Il 7 Novembre del 1917 – sono oggi novanta anni – il proletariato russo conquistava il Palazzo d’Inverno e la prima rivoluzione socialista sembrava vincere nel più esteso paese del mondo, terrorizzando la borghesia internazionale. Una fase nuova della storia si apriva. Non è questo il luogo per raccontare una storia antica ma non passata, come in tanti vorrebbero, invece, convincerci. Quella giornata, lo sappiamo, non ha portato il socialismo alla vittoria, nemmeno in Russia. I drammi e le tragedie furono molti, tanti i lutti. Quel 7 novembre però aprì una stagione di lotte in tutto il mondo, che portarono ad una democrazia più completa in Occidente, alla decolonizzazione, al miglioramento delle condizioni di vita per miliardi di persone. Vogliono farci credere, invece, che i gulag e Stalin siano l’emblema del comunismo. Insomma, si butta il bambino insieme all’acqua sporca.
Il nuovo ordine mondiale ha pensato bene di usare la Russia moderna come emblema della sua vittoria. Il decennio eltsiniano ha rappresentato la rivincita del capitale contro il lavoro. Un processo globale – non ne siamo certo esenti in Occidente – che però ha avuto in Russia il suo momento più selvaggio. Liberismo e privatizzazioni, tutto il potere al mercato e tutto si aggiusterà. Così, il vetusto patrimonio industriale e le infinite risorse naturali del paese sono state vendute per un tozzo di pane. Non al miglior offerente, ma a chi aveva più conoscenze, più agganci. La giustificazione, però, era pronta. Gli ineffabili economisti neo-liberali ci hanno spiegato che il mercato avrebbe imposto una successiva redistribuzione efficiente delle risorse. Naturalmente, non è accaduto. I consiglieri occidentali studiavano sui loro libri, nel caldo delle loro lussuose suite nel centro di Mosca, ma non hanno mai messo il naso nel freddo delle strade russe. Non hanno capito nulla del paese, ce lo ha confermato anche uno di loro, anzi, il loro esponente più illustre, Jeffrey Sachs – oggi riciclato a salvatore del mondo dal riscaldamento globale. Grazie alle ricette del Fondo monetario, grazie all’appoggio dato dai governi occidentali a Eltsin – uno dei più grandi briganti dei tempi moderni – la Russia è caduta nel baratro. Era uno dei paesi con la più egualitaria distribuzione di reddito, è diventata una nazione con pochi ricchissimi ricchi e tanti, tantissimi ridotti sul lastrico. Il partito comunista russo aveva chiesto l’impeachment contro Eltsin per genocidio contro il popolo russo. Hanno sorriso con sufficienza, in Occidente. Ma negli anni Novanta l’aspettativa di vita media dell’uomo russo è calata da 64 a 57 anni, mentre il tasso di mortalità infantile si è alzato del 50 percento. I gulag non c’erano, ma di liberismo si muore.
L’arrivo di Putin ha migliorato alcune cose. Lo stato cerca di controllare gli impulsi auto-distruttivi del mercato, l’alto prezzo del petrolio ha avuto ricadute positive sui redditi della borghesia urbana. Ma, ancora una volta, sono stati gli oligarchi a trarne i maggiori vantaggi, mentre la maggioranza della popolazione tuttora langue in povertà. L’opposizione è sempre solo quella del partito comunista, senza possibilità di vittoria. Tutti ne pronosticano, ormai da 15 anni, la morte. Le dotte analisi sociali dicono che solo i pensionati votano per i comunisti, e visto che in Russia i pensionati muoiono velocemente – un successo del liberismo, che ci evita costi inutili ed improduttivi – così anche il partito dovrebbe sparire. Non accade mai, però. In compenso, il rimpianto dei tempi sovietici continua a crescere, e forse bisognerebbe cominciare a chiedersi il perchè.
Certo se Lenin vedesse oggi cosa è diventata la Russia [e cosa è diventato il mondo] non ne sarebbe felice. Si potrebbe pensare che novant’anni dopo le cose siano tornate indietro, forse siano addirittura peggiorate. Allo stesso modo si potrebbe allora pensare che quelle idee di riscatto e di lotta non siano poi così vecchie e ammuffite, anzi sono davvero le più attuali. In fondo, come ci dice «il manifesto», la rivoluzione non russa.
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