Divertirsi è terapeutico. Storie ed esperienze torinesi molto in libertà

Zapatisti, cuochi e Volontari psichici insieme al Café Neruda e altrove.

di Ugo Zamburru, psichiatra di quartiere

È una bellissima esperienza, quella che ci sta portando a gestire un circolo Arci di Torino, siamo impegnati a tempo pieno nel bar di una polisportiva del nostro quartiere, in barriera di Milano.
La racconterò divagando, come mi piace fare, raccontando storie apparentemente scollegate che poi trovano intrecci comuni come in una di quelle magiche storie sud americane che abbiamo imparato ad amare nelle pagine di Amado o di Garcia Marquez.
Sono storie di speranze e di tentativi, di mescolanze e contaminazioni, ma comunque storie che ci vedono nella veste di visionari pratici. E’ proprio da una di queste storie che vorrei cominciare. E’ successa in India, agli inizi di questo anno.
Il corteo di inaugurazione del quarto social forum mondiale, a Mumbay (Bombay) nel gennaio del 2003, era multicolore e festoso, un vero inno alla creatività, alla solidarietà e all’ inclusione. Veniva aperto dai cosiddetti Dalit, meglio conosciuti come i paria, o gli Intoccabili.
In una nazione dalle mille anime e dalle molte contraddizioni, che ospitava per la prima volta in Asia la società civile di tutto il pianeta, quella che si batte per un mondo migliore, era di grande conforto vedere che gli ultimi della terra, coloro che non sono neppure degni di essere toccati per la loro supposta indegnità avevano deciso di riunirsi per costituire un nuovo nodo di quella rete che, opponendosi alle barbarie del modello neoliberista, tenta di produrre sistemi alternativi di convivenza improntati a valori universali quali la pace, la giustizia sociale, il rispetto dei diritti basici dell’uomo.
Un mondo dove la diversità è considerata un valore aggiunto e non un problema, dove il concetto di sovranità nazionale si legge come difesa delle radici e dell’ecosistema di fronte all’arroganza delle multinazionali e dei suoi fantocci. Fantocci che, con guerre armate o con guerre di bassa intensità (i megaprogetti, le megadighe, le trivellazioni forsennate dell’Amazzonia, le privatizzazioni), difendono coloro che vivono a scapito di chi non ha accesso neppure a beni comuni come l’acqua o a diritti come l’istruzione, il cibo, il lavoro, la casa, lasalute.
E a questo punto un’altra storia si impone, una storia che sfuma nelle nebbie umide della foresta Lacandona, nello stato messicano del Chiapas: il 1° gennaio 1994 un manipolo di indigeni maya con il volto coperto da un passamontagna occupava una serie di municipi al confine con il Guatemala, parlando per bocca di colui che ora è conosciuto come il subcomandante Marcos.
La data non era scelta a caso: corrispondeva all’entrata in vigore del Nafta, il trattato di libero commercio dell’America del Nord, che, nel nome delle privatizzazioni più selvagge e in spregio di qualsiasi diritto del lavoro e dell’ambiente, avrebbe devastato negli anni a venire l’economia messicana a vantaggio dei potenti vicini: Canada e soprattutto Stati Uniti.
Nel nome della dignità ribelle, Marcos ci invitava a una profonda riflessione, che purtroppo qui non possiamo trattare, ma di cui ci interessa sottolineare alcuni punti.
In primis, quella degli indigeni non era una lotta per prendere il potere, ma semplicemente per essere riconosciuti dal potere stesso e avere quei diritti basici continuamente negati che venivano riassunti nella frase " todos para pocos, nada para nosotros" (tutto per pochi, niente per noi).
In secondo luogo, era la ricerca della speranza: è possibile diventare protagonisti del proprio destino, se lo facciamo nel nome della solidarietà e, in questo segno, il passamontagna aveva due valenze: un indigeno non lo nota nessuno, ma se si copre il viso improvvisamente la gente lo nota!
Secondo aspetto: non bisogna personalizzare, nè mitizzare: “io non voglio diventare un’icona, todos somos Marcos–tutti siamo Marcos– perchè la nostra è la lotta degli esclusi, Marcos è il gay di San Francisco, il disoccupato di Amburgo, il negro di Johannesburg, il maya della selva lacandona. Solo riconoscendo e unendo le nostre storie di emarginati potremo sperare di fare un cambio significativo!”.
