Il mio Paraguay. Intervista a Fernando Lugo

Dopo 65 anni di potere ininterrotto, il più longevo partito latinoamericano al potere, il Partito Colorado paraguayano, rischia di perdere le prossime elezioni che si terranno a febbraio del 2008.

L’uragano politico che potrebbe far svoltare a sinistra il Paese sudamericano, che ha vissuto la più lunga e crudele dittatura militare(1954-1989) che ricevette anche gli elogi di Henry Kissinger per il suo impegno anticomunista, si chiama Ferdinando Lugo. Il suo curriculum vanta alcuni primati come quello di essere a 55 anni, il più giovane vescovo in pensione della Chiesa cattolica e il primo che si candida alle elezioni politiche. Vicino alla teologia della liberazione, animatore di movimenti sociali, Lugo è stato recentemente sospeso a divinis dal Vaticano dopo aver a lungo lavorato a San Pedro una delle regioni più povere del già poverissimo Paraguay.

Sarà appoggiato dal movimento di cittadinanza Tekojoja che in nella lingua guaranì significa “uguaglianza”, da larghi strati della popolazione, dai contadini agli indigeni, dai senza terra agli studenti universitari da quello che rimane della sinistra paraguayana dopo decenni di massacri. Nonostante le minacce di morte, gli attacchi che gli vengono da settori del Partito Colorado, il tentativo di invalidare la sua candidatura Lugo appare più forte e sicuro della possibilità di vincere la competizione elettorale.

A San Pedro , tutti si ricordano di quel giorno d’agosto del 1992 quando da vescovo della città si era rifiutato di partecipare alla inaugurazione del moderno aeroporto militare costato 5 milioni di dollari. Al presidente Juan Carlos Wasmosy, seduto al tavolo d’onore del banchetto, per celebrare la moderna opera, aveva mandato a dire che non era disposto a benedire una cattedrale nel deserto, visto che alla popolazione contadina di San Pedro, serviva una strada asfaltata per portare i loro prodotti a mercato della città e un ospedale per non dover morire di parto o di dissenteria. Indignato il presidente chiese come si chiamava quel vescovo insolente.” Fernando Lugo eccellenza, è un vescovo ribelle, un contrero”, gli avevano risposto.

Di quell’aereoporto ora rimangono soltanto rovine. La regione continua a essere povera e isolata, senza una strada asfaltata. L’ex vescovo ha rinunciato alla sua diocesi e al suo ministero, qualcuno sussurra che sia stato costretto a rinunciare. Lo incontriamo nella periferia di Asuncion, in una piccola villetta che i suoi sostenitori gli hanno messo a disposizione per il comitato elettorale.

Negli ultimi mesi una spietata quanto ridicola campagna del partito Colorodo e del presidente Nicanor Duarte frutos cerca di fermare questo esperimento di democrazia partecipata in Paraguay, dopo 37 di dittatura e 17 anni di democradura(come chiamano qui la transizione) cercando di sbarrare il cammino di Lugo verso l’elezione alla presidenza della Repubblica, accusandolo di aver collaborato con gruppi di sequestratori nel Paese per finanziare i movimenti sociali e di essere stato una vescovo immorale nei confronti dei suoi catecumeni. L’obiettivo è quello di forzare il potere giudiziario a aprire una inchiesta nei suoi confronti e impedirgli di candidarsi. Ma i movimenti sociali paraguaiani i moderati del Partito liberale che sostiene la sua candidatura fino a settori progressisti della Chiesa cattolica, lo impediranno.

Perché ha deciso di dimettersi da vescovo cattolico?

Dopo 30 anni di onesto sacerdozio ho rinunciato alle mie condizioni formali di vescovo, proprio per poter mettermi al servizio di coloro che in questo Paese, vivono con fatica. La nostra costituzione vieta infatti la candidatura, ai ministri di culto. Questo non significa che mi sono dimesso dall’essere un credente cristiano, ma vista la situazione drammatica in cui è precipitato il Paraguay, credo che oggi posso dare un contributo più efficace facendo politica.

