Simona e Simona la nuova politica

Ci sono due immagini che faticano a uscire dagli occhi. La prima: Simona Pari e Simona Torretta che fanno il girotondo in un cortile con dei bambini di Baghdad. La seconda: le due ragazze che in un’aula rimessa a nuovo fanno scuola agli scolari di Baghdad seduti compostamente nei banchi. E, in contrasto con questi simboli di pace, il sangue, la distruzione, la morte visibile nelle strade e nelle piazze di un Paese devastato dalla guerra. Il dolore e la pietà. Ma l’ansia quotidiana per il destino delle due giovani donne ha provocato n Italia, pare di capire, un soprassalto di coscienza civile. Sta accadendo che non pochi si interroghino su se stessi, su quel che fanno e non fanno per il prossimo e per la società in cui vivono. Simona e Simona erano portatrici d’acqua. Reale e metaforica. Erano riuscite a farne arrivare 150mila litri nella zona centrale di Najaf, lavoravano con intelligenza, passione e corragio per rimettere in piedi scuole distrutte, impostavano con la loro associazione, “Un ponte per”, programmi di educazione sanitaria per l’infanzia. Sempre a Baghdad, le due giovani si stavano impegnando per la ricostruzione della biblioteca e si batttevano accanto alla comunità locale per garantire i diritti fondamentali ai cittadini che hanno difficoltà a vivere, depauperati anzitutto della loro dignità.
Tutto questo – i segni sono numerosi, al di là delle centinaia di manifestazione di solidarietà che si sono svolte ovunque – ha colpito molto uomini e donne di ogni estrazione sociale, luogo e città. Simona e Simona, con la loro limpidezza e serietà, hanno fatto da modele per una sorta di esame collettivo della propria esistenza. Il “che fare?” vale per tutti. La politica non è sufficiente, così come viene fatta, a dar risposte, a creare interessi. Sconforta spesso, deprime. Come si può pensare che le discussioni, i brontolii gergali di quest’estate siano stati appassionanti? Che le polemiche di Rutelli, di Prodi e dei loro subalterni avvicinino i cittadini alla politica, infinitamente lontana, oligarchica, decisa da “altri”?
Quel che facevano a Baghdad le due Simone ha richiamato l’attenzione ammirata di molti sul mondo del volontariato, spesso sconosciuto, sulla cooperazione sociale, sul terzo settore, dizione che vuole distinguere dall’intervento dello Stato e del mercato il lavoro delle numerose organizzazioni italiane, 235mila istituzioni no profit, con 600mila occupati e 4 milioni di volontari che dedicano almeno 6 ore settimanali alla propria associazione.
L’Unità ha pubblicato un prezioso libretto, “Dizionario della solidarietà”, sul volontariato, l’associazionismo, il terzo settore, la cooperazione, a cura di Mimmo Lucà. In una cinquantina di voci ricche di notizie viene spiegato il fenomeno che non è di certo di oggi, ma che negli ultimi decenni ha avuto un grande impulso. Tra le altre voci: bene comune, bilancio sociale, commercio equo solidale, emergenza umanitaria, finanza etica, giovani e volontariato, migranti, operatori di strada, rete di servizi, sviluppo sostenibile, tutela ambientale, uguaglianza. “La solidarietà – scrive Bruno Trentin – è figlia della Rivoluzione francese e del pensiero cristiano del Novecento. È figlia della fraternità che accanto alla libertà e all’eguaglianza sanzionò l’immagine della Reppublica del 1789 e della “Carta dei Diritti dell’uomo e del cittadino””.
Quello del volontariato è un arcipelago vastissimo. Si conoscono le iniziative più note, “Emergency”, “Medici senza frontiere”, “Amref”, si sa poco delle migliaia e migliaia di centri sociali, gruppi, servizi, forum, corsi di formazione, cooperative sociali, botteghe solidali, scuole interetniche, attività civili e culturali, sportelli per gli immigrati, associazioni contro le manipolazioni genetiche, cantieri sociali, banche dati. È una rete enorme di energie positive venute a colmare i vuoti che si sono venuti a creare in Italia soprattutto negli anni Novanta del Novecento.
Il cittadino di oggi si sente il più delle volte indifeso. Le istituzioni non lo rappresentano. Lo stato è, paradossalmente, lontano o presente (per le sue necessità). Mancano i ponti, sono saltati i collegamenti. Alla Bicocca Pirelli, alla periferia di Milano, luogo sacrale della classe operaia e del capitalismo non reazionario, funzionavano ancora vent’anni fa, all’interno della fabbrica, le sedi dei sindacati e fuori dai cancelli le sedi dei sindacati nazionali e le sedi dei partiti di massa. Fabbrica e rappresentanze politiche sono state formatrici di politica e di cultura per gli abitanti del quartiere coi quali hanno avuto legami tenaci.
Adesso non c’è più nulla. Una landa desolata. La Pirelli è ridotta all’osso, un ufficio stralcio. Al posto dei capannoni dei cavi e della gomma è sorta l’università, priva di servizi, di verde, di mezzi di communicazione, senza un bar e una trattoria nei dintorni. È sorto anche il teatro degli Arcimboldi – chissà quale fine farà – per sostituire la Scala durante i restauri e sono state costruite palazzine di proprietà della Pirelli che sembrano prigioni per condannati al soggiorno obbligato.
Manca ogni idea di città e ogni spirito vitale in luoghi dove generazioni operaie hanno lasciato memoria della loro fatica, delle loro lotte, dei loro fervori.
È mutato, si sa, l’assetto sociale. Le forme di attività del volontariato spuntate in ogni angolo del Paese – la Biccoca Pirelli è solo un esempio di innovazione malfatta e speculativa – sono compensative, al servizio di una società minuta e sempre più complessa che ha bisogni di ogni genere.
Mi racconta Pierluigi Sullo, direttore di “Carta”, settimanale intelligente al servizio dei mondi del volontariato, qual è l’origine politica dei cantieri sociali: forme di auto-organizzazione, parallele o fuori dalla politica, che si costituiscono per gli scopi più diversi, per difendere l’acquedotto cittdino, contro una nuova autostrada, per organizzare l’accoglienza ai migranti, per promuovere la protezione sociale del lavoro precario, per creare reti di informazione indipendenti, scuole o altre occasioni di formazione su temi come la globalizzazione e la pace. In questo modo quel che i partiti, per la loro storia e natura, non riescono più a organizzare – la sintesi della volontà popolare, la mediazione con le istituzioni e i poteri dell’economia – viene svolto da queste pluralità di reti sociali diverse dalla politica del passato, capaci di tenere insieme, in un equilibrio turbolento e sempe da rinnovare, centri sociali e missionari, vecchi comunisti e “lillipuziani”, giovani e meno giovani, coloro che rifiutano lo sviluppo eterodiretto in nome della specificità locale e il “laboratorio Roma” come lo chiama Veltroni, fatto di municipi che praticano forme innovative di partecipazione, di rapporto con i movimenti.
Forse sta nascendo, o forse è già nata, una “neopolitica”, una nuova democrazia, con un elettorato di non piccoli numeri, che per un programma progressista può essere apassionato o anche rappresentare la tipica espressione astensionista. Dipende dai fatti, dai comportamenti o anche dai linguaggi.
È certo però che tutti questi milioni di uomini e di donne vogliono agire, essere utili, gettare ponti anch’essi. E non è casuale che in tanti, vivendo la tragedia delle ragazze di Baghdad, abbiano pensato a quel che possono fare nei loro piccoli mondi.

  • Articolo pubblicato sull’Unità di venerdì 17 settembre
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