotta in borghese. La condanna per possesso di marijuana viene ridotta a 9 anni e mezzo di cui sconta 29 mesi. Sinclair è stato uno dei primi a montare una sfida alla costituzionalità delle leggi sulla marijuana ed è proprio alla sua vittoria nell’appello che si deve la modifica della legge. La lunga campagna per la libertà di Sinclair culmina in un grandissimo concerto-rally con la partecipazione di John Lennon [che gli dedica una canzone] e Yoko Ono, Stevie Wonder, Bob Seeger, Phil Ochs, Allen Ginsberg e Bobby Seale che indubbiamente servì a velocizzare il suo rilascio tre giorni dopo, il 3 dicembre 1971.
Per i dieci anni successivi John Sinclair si reinventa come operatore culturale del territorio producendo il leggendario Ann Arbor Blues and Jazz Festival, scrivendo per la fiorente stampa underground e fondando il Detroit Jazz Center. Nel 1982 ritorna alla poesia accompagnando i suoi versi con musica blues e lanciandosi nella carriera di performer che lo porta a pubblicare diversi libri di poesia, 15 cd con centinaia di esibizioni in tutti gli Stati Uniti e in Europa.
Negli anni 90 lo ritroviamo a New Orleans, la patria del blues, come personalità radiofonica e giornalista. Ulteriore trasferimento ad Amsterdam nel 2003, da dove dirige la stazione internet RadioFreeAmsterdam.com.
Nel novembre 2006 a Foggia gli viene assegnata la Targa intitolata a Matteo Salvatore; la sua raccolta di poesie e scritti è pubblicata lo stesso anno da Stampa Alternativa con il titolo «Va tutto bene-It’s all good». Il 6, 7 e 8 settembre sarà ospite, con il chitarrista Mark Ritsema, del «Festival della letteratura resistente» che si svolge a Pitignano, in Toscana; dal 18 al 30 settembre è in fase di organizzazione un tour per il film «20 to life»; chi fosse interessato contatti Lily Mordà al 334 9763949.
Il curriculum del settantenne Steve Gebhardt, regista di «20 to Life», non è da meno del suo soggetto: direttore della casa cinematografica Joko, di John Lennon e Yoko Ono, regista del film «Ladies and gentlemen, the Rolling Stones!» e di documentari sulla vita di Bill Monroe, il padre della musica bluegrass, di Carla Bley famosa musicista e compositrice d’avanguardia jazz. In occasione del prossimo tour italiano ha risposto ad alcune domande sull’importanza di raccontare alcune figure significative della musica moderna negli Usa degli ultimi 40 anni.

