Si fa largo a gomitate l’idea che i bambini e le bambine abbiano il diritto ad essere informati anche con la visione diretta delle immagini attinenti le efferatezze di una globalizzazione sempre più all’insegna della guerra e del terrore.
Giornalisti prestigiosi si sbracciano per convincerci (e convincere i sempre più riottosi genitori) che l’informazione è una libertà che già da piccoli occorre vivere in tutte le sue sfaccettature, che la realtà è questa, che ogni filtro richiama alla censura e al perbenismo farisaico.
Ricordo una mamma venuta in consulenza pedagogica per parlarmi della figlia di cinque anni scioccata e traumatizzata per mesi dalla visione di un film dell’orrore durante un tranquillo weekend in montagna, a casa di amici, con tutti i bambini a guardare il film senza che nessun genitore ponesse vincoli.
Che il telegiornale delle venti mandi lo sgozzamento o la strage dei bambini di Beslan con la naturalezza di un dovere professionale, mi pare per lo meno inquietante. Il 60 per cento delle famiglie italiane cena con la Tv accesa. Un dato che racchiude ovviamente anche le famiglie con figli di qualsiasi età. La tolleranza emotiva dei bambini fino a tre anni è nulla (vedi il frequente pianto quando negli spettacoli di burattini partono le bastonate); dai tre ai sei anni è bassissima e comunque con una capacità di distinguere realtà e fantasia già molto accentuata; dai sei ai dieci anni la tolleranza si incunea in una pensiero morale molto debole, creando un’impotenza sorda e a volte cinica.
È questo che vogliamo? Bambini temprati allo spettacolo della reale sofferenza umana come un qualsiasi altro spettacolo della vita? Non si rischia di sviluppare una desensibilizzazione emotiva e cognitiva che sposta sul piano dell’apatia e dell’indifferenza quella che dovrebbe essere un’ovvia ripugnanza?
Se la sofferenza è troppa, invece di generare comprensione e solidarietà, finisce con l’indurre un senso di sconforto e di assenza che pregiudica la capacità stessa di voler cambiare in meglio il dolore altrui.
Il mio è un invito ai genitori a fare attenzione ai guru di quella cultura mediatica che vuol farsi religione fanatica e intollerante, che mette le proprie ragioni davanti ad ogni ovvia necessità di rispetto dei più piccoli.
- Direttore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, Piacenza






