Il governo giapponese ha deciso martedì 16 ottobre di avviare il blocco degli investimenti in Birmania, per fare pressione sulla giunta militare. Si comincia dallo stop a 4,7 milioni di dollari destinati a un centro di formazione dell’università di Rangoon, dove avrebbero dovuto essere attivati dei corsi di economia, management e giapponese. E’ la prima misura di sanzione economica dopo le parole di «forte condanna» espresse da Tokyo durante la repressione dei movimenti di protesta birmani. Nel corso degli attacchi dell’esercito birmano, era stato ucciso un fotoreporter giapponese, Kenji Nagai.
La decisione di Tokyo si somma all’avvio delle sanzioni decise dall’Unione europea e partite lunedì 15 e calibrate per colpire le esportazioni di minerali preziosi, legno pregiato e metalli, settori nei quali i generali hanno interessi diretti.
Nel frattempo, la giunta militare, attraverso il quotidiano ufficiale «New light of Myanmar» ha fatto sapere di non essere disposta a cambiare linea e di non temere un’azione dell’Onu «perché non ci sono rischi per la comunità internazionale». L’Onu, tuttavia, non rimane inattiva: l’inviato speciale Ibrahim Gambari è nell’Asia orientale per colloqui con i governi della regione, senza i quali qualsiasi embargo internazionale rischia di essere inefficace, dato che il 90 per cento del commercio estero birmano passa per i paesi vicini.






