A che serve la sinistra? Intervista a Paolo Ferrero

Siamo nella stanza del ministro, al ministero della solidarietà sociale. Paolo Ferrero la occupa ancora per qualche giorno, fino all’arrivo del suo successore nel governo Berlusconi. Abbiamo deciso di fare due chiacchiere perché ci interessa capire – e sarà la prima domanda – come un dirigente di Rifondazione comunista si spieghi il crollo elettorale e la scomparsa della sinistra dal parlamento. Premettiamo subito che non ci interessa gran che parlare dello scontro che si è aperto nel partito in vista del congresso di luglio: Ferrero è la persona di riferimento dello schieramento che ha costretto Franco Giordano a dimettersi da segretario e avviato una gestione provvisoria del partito, fino appunto al congresso, con un comitato il cui portavoce è Maurizio Acerbo. Tracce di queste divisioni si ritrovano comunque in questa conversazione.

Qual è la tua percezione della gravità, della profondità, della crisi della politica e della rappresentanza, e quindi della sinistra?
Io penso che sia una crisi molto pesante: secondo me, quel che le elezioni hanno segnalato è la non percezione dell’utilità sociale della sinistra, molta gente non ha visto a che cosa gli servisse questa sinistra, perché nei due anni che siamo stati al governo e nella maggioranza le realizzazioni sono infinitesime. C’è molta gente che ha votato Pd dicendosi «almeno il Pd serve a battere Berlusconi», un versante frontista, diciamo, c’è poi la gente che non è andata a votare dicendo «sono tutti uguali, non cambia niente», e c’è anche chi ha votato Lega dicendo «la sinistra non mi tutela in quanto lavoratore, almeno questi altri tengono i soldi sul territorio, mi tutelano qui, anche da quelli che stanno sotto e rischiano di prendermi il posto». Quindi, a che serve la sinistra? O, se vuoi, visto che la sinistra storicamente ha tenuto insieme difesa di interessi materiali e idealità, la prima parte è saltata per aria.

E’ rimasto un fatto identitario, la falce e il martello…
Ma anche lasciando perdere la falce e il martello, è rimasto l’essere di sinistra, contro il razzismo… Secondo: questa vicenda si innesta su una crisi sociale che è molto pesante, che è crisi delle relazioni sociali: parlano tutti di famiglia ma in realtà c’è un sacco di gente atomizzata, e in quanto atomizzata impaurita, perché non ha reti di protezione pubbliche e non vede reti di protezione familiare o di altra natura. C’è una fase di trasformazione enorme, che la gente subisce. Lo stesso fenomeno dell’immigrazione è un fenomeno subito, che provoca spaesamenti.
La gente guarda al futuro con paura e preoccupazione, e pensa che col passare del tempo probabilmente starà peggio, quindi subisce una cesura nel rapporto col futuro, ed è il contrario di quello che era la «nuova frontiera» di Kennedy, l’ideale degli anni sessanta, del progressismo. Il rischio è che le sofferenze sociali producano forme di guerre fra i poveri invece che di conflitto del basso verso l’alto, cosa già visibile oggi. Quindi: crisi dell’utilità della sinistra, dissoluzione delle relazioni sociali, paure non elaborate, e il tutto produce una situazione in cui non è per nulla detto che l’aumentare delle contraddizioni sociali determini il conflitto che avremmo chiamato lotta di classe. Può produrre invece un conflitto orizzontale, dei penultimi contro gli ultimi, perciò è una situazione pericolosissima.
Questo scenario propone la questione dello sviluppo. Gli anni sessanta di Kennedy erano l’espressione di una situazione economico-sociale positiva, in cui, in un ciclo virtuoso, all’aumento della produzione corrispondeva un aumento dell’occupazione e dei consumi. Questo meccanismo si è rovesciato nel suo contrario, a causa di ragioni profonde che non stanno solo nella produzione, stanno nel fatto che lo sviluppo è andato a sbattere contro la finitezza delle risorse. La sinistra mentre ha tentato su altri terreni delle innovazioni culturali, ha continuato a pensare che si trattasse di far ripartire il ciclo virtuoso. Ma se non vedi questo, non vedi neanche come si riorganizza la società, come i movimenti contro le grandi opere, non ne cogli il significato profondo, il fatto che alludono ad altre forme di economia, e di società.
Credo che questo sia vero: vale per noi, vale per altri, penso alla Fiom. Io credo che abbiamo a suo tempo individuato una via giusta, la riduzione dell’orario di lavoro, che è compatibile con un’idea di decrescita o di non crescita quantitativa, di modifica qualitativa della vita della gente. Una volta sconfitti lì, è risultato impossibile unire il tema della difesa dell’interesse dei lavoratori con il tema della decrescita e il tema di un rispetto secco dell’ambiente, del non consumo.
Il nostro problema è che negli ultimi anni abbiamo agito semplicemente in una logica socialdemocratica, dicendo sì alla riduzione del danno e quindi no alla Tav in Val di Susa, no al Dal Molin, ma la logica dominante è stata sempre quella della ridistribuzione, e io penso che quella logica non abbia funzionato, perché non fornisce uno sbocco sul tema ambientale, perché non lo incorpora nel suo modello, e in questo senso il problema che abbiamo è di come riusciamo, su scala europea e territoriale, facendo un salto in alto e un salto in basso, a intervenire per proporre un modello di sviluppo diverso, se mi è concesso chiamarlo così.
Dico scala europea perché secondo me l’Europa è un contenitore economico e sociale in cui la politica potrebbe controllare i meccanismi di accumulazione: detto brutalmente, l’80 per cento delle merci che si consumano in Europa, sono prodotte in Europa, quindi c’è sì un interscambio, ma si possono controllare le variabili fondamentali, mentre l’Italia non è in grado di decidere cose significative. L’Europa è il più grande mercato mondiale, 350 milioni di persone, ma c’è il problema di decidere che cosa vuol fare l’Europa in questa globalizzazione, dato che fino ad ora non ha né i vantaggi competitivi della Cina, né la posizione di rendita militare degli Stati Uniti, in più ha incorporato nella Banca Centrale Europea un’idea di capitalismo iperliberista. Ed è la ragione per cui il governo di Prodi, fondamentalmente, si è qualificato come quello del risanamento del debito, a tutti i costi.