Le ultime tre frasi che amo ricordare sono i tre regali degli zapatisti maya e di Marcos: creare una società in cui “comandare obbedendo”(chi è eletto deve obbedire a chi lo ha eletto a portavoce, non perseguire i suoi interessi: non per nulla Marcos si definisce sottocapo–subcomandante–perchè sono gli indigeni il vero capo!)
E ancora, " camminare domandando", ovvero non affezionarsi troppo alle proprie idee, ma conservare la capacità critica di porsi delle domande e di saper fare eventualmente delle correzioni in corsa.
Terzo ed ultimo invito: “camminare al passo degli ultimi”, perchè non bisogna perdere per la strada i più deboli.
Non mi soffermo a commentare quanto sopra, se non per segnalare che dalla capacità degli zapatisti e di Marcos di annodare reti è venuto non un modello, ma uno stile di pensiero e di azione che ha raccolto tanti pensieri e che ha portato alla nascita di quello straordinario fenomeno che è il popolo dei “no-global”.
Da Seattle 1999 in poi, la lotta contro le multinazionali e i loro tre bracci armati–WTO (organizzazione mondiale del commercio), FMI (fondo monetario internazionale) e Banca Mondiale–è cresciuta fino a ottenere vittorie significative come quella del popolo boliviano che ha cacciato le potenti multinazionali che volevano privatizzare l’acqua (la statunitense Betchel e l’italiana Edison nel 2000) o il gas (British Petroleum, 2003), ma soprattutto ha coltivato il seme della speranza:davvero ci può essere questo benedetto mondo migliore : “sì, se puede!”(sì, si può) gridavamo a Cancun nel settembre del 2003 alla riunione mondiale del WTO, quando la pressione dei movimenti, unendosi ai paesi emergenti come India, Sudafrica e Brasile, ha fatto fallire un vertice che si proponeva, per bocca di Pascal Lamy, commissario dell’Unione europea, di privatizzare l’acqua in 79 paesi, decisione presa senza consultare i parlamenti delle nazioni europee stesse, in spregio a qualsiasi minima regola di democrazia!
Il modello neoliberista sta mostrando che non c’è spazio per l’80 per cento della popolazione mondiale che deve essere immolata per permettere che il 20 per cento rimanente continui a mantenere uno stile di vita che può permettersi solo perchè consuma i 3/4 delle risorse del pianeta.
Tradotto in parole più semplici: se noi occidentali vogliamo vivere consumando e inquinando come facciamo, lo possiamo fare solo condannando alla povertà un numero sempre più crescente di persone nel mondo.
Ma questo non riguarda solo gli “slums” delle periferie delle grandi metropoli sud americane, africane o asiatiche, è qualcosa che vediamo quotidianamente qui da noi, in Italia.
Qualche tempo fa, “il Manifesto” riportava l’indice dei consumi in Italia e saltava agli occhi che negli ultimi 2 o 3 anni è raddoppiata la vendita di Ferrari e quadruplicata quelle delle imbarcazioni oltre i 14 metri!
Dati inquietanti, se paragonati ai “nuovi poveri” che si stimano sull’ordine dei 6-7 milioni, ovvero il 10-11 per cento degli italiani che non riesce ad arrivare alla fine del mese, e ancora più inquietanti se letti nella prospettiva di un governo che vuole creare stati fortezza (legge Bossi-Fini sull’immigrazione, sino alle dichiarazioni leghiste sullo sparare cannonate sulle navi che trasportano disperati in fuga), ma soprattutto colpire al cuore i più deboli attraverso proposte di legge come quella di Fini rispetto alla tossicodipendenza o, e questo ci riguarda più da vicino ancora, come la Burani- Cè- Procaccini sullo smantellamento della legge 180 in ambito psichiatrico.
Se la 180 era stata resa possibile dai fermenti di quegli anni e dalle lotte politiche degli anni ’60-’70, inserendosi nel medesimo filone, è ora importante contestualizzare la situazione della psichiatria rispetto a quello che succede nel mondo.
Nell’ ottica neoliberista, colpire i deboli non è un progetto, quanto la logica conseguenza di un modello che riduce a merce qualsiasi cosa.
