L’inviato speciale dell’Onu in Birmania, il diplomatico nigeriano Ibrahim Gambari, sembra aver assunto il ruolo di «ponte» tra i generali della giunta militare e l’opposizione. Nella stessa giornata, Gambari ha incontrato prima il generale Than Shwe, che lo ha ricevuto, dopo quattro giorni di anticamera, nella nuova capitale Nypyidaw. Poi è tornato a Rangoon, per un secondo incontro con la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi. Gambari aveva già avuto un colloqui con Suu Kyi sabato scorso, al suo arrivo nel paese asiatico.
Il riserbo sul contenuto dei due incontri è massimo, ma un portavoce dell’Onu, dopo il colloqui con il generale Shwe, ha spiegato che il compito di Gambari è di chiedera ai militari di cessare con la repressione del movimento di protesta e attivare un processo «inclusivo» per il ritorno alla democrazia. L’aggettivo «inclusivo» è importante. Negli ultimi due anni infatti la giunta militare ha dato vita a una sorta di processo di democratizzazione che le organizzazioni dell’opposizione, tanto in Birmania quanto in esilio, hanno sempre bollato come «farsesco». I militari erano impegnati, con alcuni blocchi sociali a loro vicini, a scrivere una nuova costituzione che, salvando una facciata di democrazia, avrebbe invece lasciato intatto il potere politico e quello economico dei vertici delle forze armate.
I gruppi dell’opposizione, hanno sempre respinto le offerte di «cooptazione» lanciate dai militari. Basterà adesso l’intervento di Gambari per convincere i generali a farsi da parte? Senza una pressione internazionale come quella che si è avuta nelle ultime due settimane, e che già si affievolisce, sembra piuttosto improbabile.






