Ne saremo capaci?

Tocca a Bolzaneto e stavolta si parla di torture. Giovedì 27 a Genova è cominciata l’udienza preliminare. Gli imputati sono 47 (sedici agenti penitenziari, quattordici poliziotti, dodici carabinieri, cinque fra medici e infermieri) accusati di un florilegio di reati: abuso d’ufficio, lesioni, percosse, ingiurie, violenza privata, abuso di autorità, minacce, falso, omissione di referto, favoreggiamento personale. L’elenco è lungo, manca proprio la tortura, ma non è colpa dei magistrati: il reato di tortura in Italia non esiste. Il parlamento, in 17 anni, quanti ne sono passati dalla firma della convenzione internazionale che impegnò anche il nostro paese ad approvare una legge ad hoc, non ha trovato il tempo di provvedere. E quando ci è riuscito, come nell’aprile scorso, ha approvato alla Camera un testo così impresentabile (prevedeva la tortura solo in caso di violenze "reiterate") da indurre la stessa maggioranza a ritirarlo.

Comincia dunque il processo, e sarà importante seguirlo passo per passo, ma l’attenzione massima va riservata a ciò che avverà fuori dal tribunale, nella società, nell’opinione pubblica. E’ qui che il processo di Bolzaneto deve imporsi, fino a diventare un argomento di serio dibattito politico e culturale. Nel 2001, quando a Genova scoppiò il caso–con le denunce di centinaia di persone fermate, condotte nella caserma di periferia adibita a carcere e lì private dei più elementari diritti e maltrattate oltre ogni misura–il fenomeno tortura era del tutto ignorato. Solo pochi attivisti denunciavano gli abusi commessi in carceri e commissariati, spesso ai danni di immigrati. I rapporti di Amnesty International, sempre puntuali nel denunciare il preoccupante caso italiano, erano poco considerati. Poi, appunto, c’è stata Ganova, e poi Guantanamo e Abu Ghraib e via elencando. Oggi la tortura praticata dagli “stati democratici” è una realtà ben conosciuta.

Il diritto a maltrattare i detenuti è stato giustificato e addirittura rivendicato, in particolare in seno all’amministrazione Bush, che ha impegnato i suoi migliori tecnici per dare un volto legale al campo di Guantanamo e alle “procedure d’interrogatorio” applicate in Iraq e Afghanistan. I recenti processi avviati contro alcuni militari, e la stessa condanna a dieci anni inflitta al protagonista di foto e filmati di Abu Ghraib, il soldato Charles Graner, non hanno scalfito il sistema. Si è sostenuta la tesi delle “mele marce”. Gli Usa hanno rifiutato di mettere in discussione il proprio operato, il vistoso scivolamento verso una visione della società che non considera più certi valori, come il rifiuto della tortura, come punti fermi della propria idea di democrazia.

Il processo per i fatti di Genova Bolzaneto è la nostra Abu Ghraib. Le nostre forze dell’ordine, il nostro governo, le nostre istituzioni sembrano decise a minimizzare, in parte negando i fatti, in parte ignorandoli. Di fronte a prove certe–e ce ne sono a iosa–si parlerà anche qui di “mele marce”. In tribunale ciascuno farà la propria parte, a cominciare dalle parti civili e dai relativi avvocati, ma il punto di svolta non sarà in aula. Il processo di Bolzaneto dev’essere una vicenda culturale e politica, dev’essere la chiave per affrontare la questione dei diritti civili in Italia. Su questo fronte il compito di agire tocca a chi si riconosce nella cultura democratica dei diritti indivuali e delle libertà civili. Questa cultura, negli ultimi anni, ha accusato continui cedimenti. Ha accettato il terreno imposto dalla destra–la retorica della sicurezza, della lotta al terrorismo internazionale–e oggi non riesce ad arginare la deriva autoritaria in corso in Italia come in gran parte dell’occidente. E’ urgente invertire questa tendenza. Si può cominciare chiamando le cose con il loro nome: tortura, nel caso dei fatti di Bolzaneto. E da qui partire per una riflessione più ampia sull’involuzione delle nostre democrazie.
Ne saremo capaci?

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