Pubblichiamo il testo dell’intervista a Marco Revelli, pubblicata lunedì 8 novembre dal quotidiano romano Il Messaggero
Marco Revelli, scrittore, storico, docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale, è un acuto osservatore della fenomenologia sociale del nostro Paese e del mondo globalizzato. Di questo episodio di ”autoriduzione della spesa” in coda a una manifestazione di lavoratori precari a Roma, lo inquieta soprattutto la superficialità di un’analisi che compie parallelismi azzardati con il passato e invece omette di guardare al di là dei gesti simbolici.
Violenza gratuita o simbologia del malessere dunque?
“So bene quello che dovrei dire: ci sono dei patti, delle regole da rispettare e tra questi c’è il non rubare ovviamente. Ma ho l’impressione che siamo in una situazione in cui i patti stanno saltando, le regole non sono più chiare, tanto più quando ci si confronta con la galassia delle nuove forme e nuove figure del lavoro e con quello che sta succedendo nel profondo, anche dal punto di vista simbolico, della nostra società. Ormai nei grandi centri commerciali delle nostre città, per esempio, tra questa gigantesca ostentazione di merci si aggira una folla immensa che non ha i soldi per comprare e sta lì solo per guardare. Mi chiedo fino a quanto l’elastico si può allungare”.
L’esproprio come fenomeno riconducibile ad una spontaneità sociale lei dice?
“Niente affatto, anzi se c’è qualcosa che mi infastidisce in certe manifestazioni sono le sembianze di micro-gruppo politico che assumono certi soggetti. Però mi turba il fatto che sia la politica che la grande stampa, le quali spendono pochissimi pensieri sulla questione del precariato, poi si accorgano del problema di soprassalto solo quando emergono delle esplosioni patologiche”.
Pubblichiamo l’intervista di Gianni Giovannetti del Messaggero a Marco Revelli, pubblicata lunedì 8 novembre.
Qualcuno ha ripescato i fantasmi delle contestazioni giovanili anni ’70, che ne pensa?
“Se c’è una cosa che non c’azzecca sono i rimandi al passato, ad un’altra storia. La società è cambiata e le forme di azione, a tutti i livelli, sono tutte sperimentali. In particolare l’episodio di sabato, con quei giovani a viso scoperto, senza spranghe, senza violenza dilagante, era qualcosa a metà tra la mediazione sindacale e il gesto simbolico: sarebbe un errore grave, tanto da parte dei protagonisti di quell’episodio che di chi lo commenta, cercare di riprodurre schemi fuori corso”.
E di che parliamo allora?
“Qui si profila un vaghissimo presagio di situazione argentina, piuttosto. Che è appunto la situazione della rottura di tutti i patti, del naufragio di tutte le regole, del si salvi chi può”.
Ma farsi giustizia da soli, è giustizia?
“No, è faida, è vendetta. Ma qui siamo di fronte alla presa d’atto della rottura delle regole: chi ha una grande forza, compie grandi misfatti; chi è piccolissimo tenta delle minime riparazioni. Per questo è sbagliato, anzi perverso, assumerlo a paradigma politico quell’episodio”.
Non c’è il rischio che una legittima lotta al carovita venga scambiata per un inutile gesto estremista?
“Non credo, e tra l’altro ai commentatori delle crisi sociali non gliene importa niente delle vittime di quelle crisi. Vedo però il rischio che una parte della galassia politica e sociale che si muove all’estrema sinistra si illuda, così, di risolvere i propri problemi di identità”.
Che preoccupazione le resta?
“Mi preoccupa il soprassalto quasi ossessivo di fronte a episodi relativamente marginali e il silenzio sul grande corpo dell’iceberg, che sono le decine di migliaia di precari che sabato hanno sfilato senza fare spese non-ortodosse . Perché questo è il problema che resta, al di là di qualche Dvd distribuito gratis fuori dalla Feltrinelli”.