Qual è oggi la situazione del Paese?

Il nostro Paese vive uno dei suoi momenti più critici. I dati statistici del Mercosur ci dicono che il Paraguay ha un tasso di povertà simile ai Paesi dell’africa equatoriale. Il popolo vuole un cambio, non ne può più di morire per stupide malattie come il dengue che il governo per inettitudine ha sottovalutato falsificando anche le statistiche. Non vuole essere costretta a dover emigrare all’estero per mantenere le proprie famiglie. Non vuole più essere ucciso dai grandi proprietari terrieri o dalla polizia perché chiede un minimo di equità sociale. Non ne può più di una giustizia totalmente dipendente dal potere politico della cupola colorada, che da 65 anni governa nella totale impunità.

Ma senza un partito e con le divisioni dell’opposizioni, ci crede davvero alla possibilità di essere eletto presidente del Paraguay?

Io lavoro per costruire un programma politico convincente che metta ai primi posti questioni come una crescita equa in un Paese dove 500 famiglie vivono nel lusso, circondati da una mare di povertà, una giustizia giusta e indipendente, e un processo di verità e riconciliazione. Per noi la questione della giustizia è centrale poiché senza giustizia aumenterà l’emigrazione, diminuiranno sempre più gli investitori stranieri che non hanno più fiducia del sistema Paese, e peggioreranno le condizioni economiche della popolazione In un Paese diviso che rischia un processo di decomposizione del tessuto sociale, a me interessa unire forze diverse.

Monsigor Antonimi, il nunzio apostolico paraguaiano, in una recente omelia ha dichiarato che Gesù non faceva politica. Anche papa Ratzinger in un discorso rivolto ai vescovi latinoamericani, ha detto recentemente che compito di un vescovo e fare proselitismo, non fare politica. Si sente sotto attacco?

Il servizio al prossimo attraverso la politica fa parte dell’azione evangelica, il cui fine è il bene comune. In questo senso anche Gesù faceva politica. Io ho scelto di stare con i poveri, credo non ci sia nulla di anticristiano in tutto questo.

In Paraguay la accusano di voler importare il modello venezuelano, cosa risponde?

Per me il valore più forte della rivoluzione bolivariana è la sua dimensione sociale e una migliore distribuzione della ricchezza per la parte più povera della popolazione. Una dose eccessiva di statalismo e di personalismo, e la mancanza di pluralismo tuttavia possono diventare un pericolo per la democrazia. Il Paraguay non è assimilabile alla situazione venezuelana. Il mio stile politico è quello che ho imparato in tanti anni di servizio evangelico, l’ascolto, la partecipazione, la cooperazione per arrivare a soluzioni condivise.

Il neoliberismo ha contribuito a impoverire pesantemente i popoli latinoamericani. Che politica economica pensa di seguire se sarà eletto?

Cercherò di coniugare una economia mista tra pubblico e privato tenendo conto che il Paraguay oggi soffre terribili disuguaglianze. Il 5% è proprietario del 90% delle terre di cui il 40% restano incolte. La disoccupazione tra i giovani è del 20% il salario minimo è fermo a 100 dollari al mese. Non esiste un sistema pensionistico, né uno sanitario. Se devi fare una operazione devi pagare. Lavorerò per una crescita che abbia come orizzonte l’equità sociale. Bisogna pensare a un modello Paese che sia in grado di generare lavoro, risorse collettive e serenità sociale. Mi accusano di essere un prete marxista ma io dico che la fame, la mancanza di educazione, la malattia, non sono questioni ideologiche. Non hanno colore In Paraguai dobbiamo lavorare in modo convergente per affrontare problemi complessi con soluzioni nuove. Possiamo aggredire la realtà e renderla più accettabile, più giusta, più equa mettendoci, in discussione tra di noi facendolo anche con allegria, questo Paese merita il nostro sforzo.

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