Uno su quattro povero, come negli Usa

In Italia, tra 1990 e 2001, la percentuale della ricchezza andata al 20% più povero della popolazione è stata, in media, pari al 6. Tra i paesi ricchi, solo Portogallo, Usa, Gran Bretagna e Australia hanno fatto peggio, mentre i paesi virtuosi hanno valori attorno al 10. Se invece si prendono in considerazione le persone che hanno un reddito pari alla metà di quello medio, si scopre che tra 1990 e 2001 sono state il 14,2% della popolazione, più che in tutti i paesi ricchi (tranne gli Stati Uniti), più che in molti paesi dell’Est europeo.
La povertà è così tornata di moda. E’ da almeno dieci anni che un tema che sembrava scomparso dal dibattito politico nazionale ha ripreso a occupare i titoli dei giornali e (qualche) progetto di ricerca. Ma che cos’è la povertà?
Se ne possono dare diverse letture. Una–tipicamente anti-economicistica–può essere attribuita a Karl Polanyi:
"[…] ciò che appariva soprattutto come un problema economico era essenzialmente un problema sociale. […] Nonostante lo sfruttamento il lavoratore avrebbe potuto cavarsela meglio di prima, ma un principio completamente sfavorevole alla felicità individuale e generale stava distruggendo il suo ambiente sociale, il suo vicinato, la sua posizione nella comunità, la sua arte, in breve, quei rapporti verso l’uomo e la natura nei quali si collocava prima la sua esistenza economica. La rivoluzione industriale stava causando uno sconvolgimento sociale di proporzioni straordinarie, e il
problema della povertà era semplicemente l’aspetto economico di questo avvenimento.
Ecco dunque che essere poveri non significa–soltanto–non poter mangiare o non avere un tetto
sulla testa ma anche essere privi di risorse sociali e relazionali adatte a quello che oggi definiremmo sviluppo umano. Si pone dunque un problema di benessere. E ciò complica non di poco il problema. A questo proposito vale la pena ricordare gli studi di Amartya Sen, tesi a rimarcare la differenza tra benessere inteso come esclusiva produzione di ricchezza monetaria (a qualsiasi costo) e qualità della vita. Si deve partire dalla consapevolezza di quanto sia difficile, in generale ma soprattutto nelle nostra società complesse, che in genere riescono a soddisfare i cosiddetti “bisogni primari”, valutare i livelli di “benessere” e conseguentemente scegliere le priorità.
Si potrebbe essere agiati senza stare bene. Si potrebbe stare bene senza essere in grado di condurre la vita che si era desiderata. Si potrebbe avere la vita che si era desiderata senza essere felici. Si potrebbe essere felici senza avere molta libertà. Si potrebbe avere molta libertà senza avere molto.
Ma proprio le relazioni sociali condizionano il nostro benessere–e dunque la nostra povertà–perché possono più o meno indurre determinati desideri, determinate esigenze. A ciò si aggiunga che noi occidentali siamo nella società degli iper-consumi e questo significa sostanzialmente che ogni idea di benessere/povertà deve essere analizzata in termini relativi, sia rispetto agli altri (che consumano più o meno di noi) sia rispetto al tempo (che viene concepito solo come variabile determinante un maggior consumo).
[…] non si propone la felicità ma la più grande felicità. Sempre il meglio e non il bene. Essendo la maggiore tale felicità deve essere misurabile. Questo risultato sarà reso possibile da tutta una serie di equivalenze: felicità = piacere = soddisfazione dei bisogni = massa di utilità = benessere = livello di vita = PNL pro capite.

E se è vero, dunque, che tale equazione è alla base (o è il più sintetico risultato) del modello
sbagliato di sviluppo che stiamo continuando a perseguire, è anche vero che essa produce molte
errate letture del fenomeno povertà. Perché se è vero che “basso reddito” quasi sempre coincide con “bassa qualità della vita” più rara è la coincidenza tra “alto reddito” e “alta qualità della vita”. E il disagio sociale è, dunque, ben maggiore di quanto le statistiche–basate su dati monetari–indichino.