E il «salto in basso?
L’altro nodo sono i territori, in questo senso sono totalmente d’accordo con le cose che sono scritte nella vostra «lettera collettiva»: penso che il ripartire nell’utilità sociale voglia dire una quantità di cosa, dall’organizzare un pranzo di condominio tre volte l’anno per far conoscere la gente che abita nello stesso palazzo, quindi un volontariato minimale, alla costruzione di forme di mutualità, di solidarietà, alla costruzione della mensa, alla costruzione della lega di resistenza, per cui bisognerebbe che quando uno viene sfrattato non si trovi da solo ma ci siano dieci compagne e compagni che vanno a fare un picchetto anti sfratto per aprire una contrattazione, al sindacato… insomma, quando io penso al territorio, penso alla costruzione densa di un territorio in grado di percepirsi come tale, di avere una sua autocoscienza, e questo secondo me è anche il modo per sconfiggere la Lega o gli Alemanno, che sono la delega della tutela del territorio all’autorità, e in particolare all’unica cosa che è rimasta all’autorità dello Stato, cioè il monopolio della forza fisica, la polizia. Al contrario, noi dobbiamo stare sul territorio valorizzando gli elementi di auto-organizzazione e di democrazia.

Però c’è una frattura enorme fra rappresentanza politica e società, e quello che diciamo noi nella «lettera» è che è urgente non solo creare reti di solidarietà e di altra economia, ma fare un passo di più: a partire dalle esperienze esistenti, generalizzare, approfondire, rendere più forti le nuove forme della politica, che sono sia l’organizzazione politica in sé, sia in tendenza forme istituzionali diverse. Diciamo che questo disastro elettorale non dipende solo da una scelta politica sbagliata, ma è la certificazione che quelle forme politiche sono al tramonto, sono finite, e quindi bisogna trovarne delle altre.
Io su questo ho un giudizio diverso. La penso così: noi siamo in una fase di passaggio in cui è del tutto evidente che nascono delle cose nuove, che vanno riconosciute e fatte crescere, così come le formule classiche sono molto meno efficaci di un tempo. La forma partito, se negli anni cinquanta valeva 100, oggi vale 10. Ma sono contrario a dire che è finita definitivamente, che non c’è più spazio, anzi penso che gli spazi ci siano, basta sapere che il partito non è più la totalità della politica, e neanche la maggioranza, ma un pezzo, e ci sono altri soggetti che fanno politica. Ed è per questo che sono molto contrario all’idea di una costruzione della sinistra come sinistra politica dall’alto, dai partiti, in cui quel che produci è di nuovo un soggetto partitico. Penso che i partiti che ci sono, se ritengono, debbono rimanere, e per quanto mi riguarda penso che Rifondazione abbia una sua utilità, ma che si debba costruire una sinistra politica sociale, culturale, mutualistica, che somigli molto più al movimento operaio alle origini che non agli anni cinquanta, e che per questo deve assumere una forma non voglio dire impolitica, ma metapolitica, che non può essere centrata sulla rappresentanza. Il punto d’aggregazione della sinistra non può essere costituito solo dai gruppi consiliari. Io le ho chiamate «case della sinistra», ma chiamiamole come vogliamo: si deve partire dal fatto che sul territorio ci si dota di luoghi, di case, dove provi a mettere in rete tutto ciò che c’è, e a produrre densità sociale.
E quando dico « case della sinistra» penso a un processo in cui i soggetti si modificano, per cui Rifondazione dismette degli elementi di settarismo, dove ci sono, gli sguardi dall’alto del consiglio comunale su chi sta fuori, e al contrario che i soggetti sociali accettino di confrontarsi anche con forme dell apolitica come un partito. L’idea che abbiamo ereditato del partito come soggetto che dirige è finita. Oggi il problema è gestire il rapporto fra unità e pluralismo, fra unità e diversità. E’ il problema che hanno posto le donne trent’anni fa, come il riconoscimento della diversità non diventi gerarchia. Ed è per questo che sono contrario al partito unico della sinistra, sarebbe la riproduzione delle stesse cose che ci sono ora, solo un pochino più grandi.