Come insegnavano gli amici boliviani, l’acqua non è una risorsa, termine che sottende la possibilità di mercificare, quanto un bene comune e come tale da condividere con solidarietà e nel rispetto di tutti.
Difendere la legge 180 e la psichiatria pubblica significa pertanto difendere lo stato sociale, ma è anche importante capire come farlo per essere al passo dei tempi anche nelle lotte.
Quello che stiamo imparando dal movimento dei movimenti è la necessità di unirsi per cambiare il mondo senza prendere il potere. Come farlo? Creando un mondo dove fare incontri per scambiare identità e per mescolarsi, contaminarsi e conoscersi, scambiare esperienze e opportunità tra diversi che siano uniti da due sole discriminanti ferree: no alla guerra e no all’esclusione creata dal modello neoliberista. E che il modello alternativo funzioni secondo lo schema “pensare globalmente, agire localmente”!
Nel nostro piccolo, questo abbiamo cercato di fare nel nostro progetto che chiameremo “Il Kiosco, il Cafè Neruda e altre meraviglie.”
La nascita del progetto. Un bel giorno di alcuni anni fa con due amici psichiatri, Tiraferri e Braccia, si discuteva sulla necessità di aprire nuovi sbocchi ad una psichiatria, la nostra perlomeno, in debito d’ossigeno, priva di creatività e massacrata dalla drastica riduzione delle risorse legata alla crisi del welfare state.
Ci dicevamo che quello a cui assistevamo era un sistema che, venti anni dopo la chiusura dei manicomi, aveva prodotto a quel punto e nella nostra realtà non tanto una de-istituzionalizzazione, quanto una trans- istituzionalizzazione, ovvero non si era riusciti ad attuare quella saldatura con la comunità locale che era negli intenti, creando piccole strutture “bonsai”, gli ambulatori di salute mentale, che, ancora troppo scollegati dalla cittadinanza, rendevano difficile il lavoro di prevenzione e di inclusione.
Lo stato del benessere, in effetti, ha creato una perversione: sviluppando la rete formale (i servizi pubblici), ipertrofizzando le risorse man mano che cresceva la domanda, ha contribuito a favorire un atteggiamento di delega rispetto alla gestione del benessere psichico: il processo di delega presuppone un trasferimento di competenze dal tessuto sociale alle istituzioni specialistiche.
Si è così sviluppato il concetto di presa in carico globale, che ha favorito una cronicizzazione di comportamenti passivi e richiedenti, mentre lo scollamento dal tessuto sociale ha favorito atteggiamenti espulsivi o di indifferenza, perdendo due formidabili fattori spontanei di terapia che sono la solidarietà ed il senso di appartenenza.
Questi due fattori, insieme all’auto-mutuo aiuto, costituiscono la quota di competenza da ritrasferire alla comunità locale, ridimensionando la delega alle istituzioni.
Quello che ci proponevamo era quindi di catalizzare un processo di empowerment, ovvero di riconoscimento e supporto alle reti informali della solidarietà primaria (amici, vicini, parenti) e secondaria ( volontariato, associazionismo, etc.), favorendo la costituzione di una comunità “competente”, ovvero in grado di attivare le proprie risorse di fronte ai problemi che si trova ad affrontare, in questo caso nel campo della salute mentale.
Con un gruppetto di infermieri che mi piace citare: Alessandra, Nadia, Dada, Grazia, Carmen, Camilla, Carla, Lina, nel 1998 abbiamo organizzato una festa di quartiere presso la polisportiva Centrocampo di via Petrella.
Al termine dell’evento, condito da musica, sport e danze, con le persone interessate incontrate in questo ambito, abbiamo fatto un corso di informazione che, nel maggio del 1999, ha portato alla nascita dell’associazione Vol.P.I. (Volontari Psichiatrici Insieme).
Il coordinamento tra volontari ed operatori ha permesso una serie di iniziative (uscite serali, mercati per vendere le opere prodotte al centro diurno, soggiorni estivi), ma nel tempo altre considerazioni hanno orientato le nostre scelte verso un percorso che, per per dirla con Marcos, ci portava a camminare domandando.

