Le dichiarazioni del ministro degli esteri D’Alema, secondo il quale «Nel mondo globalizzato la politica estera è la politica tout court», dovranno fare i conti con una politica della cooperazione allo sviluppo che procede in maniera discontinua.
Proviamo ad esaminare, dati alla mano, qual è lo stato dell’arte su questo tema nella Finanziaria. Iniziamo col dire che la cifra complessiva per il 2007 è di poco più di un miliardo, il che porta la percentuale del pil dedicato all’Aiuto pubblico allo sviluppo [Aps] a circa lo 0,29 per cento, cifra record degli ultimi dieci anni. Questo dato, di per sé positivo, merita un’analisi.
La cifra è divisa, grossolanamente, in due tranche. La prima porta la dizione di «pace e sviluppo» ed è di 500 milioni. Raccoglie le missioni militari di pace Onu [100 milioni], il Peace facility for Africa [40 milioni], i fondi destinati alla bonifica di armi chimiche in Russia [5 milioni]. Restano 225 milioni di euro per «l’erogazione di contributi volontari ad organizzazioni umanitarie operanti a favore dei paesi in via di sviluppo», e una quota di 130 milioni per il Fondo globale di lotta all’Aids, Tbc e malaria [che finalmente l’Italia paga in tempo].
Una seconda parte di quello 0,29 per cento viene destinata alla «partecipazione dell’Italia a banche e fondi di sviluppo internazionali per aiuti finanziari ai paesi in via di sviluppo». Sono 410 milioni di euro per l’anno 2007.
A queste due tranche si aggiungono altri residui, che portano il tutto a oltrepassare il miliardo di euro, e a sfiorare [senza raggiungerlo] il fatidico 0,3 per cento previsto dagli impegni internazionali. Questi numeri vengono però in qualche modo smentiti, nella loro progressione verso lo 0,33 per cento [previsto dal Dpef solo due mesi or sono] dal fatto che per il 2008 sono previsti solo 740 milioni, che rimettono in discussione le percentuali raggiunte quest’anno.
Noi abbiamo martellato a più riprese il governo affinché fossero rispettati gli impegni internazionali, ma soprattutto perché il dato politico contenuto nel Dpef fosse rispettato. Questo avrebbe consentito all’Italia di rispondere ai parametri europei e di fare fronte agli impegni verso i cosiddetti «obiettivi del Millennio», o almeno di cominciare a dare una valida risposta in questo senso. Anche la viceministra agli esteri Patrizia Sentinelli si era spesa politicamente per questo, respingendo alcune proposte «contingenti» per avviare un orizzonte di programmazione e certezza delle risorse che alle Ong internazionali aderenti al Coordinamento italiano network internazionali [Cini] pare ancora più importante delle «impennate» attuali.
Ed è proprio la riforma della cooperazione la vera posta in gioco in queste scelte contenute nella Finanziaria, che con una mano concede un miliardo e con l’altra riduce la capacità politica di programmazione della Farnesina. In sintesi il dominus di questa fase governativa è il ministero dell’economia, restio ad accettare una tipologia di coordinamento effettivo sui «suoi» soldi che, ricordiamo, rappresentano ancora il tre quarti dei fondi per le attività internazionali.
La strada per la riforma e quella dei fondi per la cooperazione si intrecciano, e così pure il pressing delle Ong internazionali, intenzionate a far valere la coerenza tra politica estera e cooperazione. Ora sappiamo che la strada della riforma è ripida e che la posta in gioco è la reale possibilità della Farnesina di coordinare le azioni di politica estera che diventano cooperazione. Per questo, poniamo l’accento sulla necessità di una figura di livello governativo che possa autorevolmente, come dimostrato dall’esperienza attuale, riportare «a sistema» il complesso dei ministeri interessati, ma anche valorizzare quelle competenze che oggi sono costrette a una battaglia sui principi e sui valori, invece di dispiegare le loro capacità progettuali e di nuova politica.