Poveri e povertà in aumento
Sostanzialmente, perciò, è bene differenziare tre tipologie di povertà: una più tipicamente
monetaria, legata alla spesa per consumi; una sociale, legata all’accesso o meno a certi servizi di base; una soggettiva, basata su come ci si sente rispetto al contesto in cui si vive.
Per ognuna di esse, fortunatamente, esistono delle statistiche da poter analizzare.
La povertà nei consumi
Secondo l’Istat nel nostro paese l’11% delle famiglie e il 12,4% degli individui sono sotto la soglia
di povertà relativa. Quest’ultima misura la spesa media mensile pro capite, che nel 2002 è stata
valutata pari a 823,45 euro. Le famiglie di due componenti che spendono meno di questa cifra sono perciò considerate povere. Si tratta complessivamente di 7 milioni 140 mila individui e 2 milioni 456 mila famiglie.
Di queste i due terzi si trova nel Mezzogiorno, con i massimi in Campania (18,4), Sicilia (15,8) e Puglia (12,2). L’incidenza della povertà sulle famiglie residenti è pari al 29,8 in Calabria, 26,9% in Basilicata, 26,2% in Molise. In tutto il Mezzogiorno è del 22,4, nel Centro è del 6,7, nel Nord del 5.
Il Sud non è solo l’area in cui vi sono più poveri–sia in termini relativi sia assoluti–ma anche
quella in cui la povertà è maggiore: l’intensità della povertà (di quanto si è sotto la soglia) supera
sempre il 22
–ad eccezione della Puglia (20,2)–raggiungendo il 24,5 in Basilicata e il 25,1% in Molise.
Ora, come tutti i confini, anche la soglia di povertà relativa nasconde diverse sorprese nelle sue
immediate vicinanze. L’Istat chiama “quasi povere” quelle famiglie che hanno consumi superiori
per meno del 20% a quelli della soglia. Queste sono l’8% del totale: il 12,8% nel Mezzogiorno, il
6,6% nel Centro, il 5,3% nel Nord. 1 milione 772 mila famiglie, dunque, sono molto vicine alla
soglia della povertà e sembra significativo che, mentre nel meridione i “poveri” sono poco meno del doppio dei “quasi poveri”, questi ultimi sono altrettanto numerosi dei primi nel resto d’Italia,
mostrando complessivamente in queste regioni una struttura molto più fragile di quanto possa
apparire analizzando solo i dati della povertà relativa.
La povertà nell’accesso ad alcuni servizi
E’ evidente che, per scomodare ancora Sen, «il tenore di vita non costituisce un livello di opulenza, anche se è inter alia influenzato dall’opulenza. Deve riguardare direttamente la vita che si conduce piuttosto che le risorse e i mezzi che si possiedono per vivere» .
Può essere utile allora vedere la relazione che c’è tra la povertà nei consumi e alcuni indicatori di
esclusione sociale: qualità dell’abitazione, dell’area in cui si vive, accesso ai servizi della Asl, del
pronto soccorso, agli asili nido o alle scuole materne, determinate categorie di consumi essenziali (cibo necessario, bollette, cure mediche).
Rispetto alla qualità dell’abitazione si ha che il 16,3%–con il massimo in Sicilia e Sardegna pari al 23,5%–delle famiglie italiane ha almeno un problema nella propria abitazione (scarsa luminosità 8,9, infiltrazioni di acqua 8,1, infissi o pavimenti fatiscenti 4,4). Tale percentuale sale al 26
Nel caso di famiglie povere (con massimo in Basilicata, 34,1, e secondo valore in Piemonte,
30,8
).
Il disagio legato alla zona di residenza (sporcizia nelle strade, criminalità, atti vandalici o di
violenza e presenza in strada di persone che si drogano, ubriacano, prostituiscono) è invece meno dipendente dalla povertà nei consumi. Se in Italia il 31,5% delle famiglie (36% al Sud) denuncia questo tipo di problema, tra quelle povere la percentuale diviene di poco maggiore, pari al 34,2% (38,3% al Sud). Anche se resta forte la differenza tra le due tipologie nel caso di presenza di entrambi i problemi contemporaneamente. A livello nazionale sono il 7,7% delle famiglie a denunciare problemi nella abitazione e nella zona di residenza. Tra le famiglie povere il valore quasi raddoppia, passando al 13.