Le domande orientavano il cammino partendo da queste riflessioni:

1. quando la persona colpita da malattia psichiatrica è in fase di compenso clinico occorre dargli la possibilità di fare esperienza della e nella vita, mentre troppo spesso la malattia lo porta ad un isolamento sociale ed affettivo
2. è necessario riattivare il sentimento dell’identità collettiva veicolandola con la riscoperta del piacere dell’aggregazione intorno a obiettivi condivisi e di cui sentirsi tutti protagonisti
3. è fondamentale lavorare sul pregiudizio rispetto alla malattia mentale favorendo la mescolanza e la prossimità che portano allo scambio di identità
4. occorre ritrovare un ruolo sociale attraverso una vera riabilitazione che consiste,all’interno di strutture specialistiche, nell’apprendere nuove abilità o nel recuperare quelle perse con l’insorgere della malattia, per poterle poi trasferire all’esterno come competenze lavorative.

A quel punto, è nato il progetto “catering” che recava in sè le riflessioni sopra elencate, ma trascendeva il problema delle psichiatria in senso lato per allinearsi alla strategia dei movimenti: vogliamo diventare i portavoce di chi considera la psichiatria non solo il luogo tetro del disagio e della sofferenza, ma anche lo spazio dove recuperare solidarietà, creatività e senso di appartenenza.
Nasce così il forum itinerante della salute mentale, con il sottotitolo “divertirsi è terapeutico” (le Madres de plaza de mayo, madri argentine che hanno lottato per i loro figli desparecidos, scomparsi, per mano di una sanguinaria dittatura a cavallo degli anni ’70-’80, sostengono che “no hay lucha sin alegria”, non c’è lotta senza allegria!) e in cui abbiamo cominciato ad interagire con altre associazioni.
La prima “Tre giorni” di festa avviene nel 2002, a Pessione, si replica nel 2003, a Carignano, e, nel 2004 a Torino. Ci permette di entrare in contatto con molte e variegate realtà associative.
Da queste premesse, ovvero necessità di entrare in rete per creare alternative, ricerca di autonomia attraverso soluzioni lavorative creative, bisogno di mescolanza, riscoperta del piacere come strumento “terapeutico”, orizzontalità nel senso di evitare per quanto possibile ruoli e gerarchie,nasce appunto la nostra storia di catering.

