Sabato scorso, a Monterotondo [pochi chilometri a nord di Roma] un negozio di proprietà di una cittadina romena in un comune è stato colpito da un ordigno esplosivo. La ventottenne romena, Diana Steluta Mailat, aveva l’unica «colpa» di portare lo steso cognome dell’uomo che si trova in cella con l’accusa di aver rapinato e ucciso la scorsa settimana Giovanna Reggiani, ma non è una sua parente. L’esplosione ha provocato danni alla saracinesca e all’ingresso del negozio. Accanto al negozio è comparsa una scritta che per gli inquirenti è la rivendicazione dell’attentato, «Vi bucheremo la testa», con accanto una croce celtica, simbolo utilizzato dall’estrema destra. E questa notte, a Pescara, è comparsa una scritta minacciosa sul muro del palazzo comunale di Pescara: «Cappio ai rom», con una croce celtica.
Sono segnali allarmanti, che sembrano rappresentare un’inquietante corrispondenza tra le politiche repressive contro rom e rumeni che vengono dall’alto e i sentimenti diffusi nella società. In realtà, qualcuno sta provando a reagire al clima d’odio. Ci stanno provando a Milano, dove grazie al digiuno permanente e al presidio davanti alla sede del comune promossi la scorsa settimana e per diversi giorni da un gruppo di associazioni milanesi, una donna rom e i suoi quattro bambini, che erano stati cacciati da un dormitorio pubblico in attesa dell’espulsione, sono stati di nuovo accolti sotto un tetto. Ora i circa venti rappresentanti di associazioni milanesi, hanno deciso di incontrarsi [probabilmente mercoledì 14 presso la Camera del lavoro di Milano], forti del successo ottenuto, per promuovere un’altra grande mobilitazione cittadina. «Vogliamo avviare un dialogo serio e costante con le amministrazioni locali –spiega ci Sergio Segio, uno di loro–per essere capaci davvero di proporre politiche di accoglienza con i rom e ripensare le politiche sociali che riguardano i migranti e le persone che sono in situazione di povertà estrema. Ma il decreto sulla sicurezza del governo ci costringe ad andare oltre e cercare di uscire da singole questioni e da battaglie territoriali, per costruire un discorso complessivo che metta in discussione il clima di pesante intolleranza ed ‘emergenza’ con il quale si continuano a costruire politiche sociali ingiuste e ossessive».
Intanto, l’ Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione esprime la più ferma contrarietà al decreto legge sulla «sicurezza» emanato dal governo, «nel merito e nella forma». Per l’Asgi è «sconcertante» fornire «una risposta carceraria e repressiva a problemi sociali». «Al di là di gravissimi dubbi di costituzionalità e di evidenti violazioni della normativa comunitaria in tema di libera circolazione – prosegue l’Asgi–è intollerabile che in una società democratica si continui a trattare il tema migratorio sull’asse portante del binomio: più carcere, più espulsioni». A Firenze, la lista Unaltracittà/Unaltromondo «ritiene necessario fermare con estrema urgenza la deriva xenofoba che viene promossa da ampi settori istituzionali e da forze politiche di destra e di centro, tra cui il Partito democratico» e invita tutti a partecipare all’incontro tra Alessandro Santoro, prete delle Piagge, e l’assessore comunale Graziano Cioni [quello dell’ordinanza anti-lavavetri], che avrà luogo giovedì 8 novembre alle 18 al centro sociale Il Pozzo [in via Lombardia 1p, alle Piagge].
Secondo Paolo Beni e Filippo Miraglia, presidente nazionale e responsabile immigrazione Arci «il decreto legge adottato da un consiglio dei ministri straordinario, con una drammatizzazione mediatica fuori misura, ci sembra sbagliato e assolutamente discutibile sul piano del diritto internazionale e della correttezza costituzionale. Sulla base dell’inaccettabile criminalizzazione di una intera popolazione, quella rumena, se ne consente, con atto amministrativo, la deportazione di massa».