E’ importante portare alla gente la storia di un musicista attraverso un documentario? Quale può essere l’apporto originale di un documentario rispetto alla musica o al video di un concerto?
«La storia di John Sinclair è la “mia” storia. I luoghi del Midwest che appartengono a John appartengono anche a me. Le cose che lo hanno ispirato da giovane sono le stesse che hanno ispirato anche me. La musica che ascoltava alla radio è la stessa che ascoltavo anch’io e ha avuto un simile impatto sulla mia mente. Quello stesso effetto lo abbiamo espresso in modalità diverse ma alla fine quello che dovevamo fare lo abbiamo fatto. Scegliere Brad Pitt come interprete in un film su John Sinclair non è certamente all’ordine del giorno a Hollywood di questi tempi. A Hollywood non sono mai stati in grado di rappresentare il concetto di “recreational substances” [cioè l’erba, il fumo, lo spinello] senza sbagliare, falsandolo. Il film si è evoluto nella sua versione attuale a causa dell’assurda situazione di trovarci a fare un film che è in effetti una celebrazione dell’edonismo in una città conservatrice del Midwest americano.
In America [allora come adesso] vi è un forte desiderio di regolamentare il piacere. Fino al 1936 era legale fumare la marijuana, è stata messa nel mirino solo con la fine del proibizionismo alcolico. Vi è un forte desiderio di regolamentare tutto, il che è stato sempre compito di uomini di una certa età. La guerra contro la droga ha come intenzione di criminalizzare quello che è diventato un gigantesco settore clandestino. Classificare la marijuana come droga significa che il potere assume una posizione irrealista. Ignorare la marijuana sarebbe la cosa sensata da fare, ma bisogna considerare che fa star bene la gente e questo certo non lo si può lasciar passare. Quindi bisogna costruire un numero sempre maggiore di prigioni che diano alloggio a questi detenuti per “crimini” che pure non sono violenti.
Al momento il governo sembra paralizzato. Poiché esiste una grandissima polarizzazione fra le parti qualsiasi legge approvata è carica di codicilli ed eccezioni; quel che rimane è compromesso al punto da non funzionare. Le cose non migliorano da nessuna parte del territorio statunitense. In tutti i codici la marijuana rimane una sostanza illegale e le autorità possono dare un giro di vite quando vogliono.
L’espressione “tolleranza zero” divenne una sorta di slogan nel mondo dei politici durante l’ultimo periodo di Reagan e della sua “War on drugs”; secondo un resoconto presentato l’anno scorso da American Psychological Association, regole di questo genere si sono allargate a macchia d’olio dopo alcune sparatorie nei licei.
Ritornando al documentario, l’abbiamo finito solo due settimane fa quando abbiamo completato le copie originali con nuovi montaggi che rimpiazzavano alcuni brani musicali; questo ci ha portato però a rimettere al vaglio l’intera opera. Nel maggio del 2004 intendevamo finirla lì, ma quando si scoperchia il vaso di Pandora scegliendo di
cambiare una canzone bisogna poi modificare gli effetti visivi, e già che ci siamo perché non dare un’occhiatina al tutto e vedere di migliorare qualcosa? Con quest’opera mi sembra di por fine all’epoca del film nel senso di pellicola entrando in quella del video digitale. Ma perché no? Per creare quest’opera abbiamo utilizzato ogni immaginabile forma e fonte di supporto visivo. Tom Hayes, responsabile del montaggio, ha scolpito questo incredibile arazzo utilizzando qualche volta niente altro che stracci e ritagli di immagini e di suoni. Trovo entusiasmante come riesce a sfuggire al look di “film” e in un certo qual modo diventa come le scatole di Joseph Cornell, una collezione di cose disparate all’interno di una cornice divisa per scomparti».

Perché il titolo «Da 20 anni all’ergastolo. La vita e i tempi di John Sinclair»? E quali sono state le sfide nel catturare e comunicare il rapporto fra la musica e la politica di Sinclair nel corso di 40 anni?
«A vent’anni dal film “Ten for Two” abbiamo appena finito “Twenty to Life” che rappresenta la nostra intenzione di raccontare tutta la storia di Sinclair. Nel ‘71 quando girammo il primo film la motivazione era diversa [faceva parte della campagna per la libertà di John] ma adesso, anni dopo, siamo convinti che se non lo facciamo noi nessuno si prenderà la briga di farlo. Incominciammo col riprendere Sinclair nel suo furgoncino per le autostrade di Detroit e Leni [sua moglie, famosa fotografa del mondo rock] in un parco vicino casa sua, utilizzando per farci raccontare la storia il classico formato delle figure a mezzo busto. Questa fase andò avanti per un bel po’ perché lavoravo al film su Bill Monroe e dovevo finire prima quello. Dovevamo ancora raccogliere tutta la narrazione. Abbiamo ripreso prima “Bye ya” e poi le poesie recitate in una stazione radio pubblica a Cincinnati con Ed Moss. A questo punto succede che la poesia di John diventa una forma di discorso filmico prendendo il posto della classica “storia della mia vita” in forma narrativa. Adesso volevamo dare corpo alla sua storia e scoprire altre connessioni fra la sua vita e i suoi versi. Negli anni seguenti finimmo per riprendere le performance di John nei luoghi più disparati, procurandoci così più che sufficiente materiale narrativo. Ci toccava quindi montare il tutto e farne un film. Nel 2001 eravamo a New Orleans per filmarlo mentre registrava un cd di blues; avevamo un manager che aveva acconsentito a pagare le riprese ma esistevano problemi di finanziamento. Passò un altro anno e avvenne un miracolo, cioè John riuscì a trovare una persona che avrebbe lanciato il suo cd tramite una casa discografica di grande reputazione. Si era impegnato a finanziare il film sino al suo completamento come pure la tournè per il lancio del cd da New Orleans a Chicago. Così filmammo Sinclair a Detroit per rendere più chiare alcune parti, poi ci unimmo alla tournè in treno. Ciò rese possibile contestualizzare l’amore di Sinclair per il blues, proprio nella terra natale di quella musica. Avevamo un grande archivio di immagini e moltissime ore di filmato a 16 mm riprese nel corso degli anni da Leni, all’epoca moglie di John. Sia Leni che John avevano esperienza nell’editoria ed entrambi avevano fondato l’Artist Workshop a Detroit,
non buttavano via niente. Abbiamo messo insieme tutto quel che potevamo trovare dalle fonti più diverse. In questo il lavoro di Hayes raggiunge il culmine, cioè nel fondere tutte queste immagini sconnesse in una composizione fluida».