Il gruppo catering

In tutte o quasi le strutture psichiatriche disseminate in Italia esistono laboratori ove si producono portaceneri, piuttosto che cesti di vimini, disegni, prodotti di sartoria, e così via.
Una tradizione consolidata vuole che un paio di volte l’anno questi prodotti vengano messi all’asta in feste organizzate all’interno delle strutture stesse.
Alla festa partecipano gli operatori del servizio, i familiari dei pazienti e qualche amico.
In un contesto felliniano, si simulano acquisti che a me danno un’enorme tristezza, con quell’opprimente sensazione di chiusura, di grigiume, di mancanza di speranza, con tutto il rispetto per operatori, parenti e pazienti.
Altra consuetudine è l’imparare a cucinare, con il lodevole proposito di acquisire autonomia, e di qui i famosi gruppi-pranzo dei centri diurni o i corsi “alberghieri” in borsa lavoro.
Con il risultato che chi vive in famiglia difficilmente avrà spazio e voglia per cucinare a casa, e chi vive da solo ha problemi troppo grandi per mettersi allegramente ai fornelli quando piomba nella solitudine della sua casa (e del resto quasi tutti siamo invogliati a cucinare se siamo in ambito festoso. I miei lunghi anni da single sono costellati di ricordi di serate da solo in cui aprivo qualche scatoletta, riservando il meglio alle serate con amici o- perchè no- con “signorine”, cose poco probabili nella vita di una persona con una patologia psichiatrica che per definizione rende difficili i rapporti).
E’ così che un bel giorno del 2001 alcuni operatori seduti intorno a un tavolo con alcuni volontari decisero di provare a cambiare ottica: la vita ha un senso se le tue azioni hanno il senso del percorso, della traiettoria, non se risulta spezzettato in mille azioni spesso senza sbocco, che rischiano di acuire il senso di fallimento ed emarginazione.
Con i soldi ottenuti da un bando si allestì un progetto definito “Il pranzo è servito”: all’interno dei pranzi e delle cene giornalmente consumati nel centro diurno di via Leoncavallo 2, venivano selezionati 8 pazienti con un minimo di abilità acquisite nel corso della loro frequenza e in base alle loro inclinazioni.
Queste otto persone venivano affidate ad un cuoco tutor, che per 3 pranzi alla settimana per un periodo di sei, lavorava per affinare le loro capacità in questo ambito.
Divisi a rotazione in camerieri e cuochi, gli otto preparavano per gli altri pazienti (la frequenza media è di una ventina di persone per pranzo, a rotazione e nell’ambito di progetti personalizzati).
Tale esperienza si replicò l’anno successivo, fino al grande balzo: nel giugno del 2003 si tenne la prima cena aperta all’esterno!
Contattammo Amnesty international che stava conducendo una campagna sulla terribile situazione dei manicomi bulgari e gli offrimmo di tenere una conferenza nel nostro centro diurno, con tanto di cena preparata dal nostro gruppo catering (8 pazienti, 2 operatori, 6 volontari) al prezzo concordato di 10 euro.
Per evitare l’intrappolamento felliniano di cui parlavo prima, Amnesty (nella persona di una disponibilissima Osvalda) si occupava delle prenotazioni: alla cena parteciparono una trentina di persone, molte assolutamente estranee al mondo della psichiatria!
Si iniziava un percorso di mescolanza, e gli esiti così buoni, il clima così empatico e allegro che un paio di settimane dopo ci fu il bis, con un’altra associazione a creare reti con noi.
A quel punto, il richiamo della “legge”: non si possono promuovere eventi simili per norme varie di igiene e quant’altro!
Mia prima reazione: al diavolo, io continuo perchè ci credo! Poi, anche per il garbo con cui le cose mi venivano fatte notare dai vertici Asl, il mio patologico ribellismo, attenuato dal buon senso degli amici volontari , operatori e pazienti ( termine orrendo in questo contesto, ma non trovo al momento un’altra modalità e sto scrivendo di getto!) mi fece riflettere sul fatto che questo divieto era un’ulteriore spinta per la nostra scoperta del mondo " fuori"!
Detto fatto, grazie al paziente lavoro di rete svolto negli anni, il 13 luglio 2003 si compiva il grande balzo: il gruppo catering debuttava al Cafè Neruda, un circolo Arci che, grazie a Roberto, si apriva a questa esperienza.
La Stampa dedicava un articolo su tre colonne a quest’avvenimento a firma di Silvia Francia e, nella cena organizzata con l’associazione " Libera contro la mafia", Francesca ci raccontava la loro storia e ottanta persone
partecipavano all’evento.
Da allora, cene bimensili al Cafè Neruda e al “Casseta popular” (grazie a Valentina, Paolo e Samuele) affinavano le abilità e la compattezza del gruppo, in un ambiente di festa e conoscenza reciproca.
Altre associazioni si affiancavano a formare altri nodi della rete: Acmos (che si occupa di sviluppare nei giovani il concetto di cittadinanza attiva: grazie a Davide e a tutti gli altri), Nutripa (che si occupa di assistenza pediatrica in Africa), sino a quando, il 4 giugno 2004, il riconoscimento: la società italiana di psichiatria ci dava il mandato per mano del presidente Dott. Munizza e della dott.sa Zuccolin di organizzare il buffet per un convegno che vedeva la partecipazione di oltre trecento persone.
Le ricadute sono state notevoli: un netto miglioramento della qualità della vita, in termini di ripresa di un ruolo sociale, di possibilità di guadano e quindi di autonomia parziale con aumento dell’autostima.
Inoltre la testimonianza diretta per i fruitori delle cene (una media di 60/70 a volta) ha permesso un cambiamento nell’immaginario collettivo della follia, vissuta non solo più in termini di pericolosità o imprevedibilità, ma come una malattia dietro la quale ci sono persone da incontrare in un reciproco e spesso piacevole scambio di storie e identità.