L’accesso ai servizi della Asl o del pronto soccorso è un problema per l’11
della famiglie italiane (25% in Sardegna), il 17% tra quelle povere (30% in Sardegna, 22% in Piemonte e Val d’Aosta).
I dati relativi all’accesso ad asili nido e scuole materne sono influenzati da molte variabili, non solo dal lato dell’offerta del servizio, ma anche della domanda. Perciò in questo caso le differenze tra Nord e Sud tendono a ridursi, dimostrando empiricamente quanto afferma Sen rispetto alla necessità di commisurare il benessere alle aspettative generate dal contesto. Così se in Italia il 16,4% delle famiglie incontra difficoltà nell’accedere a questi servizi, i valori massimi si raggiungono in Piemonte (28,4), Bolzano (27,1) e Sicilia (22,2).
Per quanto riguarda, infine, la capacità di acquistare cibo necessario, pagare bollette o cure
mediche, va detto che è in difficoltà l’11
delle famiglie italiane (dato che coincide–e non poteva
essere altrimenti–con quello sulla povertà basata sui consumi), con valore massimo in Sicilia
(26), ma anche il Lazio merita attenzione, con il 13,5. Tra le famiglie povere tale valore sale al
23,3, con punte del 37,3 in Sicilia, 30,3% in Campania, 23,1% nel Lazio.
La povertà soggettiva
Ma la povertà molto spesso produce i suoi danni maggiori quando riesce a farsi percepire, al di là
dei dati oggettivi. Sentirsi poveri può essere altrettanto grave che esserlo sulla base di precisi
parametri quantitativi. Perché è in questi casi–e tutto va dunque relativizzato al contesto in cui ci si trova–che subentra il senso di sconfitta sociale.
A chi è sconfitto e oppresso viene a mancare il coraggio di desiderare cose che altri, trattati dalla società in modo più favorevole, desiderano con sicurezza e disinvoltura. L’assenza di desiderio nei confronti di ciò che va al di là dei propri mezzi può non rispecchiare una mancanza di apprezzamento, ma solo un’assenza di speranza e una paura dell’inevitabile delusione. Il perdente viene a patti con le disuguaglianze sociali adeguando i desideri alle possibilità di
realizzazione.
Dalla povertà materiale, oggettiva, si può dunque arrivare a quella percepita, soggettiva, che a sua
volta, in una spirale di insicurezza, depressione e pessimismo può tradursi in minore accesso al
lavoro e capacità di reddito, dunque maggiore povertà oggettiva.
Si ha così che, mentre sembra quasi ovvio che il 22% delle famiglie oggettivamente povere si
percepiscano tali (con differenze geografiche tutto sommato ridotte), risulta quanto mai rilevante
che il 7% delle “non povere” non fatichino a definirsi “molto povere”. Le regioni in cui questa
percezione negativa è più forte sono Sardegna (14,3), Sicilia (11,5), Piemonte (9,6).
Si tratta, forse, di quella parte di popolazione che l’Istat definisce essere “quasi povera” (l’8
del
totale), anche se è difficile che vi sia una tale perfetta coincidenza. Ciò significa presumibilmente
che il disagio da povertà si estende anche a quelle fasce di popolazione che secondo i criteri
oggettivi sarebbero fuori rischio. Provando ad azzardare una stima spannometrica si può dunque
affermare che le famiglie italiane in zona povertà sono quasi un quarto del totale, così composte:
11% sotto la soglia della povertà, 8% quasi povere, 4-5% non povere ma che si percepiscono tali.
Tale dato acquista ancora maggiore significato se si aggiunge che la maggiore percezione di povertà per famiglie che non dovrebbero esserlo su basi oggettive si ha nel Nord Italia, nei comuni con più di 200 mila abitanti. Qui la percentuale di famiglie che si sentono povere pur non
essendolo, arriva al 12,88 . La percezione aumenta nel caso di persona con più di 65 anni di età che vive sola (14,4).
Questi dati–già gravi e che dovrebbero suonare come campanello di allarme, anzi come sveglia,
per le istituzioni–risultano ottimistici se, anziché partire dalla spesa per consumi, si parte dal
reddito e si confronta il reddito effettivo con quello desiderato. Dunque se si misura la percezione
non dell’essere povero ma di quanto si è lontani dal non esserlo.
