Chi si era illuso che il rilascio delle operatici umanitarie italiane e dei loro collaboratori iracheni potesse esemplificare i termini di una “pace possibile”, di una positiva eccezione all’interno della barbarie irachena è stato tragicamente smentito dal rapimento di Margaret Hassan. Operatrice di una delle più importanti e note Ong internazionali, donna, sposata con un iracheno, presente nel paese da molti anni, Margaret assomma tutte le caratteristiche peculiari dell’operatore umanitario indipendente, quelle che le organizzazioni coerenti con il mandato della partnership con le società civili locali, ricercano e promuovono oggi sul campo.
Un rapimento emblematico dunque che rimette al centro della discussione il ruolo e l’agibilità che oggi le Ong internazionali indipendenti possono avere in Iraq, costrette dalle ragioni della forza ad operare in condizioni estreme, al limite dell’efficacia. Ma questo rapimento è, purtroppo, anche una risposta diretta alle critiche che di recente si sono alzate ,dall’interno del movimento sociale mondiale, contro la supposta strumentalità delle Ong, nel loro insieme, da parte del sistema liberista. Il recente articolo de Le Monde Diplomatique a firma di Arundaty Roy ne è un esempio, ove l’importante scrittrice indiana sostiene che le Ong internazionali, fatte alcune eccezioni peraltro mai nominate, sarebbero portatrici non solo dei valori di dipendenza del Sud dal Nord ma soprattutto “sottrarrebbero” alla lotta antiliberista gli esponenti più attivi assumendoli all’interno delle loro macchine burocratiche. L’evidenza che le Ong internazionali indipendenti vengano tenute nel mirino del terrorismo internazionale, come pure in quello delle varie guerre preventive globali, dall’Afghanistan all’Iraq, non solo smentisce questa ipotesi a dir poco superficiale e pericolosa, ma altresì rende ragione dell’assenza di un dibattito che dovrebbe chiarire quali sono oggi i termini di riferimento per una pratica dell’umanitario coerente non solo con l’azione sul campo, ma strutturata attorno alla denuncia ferma e senza compromessi della situazioni di violazione dei più elementari diritti umani.
E’ sicuramente vero che assistiamo, anche nel nostro paese, ad un riciclaggio in termini vagamente antimilitaristi di alcune Ong che sino ad ieri assoldavano i paramilitari per i loro interventi, come pure ad una conversione tardiva al ritiro da parte di tutte le forze politiche impantanate in Iraq, ma questi mezzucci di facciata sono possibili solo in assenza di un dibattito reale e serrato sul termini dell’aiuto umanitario al tempo delle guerra globale. Invece di oscillare nel giro di qualche giorno dalla soddisfazione per una liberazione che doveva sostanziare l’esempio di una pace possibile, alla doccia fredda di questo rapimento, passando per il demonizzare delle Ong da parte di esponenti di primo piano del Movimento, sarebbe bene cominciare da subito a costruire i termini di riferimento dell’aiuto umanitario preventivo globale, dato che oggi è tutto il pianeta ad averne bisogno, attivando tutte le forze in campo e finalmente elevando spartiacque che non si possono valicare solo con dichiarazioni o demolire con articoli sui giornali. Ne usciremmo non solo rafforzati ma anche più coesi.