Il kiosko
Novembre 2003, fa freddo a Torino. Siamo in una stanza della circoscrizione 6, con il presidente Eleonora Artesio, il prototipo di amministratore che speri di incontrare per disponibilità e attenzione alle politiche sociali.
Una serie di associazioni discutono per un progetto di riqualifica della nostra periferia, tra cui io, come psichiatra di quartiere, e Maria Grazia come presidente delle Vol.P.I.
Ci mettiamo a chiaccherare con Roberto Petito, con Dodo e con Dario della polisportiva centrocampo e, d’un tratto, la proposta: perchè non gestite voi il nostro bar?
Detto fatto, tra amici e compagni di percorso non c’è burocrazia e, nel marzo 2004, parte questa esperienza: dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 24, il sabato dalle 14 alle 18 e la domenica dalle 8.30 alle 13.
Dietro il banco un membro Vol.p.i.( ruotano in una dozzina) e due pazienti (una quindicina): le regole di convivenza si decidono nel gruppo lavoro che si tiene ogni giovedì, condotto da Carmen e Lorena e i compensi in base agli incassi e alle ore lavorate.
Il Kiosko diventa luogo di aggregazione, si mettono dei tavolini all’aperto e si consolida il rapporto con gli amici di centrocampo, compresi “muzzune” Carmine, Cettina, Patrizia, Leo.
La mescolanza funziona, al kiosko si ride e si canta, oltre a lavorare. Quando una serata di pioggia vede i campi di calcetto deserti e l’incasso di soli tre euro, Dora mi dice che comunque è bello essere lì in compagnia e il mio vecchio cuore da finto duro si intenerisce al massimo.
Ora Bruna e Luciana si occupano di coordinare il Kiosko, organizzando aperitivi ogni 2 venerdì per incassare un po’ di più, perchè siamo sempre al pelo nel pagare tutti i mesi cifre piccole, ma importanti (qualcuno arriva a guadagnare oltre 100 euro ), che si aggiungono ai catering che continuiamo a organizzare e fruttano dai 15 ai 25 euro per i camerieri e dai 25 ai 35 per i cuochi a volta.

Il Cafè Neruda
Roberto Allotta ci guarda con i suoi occhi alla Totò e dice :“e se dessimo più spazio alle vol.p.i. e all’inserimento dei ragazzi?”
Roberto ora si fida, sa che funzioniamo e ci regala questa grande opportunità!
Et voilà, ci buttiamo a pesce. Agosto è dedicato a ridipingere il locale e fare progetti.
Roberto Vitale rinuncia alle ferie per dedicarsi anima e corpo al progetto e coordina il tutto.
Tra mille difficoltà, il 29 settembre siamo pronti e ci gettiamo in pista: dietro il bancone non solo più membri Vo.lp.i. e pazienti, ma chiunque sia interessato al progetto e abbia abilità da condividere.
Unica condizione: avere la tessera Arci del Cafè Neruda e non temere la confusione creativa.
Una ricaduta sulla comunità locale comporta, come al solito, la speranza di modificare lo stigma sulla malattia psichiatrica, creando occasioni di incontro che quotidianamente favoriscano una nuova angolatura per rompere i pregiudizi constatare che, come dicevo prima, i pazienti non sono pericolosi, strani e imprevedibili, ma vederli nelle vesti di abili barman, camerieri, cuochi, pittori (intendiamo allestire mostre su quadri prodotti da loro) può risultare uno strumento efficace per favorire il famoso cambio di rotta nell’immaginario collettivo.

Obiettivi delle attività

A. Promuovere l’autonomia dei pazienti attraverso:
1. la creazione di un lavoro che generi retribuzione
2. promozione di stages per cuochi,camerieri e barman
3. rafforzamento delle relazioni sociali
4. trasformazione del ruolo dei pazienti da portatori di un handicap a esperti di un problema attraverso l’organizzazione di serate a tema sulla psichiatria in cui i pazienti esprimono il loro punto di vista( già ora le Vol.p.i. e l’Asl 4 organizzano corsi di sensibilizzazione e informazione per la cittadinanza condotte da pazienti,volontari e operatori)
B. Contenere la vulnerabilità legata alla malattia (minor resistenza agli stress) attraverso:
1. l’organizzazione non rigida dei turni, nè al kiosko , nè al neruda e la discussione settimanale collettiva fanno sì che quando una persona non se la sente o non è in grado di svolgere il lavoro può assentarsi senza danneggiare l’attività e ritornare quando il momento critico è passato
2. la possibilità di turn- over
3. il collegamento con il gruppo settimanale di cui sopra in cui si possono elaborare problemi e vissuti, o condividere gioie e successi.
C. Creare una cultura di scambio e mescolanza, insite nella struttura stessa del Kiosko e del Neruda, locali pubblici.