In questo modo, infatti, prima si evidenza il reddito desiderato e poi lo si confronta con quello
effettivo per valutare quanta “frustrazione reddituale” sia generata dal sistema. Ed è evidente che in questo caso le percezioni di malessere risulteranno ben più ampie rispetto all’approccio precedente.
Venendo ai dati, si ha che in media il reddito desiderato da una famiglia italiana è pari a 1.700 euro mensili (con variazioni che vanno da 1.056 per i single a 2.170 per i nuclei numerosi). Sembra interessante che questo valore medio sia cresciuto del 9,5% rispetto ai 12 mesi precedenti, a confermare che l’inflazione percepita è ben maggiore di quella reale.
Ne deriva che 6 famiglie su 10 (precisamente il 60,7) si sentono “povere”. La percentuale
aumenta nel Meridione (66
) e scende nel Settentrione (57). Il valore medio nazionale era nel
2003 pari al 51,4
e dal 2000 in poi le variazioni erano state poco significative. Quella del 2004
sembra perciò un’accelerazione anomala e straordinaria. E le cause principali sono due: l’aumento negli ultimi dodici mesi del reddito percepito come necessario e il parallelo calo di quello effettivamente realizzato. Il gap tra desiderio e realtà aumenta perciò drasticamente.
Anche in questo caso sono i nuclei monocomponenti, soprattutto anziani soli, a manifestare i valori più alti: ben il 72% di questi si sente povero (nell’accezione reddituale).
Tornando rapidamente ai confronti internazionali, meritano di essere riportati i dati del Panel di
famiglie europee elaborati dall’Eurostat. Da queste statistiche, infatti, emerge forte il disagio, prima che la povertà, degli italiani rispetto ad alcuni fattori chiave.
Alla richiesta di esprimere la propria soddisfazione rispetto a lavoro, disponibilità di tempo libero,
situazione finanziaria e abitazione, le famiglie italiane hanno risposto sempre con valori inferiori–ultimi o tra gli ultimi insieme a Grecia e Portogallo–a quelle degli altri paesi europei. Con il
punteggio che va da 1 (nessuna soddisfazione) a 6 (completa soddisfazione), l’Italia ha una media pari a 3,7 sul lavoro (3,5 tra i poveri), 3,8 sulla disponibilità di tempo libero (3,7), 3,3 sulla
situazione finanziaria (3), 4,2 sull’abitazione (4)10 .
I ricchi invece non piangono
Ma se i poveri aumentano, cosa succede ai ricchi? La distribuzione del reddito, in Italia, pende a
loro favore. La Banca d’Italia mostra che, mentre il 10% delle famiglie italiane più povere
percepiscono soltanto il 2% del reddito nazionale, il 10% di quelle più ricche arriva al 2711 . Le
stesse famiglie detengono il 45
della ricchezza nazionale (quasi la metà!).
E non deve ingannare il fatto che si sia fermata la crescita di questo divario, che tra 1998 e 2000 era passato dal 46% al 47. La concentrazione della ricchezza è in realtà in forte aumento: la quota di ricchezza posseduta dal 5 delle famiglie più agiate è passata dal 27 al 32 per cento (+ 19), quella posseduta dall’1 delle famiglie più ricche è passata dal 9 al 13 per cento (+ 44).
Preoccupante è anche quanto accade nel rapporto tra i territori: la dinamica della ricchezza per area geografica mostra negli ultimi 10 anni un forte ampliamento del differenziale esistente fra le famiglie del Nord e del Sud e Isole. Mentre nel 1991 la ricchezza mediana delle famiglie del Nord era superiore di circa il 40 per cento alla corrispondente ricchezza delle famiglie del Sud, nel 2002 diventa circa il doppio. Cioè il divario è cresciuto del 150
.
Quali soluzioni?
