Questa mattina è iniziato lo sciopero generale indetto dal NCub, il Consiglio nazionale dell’Unione birmana di cui fanno parte i sindacati, le organizzazioni dei monaci buddisti, degli studenti, delle donne e delle minoranze etniche, anche se un po’ sottotono rispetto alle grandi manifestazioni represse duramente negli ultimi giorni e nelle quali sono morte almeno tredici persone.
«A Rangoon e Mandalay si sono svolte manifestazioni più piccole e periferiche per evitare l’uccisione e il ferimento dei manifestanti. Migliaia di persone sono comunque scese in pizza per ribadire che non c’è stata una normalizzazione della situazione» spiega Cecilia Brighi, responsabile della Cisl per i rapporti con le istituzioni internazionali e i paesi asiatici. Lo sciopero andrà avanti domani, mentre l’inviato speciale delle Nazioni unite, Ibrahim Gambari, incontrerà il generale Than Shwe, capo della giunta militare.
Intanto prosegue la mobilitazione internazionale a sostegno del movimento birmano. Amnesty international ha chiesto all’Onu di imporre l’embargo sulle armi e si è rivolto anche ai principali fornitori della giunta militare [Cina, India e Russia tra tutti]. Alle 18 c’è un presidio in piazza San Babila a Milano promosso dalla locale Consulta per la pace. Chiedono all’Onu di instaurare un embargo economico e commerciale da mantenere fino alla liberazione dei prigionieri politici e all’apertura di negoziati per una transizione democratica. Al governo italiano si chiedono invece misure per costringere le imprese italiane – la cui lista sarà nota a breve – a interrompere i rapporti commerciali con il paese. Il 3 ottobre l’associazione Ya basta promuove un «No Total day» e invita i cittadini a protestare davanti ai distributori della multinazionale francese.