Destinatari del progetto e benefici connessi

1. per i membri vol.p.i. il sentirsi co-protagonisti del miglioramento della qualità della vita propria e dei pazienti , allargando le relazioni e promuovendo temi d’incontro e associativi in un’ottica di benessere collettivo.
2. per chi frequenta i 2 locali: sensibilizzazione verso il tema della psichiatria con un’esperienza diretta che costituisce un arricchimento culturale ed umano.
3. per gli operatori A.s.l. :un concreto lavoro di rete, con creazione di un polmone per le asfittiche possibilità di reinserimento socio-lavorative a causa della crisi del welfare state che colpisce anche le risorse dell’asl stessa.
4. per i pazienti : prima ho raccontato le ricadute in termini accademici, ora voglio usare le loro parole , il loro modo di raccontarsi, che mi è sicuramente più congeniale.

Irma, cuoca fantastica, ha detto che “non so se sono guarita, so che da quando esistono queste cose io sono contenta e mi sento bene, e se sono serena per me è come se fossi guarita!”
E Diego che, presentando il catering a Cuneo (abbiamo fatto una cena per 120 persone), ha detto: “siamo qui per rappresentare noi stessi con le nostre azioni, fare il catering è molto di più che parlare del catering!” e altri, alla rinfusa : “quando incontro qualcuno posso dire che lavoro nel catering”; “mi sento bene, il kiosko è come se fosse mio, mi sento una protagonista” ; “ho la possibilità di conoscere delle ragazze” ; “è bello guadagnare dei soldi, ti senti più importante se hai un lavoro”.
E per quanto riguarda me, io sono felice e ricordo un po’ di frasi, come quelle di Alberto Olivera, il giovane psicologo che ha fondato nel Borda, il manicomio maschile di Buenos Aires, " radio la colifata", per dare voce agli ultimi e copiandolo posso dire che il nostro è un lavoro politico, perché punta sull’associazionismo,clinico, perchè mirato alla riabilitazione, ma anche estetico, perchè miriamo alla qualità del servizio: noi non giochiamo a fare il catering, noi lo facciamo!
O le parole di Carlo Urbani, il medico che ha scoperto il virus della sars e che è morto mentre ci si dedicava e che ha detto “sono felice, perché sono riuscito a fare dei miei sogni il mio lavoro”.
E mentre la mia mente sogna, mi ispiro al libro di Raul Zibechi, il giornalista sudamericano che ha scritto " Argentina, genealogia di una rivolta", un bellissimo libro sulla storia dei movimenti argentini, che rappresentano uno dei più interessanti cantieri di laboratori sociali del mondo.
Qui si racconta la storia di un popolo travolto dalla dittatura militare e poi da una crisi economica senza pari, in mezzo alla corruzione e alla violenza, senza più alcuna fiducia nei partiti, nei sindacati e nelle istituzioni.

Le persone hanno cercato rifugio in piccoli gruppi che non avevano altro compito che costituire delle tane, dei rifugi affettivi e dove l’ obiettivo fosse non la conquista del potere, ma il cambiamento del mondo dal basso, cominciando a cambiare noi stessi attraverso il miglioramento dello stare in relazione.
La strategia non era perciò più politica in senso stretto, ma affettiva, attraverso nuovi indicatori di benessere che permettessero una società di decrescita solidale e conviviale (e qui copio Latouche!).
Allo stesso modo, mi immagino che la risposta alla crisi anche per noi, nel nostro piccolo, sia la creazione di un’autonomia attraverso una ricerca creativa di lavoro, come i microimprendimenti del sud del mondo: le panetterie solidali, gli orti collettivi, i refettori popolari.
Mi immagino tutti insieme nei nostri orti, nei circoli, nelle piazze, ma poi mi fermo perchè il mio sogno non diventi un delirio.
Ma io ci credo, e con tutti gli amici e compagni di strada……perchè non continuare a farlo?
Voglio solo scrivere i nomi che non ho ancora citato, perché messi tutti insieme mi sembrano una coperta da indossare quando talvolta il freddo della realtà ha bisogno di essere bloccato.
E allora un abbraccio a Simona, Sasà, Bruna, Franco, Valentina, Luciana, Daniele, Rossana, Pietro, Simone, Fabio, Federico, Alessandro, Marco, Tonino, Emilio, Teresa, Maria, Isola, Giusy, Nadia, Elisa, Katiuscia, Laura e Laura, Ivana, Angelo, Cristina, Michela, Vania, Paolo, Giuseppe, Francesco e Francesco e forse dimentico qualcuno, ma buon segno, vuol dire che cominciamo ad essere in tanti!!!

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