Quali sono i mutamenti oggi nella fruizione della musica rispetto agli anni ‘60 e ‘70? Quali forze hanno maggiore impatto sul modo in cui si vive la musica, particolarmente fra le generazioni più giovani?
«L’attuale stato della musica mi crea solo confusione. Dal punto di vista tecnico, qualsiasi cosa si voglia fare adesso è molto più semplice rispetto a dieci anni fa. Se prendiamo a modello l’Età d’oro in Grecia, possiamo dire che una volta arrivati al culmine incomincia il declino. È stato esaltante fare la salita, ma guardarsi attorno mentre si rotola in discesa, scivolando sul teflon, è deludente. Oggi siamo stati educati dalla voce di Billie Holliday e dalla versione di Mick Jagger di “Love In Vain” di Robert Johnson. Nella nostra mente questi brani sono appesi agli Uffizi della musica. Non so esattamente cosa sia successo, so solo che stiamo vivendo in una torre di Babele musicale. Potrebbe volerci un Palladio moderno per riscrivere un assolo di “honking tenor sax” vitruviano del 1955 per smuoverci di nuovo.
Un effetto collaterale del consumismo globale è che i giovani hanno un grande potere d’acquisto. Nei miei anni all’università la definizione di status sociale si basava sul fatto che la famiglia possedesse o meno una tv a colori. Se ce l’avevano erano arrivati. Oggi quello standard si è moltiplicato esponenzialmente arrivando ben oltre le più scatenate fantasie di allora. Da quel pinnacolo potremmo aspettarci che la coscienza collettiva sia cresciuta anch’essa esponenzialmente ma purtroppo il gruppo su cui contavamo come sostenitori di cambiamento sociale, gli studenti, è stato sedotto dall’affluenza e si è rinchiuso nel bozzolo beato del proprio i-Pod.
D’altro canto, però facendo ricerche a caso su YouTube mi sono divertito a guardare Glenn Gould suonare la più perfetta esecuzione della “Goldberg Variations” di J. S. Bach. Eccolo lì. Nello stesso sito si può anche vedere l’unica copia completa su film delle composizioni di Charlie Parker. Deve pure esserci qualcosa di valore in questa stravagante tecnologia. Esiste forse qualche nuovo modo per far cessare le guerre? Esiste una nuova maniera di salvare il pianeta? Oh, mi pare si chiamasse impegno. Sartre & Camus avevano fatto centro».

Documentari come «20 to life» possono dare impulso al dibattito sul rapporto fra arte e attivismo politico? Vi sono differenze importanti nel dibattito negli Usa e in Europa?
«Non lo sapremo sino a quando non uscirà. Questo film lo abbiamo realizzato per mostrarlo a un pubblico che di solito riceve le informazioni dal sistema. In quello schema non c’è idea della verità. Attualmente non sembra che ci sia un movimento negli Stati Uniti per cambiare le cose. Sì, la gente si lamenta ma nessun politico ha il coraggio di esporre un punto di vista radicale: non sarebbe eletto e poi
verrebbe screditato da tutti gli altri.
Il film su Sinclair offre allo spettatore la storia di un individuo unico e complesso che potrebbe essere il “poster child” di mutamenti in ambito sociale. Un approccio fresco alla protesta. Se speriamo di creare cambiamenti–sia che si tratti di globalizzazione o di riscaldamento globale o di eleggere candidati politici–questo film merita di essere
guardato con attenzione, in Italia come nella striscia di Gaza».

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