I tuoi antagonisti dentro Rifondazione dicono: noi pensiamo sì di fare un partito, ma ripartendo da sotto, aprendo le porte.
Sì, ma se Rifondazione comunista dopo Genova non ha raddoppiato gli iscritti ci sarà un motivo, e secondo me il motivo non è solo che avevamo la falce e il martello e che ci chiamavamo comunisti, anzi, ho l’impressione che non c’entri niente. Penso che il problema sia che la forma partito ha dei problemi in quanto tale. Se siamo d’accordo che molta parte della sinistra, chi fa lavoro politico a sinistra, sta fuori dai partiti, penso che bisogna provare a costruire una forma politica che intercetti quel modo di fare politica.

Negli ultimi tre anni, parlando di Rifondazione, vediamo state tre tappe. Primo, l’idea che si potesse stare al governo come se si fosse negli anni sessanta, arrivare a un compromesso con un pezzo di borghesia. Secondo, in tutto il periodo del governo Rifondazione è sembrata perfino più zelante di tutti gli altri, per dimostrare di avere un peso, in base a un ragionamento tutto politico. E adesso, se permetti, succede questo disastro, come l’alluvione di Firenze, e inizia un conflitto tutto interno, con un linguaggio cifrato. Tutti questi fatti confermano la percezione che quel modo di fare politica è finito.
Ti propongo semplicemente una lettura diversa degli ultimi quindici giorni, perché sulle altre cose penso che noi abbiamo sbagliato l’analisi al congresso di Venezia, abbiamo ipotizzato che la sinistra moderata fosse abbastanza permeabile alle istanze sociali, qualcuno addirittura aveva teorizzato che la crisi del neoliberismo portava automaticamente la sinistra moderata più a sinistra … Quell’analisi era sbagliata, perché non c’era alcuna permeabilità, e perché le forze sociali maggiori, quelle che pesano di più nei rapporti di forza, come il sindacato, hanno avuto un comportamento di bassissimo profilo quando non di difesa del bidone del quadro politico, penso all’accordo di luglio e alla Cgil che si opponeva a ogni modifica.
Una volta saliti sul treno, c’è stata difficoltà a capire come fare, anche quando si è cominciato a vedere che non funzionava, e ad esempio io non ho votato il Dpef nel luglio del 2006, perché era già chiaro che la linea di politica economica era sbagliata. C’è anche un altro elemento, e cioè che, avendo in qualche modo aperto un progetto unitario a sinistra, si tendeva ad evitare l’idea del rompere da soli mentre gli altri tre sarebbero rimasti dentro. Segnalo che sul protocollo di luglio io ho votato contro, altri hanno votato a favore, erano differenze non piccole. Quindi c’era anche il problema di tutelare quel minimo di unità politica. Il risultato è quello che conosciamo.
Il problema è che non avevi alcun potere. Sulla base di Vicenza, ad esempio, la decisione era già assunta, e il governo poteva fare una cosa sola, assumere una decisione al rovescio: dal punto di vista formale, il governo italiano non ha mai approvato un sì sulla base, né il parlamento, perché la cosa era stata decisa dal governo precedente, quindi il governo Prodi poteva solo assumere un atto in cui diceva di no, diceva ritiro l’assenso, rompo il contratto, e la maggioranza per rompere il contratto non c’era.

Quella di Vicenza una questione controversa, e non entriamo nel merito della vicenda. Parliamo della Tav: voi avete firmato i dodici punti di Prodi, e lì c’era anche la Val di Susa: quel giorno sparirono le bandiere di Rifondazione e dei Verdi, nei presidi in Val di Susa. Pure, la sinistra aveva preso il 40 per cento da quelle parti nel 2006.
Mi è chiarissimo. Perché si è arrivati verso quei dodici punti? Perché c’era stata la rottura sull’Afghanistan, Turigliatto non aveva votato e ci era stata imputata la crisi. Noi non avevamo deciso di fare la crisi sull’Afghanistan, uscire da soli su quel tema ci avrebbe portato ad un massacro, Napolitano aveva chiarito che non potevano esserci maggioranze a geometria variabile sulla politica estera, e quindi il governo sarebbe saltato per aria. Ergo, si va alle elezioni con noi fuori. Una volta preso il treno a cento all’ora non puoi buttarti di sotto sulla massicciata…

[Da Carta n.17, del 9 maggio 2008]

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