Abbiamo ancora davanti agli occhi le fasi conclusive delle espulsioni collettive praticate dal governo italiano ai danni di oltre 1200 migranti “non regolari” giunti nelle prime settimane di ottobre nell’isola di Lampedusa. Non si conosce la sorte di queste persone dopo il loro rimpatrio in Libia, e a nulla sono servite le critiche dell’Alto commissariato delle nazioni unite e di molte agenzie umanitarie. Intanto da Bruxelles è arrivata la condanna della Commissione per il comportamento tenuto lo scorso luglio dal governo Berlusconi in occasione dell’espulsione dei naufraghi della Cap Anamur.
Il nostro governo ha annunciato in Parlamento che i recenti “respingimenti” da Lampedusa sarebbero conformi al diritto internazionale perché, anche se la Libia non ha sottoscritto la convenzione di Ginevra del 1951, questo stato aderirebbe ad organismi internazionali e ad altre convenzioni regionali ( Organizzazione degli stati africani) che farebbero riferimento alla Convenzione di Ginevra, e che comunque offrirebbero salvaguardia ai richiedenti asilo ed ai profughi.
La giustificazione offerta dal nostro governo è contraddetta dai fatti.
Joanna Weschler, la rappresentante di Human rights watch presso le Nazioni unite ha criticato duramente l’elezione della Libia alla presidenza di turno della Commissione per i diritti umani delle Nazioni unite per il 2003 e sono state da tempo denunciate, anche da Amnesty international violazioni gravissime dei diritti umani, praticate in quel paese su ampia scala, come esecuzioni extra-giudiziali e sommarie eseguiti da agenti statali, arresti arbitrari e lunghe detenzioni senza processo, utilizzo sistematico della tortura,mancanza di indipendenza del sistema giudiziario, violazioni dei diritti delle donne e restrizioni nelle libertà di espressione e di associazione.
Ma forse non abbiamo ancora visto il peggio.
A Firenze al termine della riunione dei ministri degli interni del G5 (Italia, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna) è rimasta isolata la linea del governo italiano favorevole alla creazione in Africa di campi di raccolta di richiedenti asilo e di migranti “non regolari”. Malgrado questo stallo, camuffato dalle solite affermazioni di un futuro accordo sulla costituzione di nuovi centri di transito per richiedenti asilo, le intese già raggiunte tra l’Italia e la Libia continuano a produrre effetti che comportano violazioni gravissime dei diritti umani, non solo in Libia, ma in diverse parti dell’Africa. Non si tratta solo dei migranti espulsi dall’Italia e scaricati nel deserto ai confini della Libia con i paesi confinanti, ma del ruolo che si è riconosciuto alla Libia come potenza regionale e partner economico, senza pretendere da questo paese il rispetto dei diritti fondamentali della persona.
Negli stessi giorni in cui i ministri degli interni europei discutevano a Firenze di lotta al terrorismo e di contrasto dell’immigrazione clandestina, si è svolto a Tripoli un vertice sulla situazione nella regione del Darfur con la partecipazione di cinque paesi: Ciad, Egitto, Libia, Nigeria e Sudan. Gli stessi paesi verso i quali la Libia adesso si trova costretta a trattare per la riammissione degli immigrati espulsi dall’Italia.
Non conosceremo mai i contenuti di questi incontri, così come rimangono oscuri i contenuti delle intese raggiunte da Pisanu a Tripoli, anche se a Lampedusa ne abbiamo già visto alcune conseguenze, in aperta violazione del diritto interno italiano, della Costituzione e delle Convenzioni internazionali. E’ comunque probabile che, oltre al tema dichiarato della crisi del Darfur, i rappresentanti dei diversi paesi abbiano affrontato il tema strettamente connesso del controllo delle frontiere. La delocalizzazione dei controlli di frontiera si spinge sempre più a sud.
A margine del vertice di Tripoli il leader libico Gheddafi ha incontrato separatamente anche i rappresentanti dei due maggiori gruppi ribelli del Darfur.
La delegazione sudanese che ha partecipato al vertice di Tripoli ha annunciato al termine della riunione la disponibilità a concedere al Darfur lo status federale con un proprio governatore e una propria assemblea per trovare una soluzione pacifica alla crisi. I partecipanti all’incontro di Tripoli hanno affermato che la questione del Darfur è puramente africana, respingendo ogni tentativo di ingerenza esterna.
E’ prevalsa così la linea del governo sudanese, anche se, come denuncia dal 2001 Amnesty international, gruppi paramilitari alleati con le forze di questo stesso governo, hanno più volte ucciso intere famiglie e ridotto in schiavitù donne e bambini, rapiti durante incursioni, impiegandoli nei lavori domestici e nei campi. E il 21 ottobre dovrebbero riprendere nella capitale libica le trattative fra i rappresentanti di Khartoum con quelli che sono definiti come “gruppi ribelli” del Darfur.
Riuscirà Gheddafi a imporre al governo sudanese il rispetto dei diritti fondamentali della minoranza cristina? Saranno disarmate le milizie paramilitari che uccidono e violentano gli abitanti del Darfur? Oppure nel tragico groviglio di interessi che anima i conflitti di quella regione i migranti ed i profughi continueranno ad essere ridotti a merce di scambio tra i potenti del mondo? Le risposte purtroppo sono già chiare, ed emergono dalle dichiarazioni conclusive dei vertici di Firenze e Tripoli. Per le cattive coscienze della nuova Europa basta che tutto, anche il genocidio, avvenga lontano dai nostri occhi.