Si tratta di cifre enormi, che evidenziano un tale groviglio di disuguaglianze da far arrossire
qualunque governante. E che richiederebbero immediatamente interventi redistributivi e di aumento della progressività fiscale. Invece da noi sembra che l’unico punto condiviso dell’agenda politica sia la riduzione delle tasse. Con il rischio–anzi la certezza–di andare ad espandere l’iniquità complessiva. Basti vedere gli effetti dei tagli di Bush il piccolo. In un solo anno (dal 2002 al 2003) negli Stati uniti i poveri sono aumentati del 4, arrivando a quasi 36 milioni. Della stessa
percentuale è cresciuto il numero di coloro che non ha accesso all’assistenza sanitaria, che sono oggi più di 45 milioni di cittadini.
Il tutto in nome (strumentale) dello sviluppo. E allora forse vale la pena ricordare quanto ha scritto
Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, di certo non un rivoluzionario:
Quelle che servono sono politiche per una crescita sostenibile, giusta e democratica. Questa è la ragione dello sviluppo.
Lo sviluppo non è uno strumento per aiutare poche persone ad arricchirsi o per creare una manciata di inutili settori protetti da cui trae vantaggio solo un’élite ristretta […]. Sviluppo significa trasformare le società, migliorare la vita dei doveri, dare a tutti una possibilità di successo e garantire a chiunque l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione.
Si torna così a Sen ed alla sua attenzione alle capabilities, quelle potenzialità di ciascuno bloccate o perse definitivamente a causa della povertà, che diventa una trappola da cui è sempre più difficile uscire, e che rischia di invischiare intere generazioni. Che sono sempre più rappresentate dalla figura dei working poors. La crescente polarizzazione e frammentazione della struttura occupazionale (a clessidra negli Stati Uniti, a piramide–con base sempre più larga–altrove) è contemporaneamente causa ed effetto dell’emergere della figura del “lavoratore casuale, poco qualificato, a basso reddito, fuori dal sindacato e senza garanzie”.
La mancanza di scelte è sempre più accentuata per chi “esce dal giro giusto”, anche a livello di
economia informale: e ormai non si tratta più solo dei disoccupati inglesi alla Ken Loach, poveri,
privi di telefono, “incapaci di condurre un’automobile o un furgone, non in grado di frequentare
pubs e clubs” impossibilitati sia ad accedere alle informazioni sulle opportunità di lavori informali
(i lavoretti dell’economia sommersa), sia a recarsi fisicamente a svolgerli. Nel nostro paese questa è la situazione di molti disoccupati di lungo periodo, donne, giovani in cerca di prima occupazione, immigrati. È questo l’ambito in cui si accentua di più il welfare gap del nostro paese, un vuoto che non sarà colmato finché la chiave di accesso ai servizi essenziali sarà basata sull’appartenenza al mondo del lavoro dipendente.
Quando–come visto–6 famiglie su 10 si sentono povere e il 25
lo è oggettivamente, non si può continuare a proporre vacue politiche pubbliche frutto di vecchi paradigmi di funzionamento dei sistemi economici, e di una desueta idea di welfare che mette al centro la famiglia-cuscinetto, in un’epoca contrassegnata dalla crescita senza occupazione (jobless o peggio joblose growth) e dall’allentamento del tessuto sociale e parentale.
Non si tratta di essere più o meno keynesiani, ma di accettare con realismo quello che sta
accadendo: la crisi irreversibile del sistema industriale, la frammentazione sociale, l’alienazione
politica e l’agonia della democrazia rappresentativa impongono altri modelli di sviluppo, in grado di tenere insieme società, ambiente ed economia 13 . Occorre ricominciare a redistribuire le risorse (attaccando le rendite e i redditi più alti, combattendo l’evasione fiscale), a investire soldi pubblici nei settori economici che lo meritano per grado di innovazione, incrementare di molto la spesa per scuola e università, riconoscere a tutti il diritto a uno standard di vita che niente allo stato attuale–neanche per i giovani fortunati che lavorano, perfino tra i professional–sembra poter garantire, di certo non la previdenza integrativa.
Le risorse, anche in una situazione malandata come quella di oggi, ci sono e molto si potrebbe fare da subito. Riconoscere e saper misurare il malessere attuale–di cui la povertà è una delle
espressioni–deve essere il punto di partenza per proporre una nuova politica.

[Articolo per Lo Straniero]

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