Che Guevara, che non smette di nascere

Lontano dall’opzione ideologica o dal «consumismo borghese», a 40 anni dalla sua morte, per una importante porzione di giovani, il Che sembra rappresentare la resistenza al conformismo.
Ha solo 20 anni e non ha nel suo guardaroba magliette con l’immagine del Che, eppure, quando si è trattato di partecipare al programma televisivo «Locos para saber» [un quiz della tv uruguayana, ndr] in rappresentanza del suo liceo, ha deciso di lanciare una sfida. Ha chiesto in prestito a un amica una felpa con l’immagine del Che e si è presentato con il suo sorriso migliore davanti alle telecamere. «E’ stato un atto di ribellione – spiega Yamandu’ – il programma è sponsorizzato dalla setta del reverendo Moon…». Non c’è bisogno di altri dettagli. Nelle culture giovanili, le parole sono di troppo, e le immagini non hanno bisogno di spiegazioni. La forza del gesto di Yamandu’ dice già tutto.
Fra i giovani l’immagine del Che sembra associata a un’idea meticcia di ribellione, lontana da qualsiasi affiliazione politica o da qualunque opzione di partito. Forse è Maradona, con il suo Che tatuato sulla spalla che rappresenta il miglior esempio di questa ribellione spontanea che confina con la sfida. Per quelli che di solito leggono la vita in chiave ideologica, questo meticciato è incomprensibile, da condannare, anzi, perché eclettico e incoerente. Soprattutto quando l’effige del guerrigliero sembra intercambiabile con quella di altri personaggi, come Bob Marley, con cui condivide un’aura di provocazione e di rifiuto del doppio discorso.
Maxi, 22 anni, studente di sociologia, ha al contrario una visione diversa del personaggio: «E’ il simbolo della rivoluzione, della dedizione, del sacrificio per una causa», spiega in un linguaggio che non risparmia concetti. Questo caso rappresenta un’inequivocabile costruzione che fa della coerenza la sua ragion d’essere. Perfino così, però, Maxi combina l’ideologia con gli affetti, una miscela che si è dimostrata imbattibile nell’immaginario giovanile.
Fra questi due estremi, per così dire, vivono molti Che: dalla giovane che alza i toni con la «stampa», fino al «perché sì» incredulo di chi non capisce perché ci dovrebbe essere bisogno di una logica per spiegare un gusto, un’opzione estetica o un’affinità ideologica. Forse lì si radica la forza dell’immagine che Ernesto Guevara trasmette a generazioni che non hanno vissuto il clima di confronto degli anni ’60 e ’70, e che conosco poco della vita del guerrigliero, oltre il costante «è morto combattendo» o «ha dato la vita per le sue idee» che gli uni e gli altri ripetono. Si potrebbe sospettare, per quanto sia difficile trovare qualcuno che formuli questo pensiero, che il Che è sentito come un eroe, più culturale che politico, nel senso partitico del termine.
In ogni caso, chiedere ai giovani le ragioni di una scelta – come ha fatto il cronista che scrive – è quasi un’eresia, che si paga con l’indifferenza. Lo storico peruviano Alberto Flores Galindo osserva che nel suo paese l’immagine del Che accompagna le stampe del Signore dei miracoli o della Vergine del Carmelo. E conclude che si tratta «della rielaborazione di un personaggio storico attraverso la cultura popolare», il che spiega il fatto che lo si accomuni a madonne e santi e non all’eredità degli anni sessanta, come a volte si pretende che sia. E forse questa elaborazione popolare spiega perché sul Rio de la Plata, il Che compaia sulle tribune dove coraggiose tifoserie agitano le loro bandiere. Che altro potrebbe essere il Che, in questi casi, se non un’icona associata al calcio?
Se fosse certo che ci troviamo di fronte a una rielaborazione popolare-giovanile di un mito, fondato su un personaggio storico che in sole quattro decadi riesce a sorvolare invitto la crisi del socialismo reale e le difficoltà delle sinistre al momento di cambiare il mondo, lo si può capire solo dall’interno di questa cultura, dai suoi codici e dai suoi modi di vivere il presente. E’ in questo senso che l’espansione dell’iconografia del Che non deve sorprendere nessuno. I giovani potrebbero far diventare mito un qualsiasi calciatore proprio mentre si consuma la più profonda crisi dello sport nazionale? Detto in un altro modo: che c’è di eroico nella nostra società, nei suoi governanti, negli intellettuali, negli artisti, che meriti di trasformarsi in un’icona, in rappresentazione dei sogni degli adolescenti? E mentre si va avanti così, e chissà, forse anche se dovesse cambiare, l’immagine del Che continua a sorridere dal suo posto nell’immaginario giovanile.

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