Left of the center

Sono rimasto colpito dalla performance di Paul Ginsborg all’incontro delle sinistre indetto dal «manifesto», quel suo intonare “The Grand Old Duke of York”. M’è sembrato un gesto semplice e straordinario, un po’ scapocchione e per questo bellissimo in quel contesto. Un punto di vista e un’idea si ritrovavano di botto intonati in leggerezza e facile intuizione. Devo aver provato un pizzico di invidia, magari senza accorgermene. Così, per una qualche misteriosa associazione di idee o forse solo perché mi s’era fatto coraggio, per due giorni [compresa l’assemblea delle riviste sociali indetta da «Carta»] mi rintronava nella testa il ritornello di Suzanne Vega, “Left of the center”.
If you want me / You can find me / Left of center / Off of the strip I think that somehow / Somewhere inside of us / We must be similar / If not the same / So I continue / To be wanting you / Left of center / Against the grain
[Se mi vuoi / Puoi trovarmi / A sinistra del centro / Lontano dai giochi / Penso che in qualche modo / Per qualche ragione / Qualcosa ci vede insieme / Anche se proprio siamo diversi / Così io continuo / A volerti / A sinistra del centro / Pur smadonnando]

Aspettavo l’esito delle «primarie» in Puglia e mi sembrava la colonna sonora ideale, forse senza neanche pensarci su più di tanto. Una specie di OCanzone popolareO alla Fossati, però per quelli «a sinistra del centro». È andata bene a Vendola e a me sembra una buona cosa. Forse gli apparati correranno ai ripari, ma un processo interessante s’è innescato. Più di altri, Diliberto sembra preoccupato: si potrebbe, come si propone per i sunniti alle prossime elezioni in Iraq, garantirgli un qualche pacchetto di rappresentanze al di là dell’esito di ogni consultazione democratica.

Contrariamente a quel che pensa buona parte di quelli che stanno a sinistra del centro, io credo che la discussione sul programma e i contenuti sia importante ma collaterale a quella sulle forme e i modi dello stare insieme nella corsa contro e oltre Berlusconi. Battere Berlusconi a me sembra un imperativo morale a cui non ci si può sottrarre. E non in nome di «cosa ci tiene insieme» ma cercando il «modo di stare insieme». Quello che può rimettere assieme i cocci di una spinta popolare è soprattutto l’idea di poter contare in qualche modo, di avere il proprio peso: in un percorso in salita la leggerezza è davvero insostenibile. E qui non possono esserci mediazioni, tattiche e compromessi come nell’elaborazione di una «piattaforma programmatica» da presentare al paese: se quello che penso e dico può trovare un modo di veicolarsi, allora parteciperò, mi sbatterò e mi darò da fare; se serve solo il mio voto, quello tanto è garantito, ma non chiedetemi più di tanto. La piazza, la manifestazione, l’iniziativa, il referendum, la lotta ­ luoghi egualitari per eccellenza ­ sono forme privilegiate dell’espressione di bisogni e proposte come la ricerca di nuove idee e nuovi linguaggi ma non possono essere le uniche maniere di fare pressing. Per non predicare nel deserto, o troppo presto che è lo stesso, come quell’Heriberto Herrera del «movimiento, movimiento». Alla fine della fiera, occorre pure contarsi, assumersi dei rischi e delle responsabilità. Far girare la palla e andare verso la porta.

Mi pare quindi interessante che si siano acconciati degli «ambiti», dei luoghi comuni di riflessione e dibattito, fossero anche solo delle zone temporanee. Di questi momenti, quello che più mi sollecita è la proposta nata dall’assemblea delle riviste sociali di un «luogo dell’elaborazione», a cui lì per lì sono stati dati nomi di fantasia, fondazione, università popolare, non ricordo cos’altro. Le culture delle sinistre hanno saputo trasformare la periferia della loro collocazione in un luogo fertile per interrogare e intercettare i fenomeni più macroscopici che accadevano socialmente. E d’altra parte l’agenda dei movimenti ha saputo mettere al centro questioni straordinarie, la guerra, il lavoro, le nuove soggettività. È mancata una certa «traduzione», un diffondersi, un permeare. Nelle politiche delle sinistre c’è stato spesso un accomodarsi ma raramente un modificarsi. Potrebbe essere il momento in cui quella ricerca, che ha la chiarezza del rigore e spesso l’acclarata certificazione delle accademie e, a volte anche, un certo consenso e notevole attenzione trovi altre disponibilità e quegli ambiti diversamente inclinati. Io ci proverei.

Against the grain, pur smadonnando.

[www.lanfranco.org]

Mail_long
dello stesso autore
11 ottobre 20 ottobre 4 novembre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abbonati abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antimafia sociale antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api aprilia Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako banca Banca mondiale Bangladesh banlieues basi basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biodiversità biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna Bolzano borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Camerun Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro Cisgiordania città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comuni comunicazione Congo conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro