Un marziano tra turisti e indigeni

Lontano dall’orrore, qualcuno si meraviglia della bontà che ci nasce dentro. I telegiornali ce lo ripetomo in continuazione: all’immenso Sos che giunge da un continente ferito, la maggioranza dei nostri telefonini (del costo di centinaia di euro) ha risposto con un Sms che donava una moneta: non è meraviglioso? Ma l’ironia è un lusso che non possiamo permetterci, Diciamo che non basta. Un giornalista che arrivasse da un altro universo e cercasse di descrivere la Terra di oggi sarebbe, molto probabilmente, incline a parlare di una follìa planetaria. Elencherebbe: 1) gli eserciti imperiali si vantano di avere visori talmente sofisticati da leggere, a mille chilometri di distanza, la targa di un autocarro mentre i due terzi dell’umanità non ha strumenti ( o non ha tecnici) per avvistare un’onda di 12 metri d’altezza che corre per gli oceani; 2) terremoto e maremoto hanno travolto centinaia di migliaia di persone del tutto diseguali fra loro: alcune decine di migliaia vivevano, sia pure per un breve periodo, nel lusso dei grandi alberghi e milioni, al di là dei recinti degli hotels, sopravvivevano a stento 3) se questa volta la furia della natura è stata apocalittica, a causa di quella forza ciclopica che è la “deriva dei continenti”, il sudest asiatico è “normal-mente” aggredito da tifoni e inondazioni, e questi rovinosi fenomeni sono causati o ingigantiti dagli sfruttamenti selvaggi del suolo e dalla produzione di agenti chimici che devastano il clima ma proprio pochi giorni prima della catastrofe gli Stati uniti e i loro portacoda, come l’Italia, hanno fatto fallire, a Buenos Aires, una apposita conferenza internazionale; 4). Eccetera, eccetera. Direbbe insomma, quel mio collega sceso dal cosmo, che l’umanità è gravemente malata di schizofrenia; e aggiungerebbe ciò che ben pochi giornalisti italiani e ancor meno governanti vanno dicendo: e cioè che questa schizofrenia assumerebbe contorni moralmente intollerabili e suicidi dal punto di vista ecologico se ci si sforzasse soltanto di riprodurre la situazione precedente al maremoto; sarebbe una sorta di gigantesca elemosina che lascerebbe poveri i poveri e ricchi i ricchi, dichiarerebbe inamovibili i parametri dell’ingiustizia, ucciderebbe ogni speranza.
Ma forse, invece, qualcosa di meraviglioso è fiorito accanto all’orrore. È toccante vedere come la tragedia abbia imprevedibilmente abbattuto il muro di separazione fra la miseria delle capanne e delle baracche e le lussuose “clausure” dei villaggi turistici, in cui la popolazione locale entrava soltanto per i servizî più pesanti e assisteva allo spreco insensato di viveri e alla follìa di docce godute a tutte le ore del giorno nella beata inconsapevolezza, che questo significava sottrarre acqua agli abitanti della zona. È commovente constatare come quell’incontro fra le macerie e la paura, fra persone per una volta egualmente povere, abbia fatto emergere tesori di solidarietà. Unanime è la testimonianza dei turisti accolti dagli indigeni dei villaggi collinari. “Hanno diviso con noi tutto il poco che avevano. E anche per questo è giusto aiutarli”.

da “Lettera dicembre 2004”: http://www.ettoremasina.it

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